Scavi dell’Università di Pavia rispondono al dubbio dell’Odissea di Nolan sull’impatto della crisi dell’età del Tardo Bronzo


PAVIA – Il dibattito sul collasso delle grandi civiltà del Mediterraneo orientale alla fine dell’Età del Bronzo si arricchisce di nuovi elementi grazie alle scoperte dell’Università di Pavia. Mentre il kolossal Odissea di Christopher Nolan ha riportato al centro dell’attenzione mondiale il mondo pre-classico e il significato storico della guerra di Troia, una missione archeologica italo-siriana offre oggi importanti conferme a una delle interpretazioni più discusse della crisi che, oltre tremila anni fa, cambiò il volto del Mediterraneo.

Secondo la lettura proposta dal regista britannico, il conflitto di Troia non rappresenta soltanto un episodio epico, ma il simbolo del crollo di un intero sistema politico, economico e religioso: quello delle società palatine del Tardo Bronzo. Un collasso che avrebbe travolto non solo gli sconfitti, ma anche i vincitori, incapaci di ricostruire il precedente equilibrio e destinati, come Ulisse, a un lungo e tormentato ritorno.

Per decenni, gran parte della ricerca archeologica aveva invece sostenuto una visione meno radicale. Se le grandi capitali del Vicino Oriente – come Ugarit e Alalah – furono effettivamente distrutte attorno al 1200 a.C., si riteneva che la vita nelle campagne e nei piccoli villaggi fosse proseguita senza particolari traumi, limitando così la portata della crisi ai soli centri del potere.

Le nuove evidenze emerse dagli scavi di Tell Semhani, in Siria nord-occidentale, sembrano però mettere seriamente in discussione questa interpretazione.

Il piccolo sito si trova nel governatorato di Latakia, a circa undici chilometri da Ugarit, uno dei principali centri commerciali e culturali del Mediterraneo orientale durante il II millennio a.C. Diversamente dai grandi complessi monumentali che tradizionalmente attirano l’interesse degli archeologi, Tell Semhani conserva i resti di un modesto villaggio rurale appartenente al regno di Ugarit: il primo insediamento agricolo del II millennio a.C. ad essere scavato in modo estensivo in Siria.

Tra ottobre e novembre del 2024 e del 2025, la missione diretta da Lorenzo d’Alfonso, docente del Dipartimento di Studi Umanistici dell’Università di Pavia, insieme agli archeologi della Direzione Generale delle Antichità e dei Musei della Siria e agli studenti dell’Università di Damasco coordinati da Muhammed Redwan, ha riportato alla luce preziose testimonianze della vita quotidiana di una comunità rurale vissuta oltre tremila anni fa.

Le campagne di scavo hanno permesso di individuare nuove abitazioni, ricchi corredi funerari e oggetti di notevole pregio. Tra i reperti più significativi figurano ceramiche dipinte d’importazione provenienti da Cipro e dalla Cilicia, vasellame integro e due piccole statuine femminili in terracotta, caratterizzate da una raffinata invetriatura azzurro chiaro con dettagli anatomici dipinti in nero. Gli studiosi ritengono che questi manufatti fossero utilizzati come amuleti, confermando il livello di benessere raggiunto dalla comunità e gli intensi rapporti commerciali con altre regioni del Mediterraneo.

Le scoperte raccontano di un villaggio prospero, stabilmente insediato nel territorio e profondamente legato alle proprie radici familiari, come dimostrano anche le tombe domestiche utilizzate per generazioni.

Il dato più sorprendente è però emerso negli strati più recenti dell’abitato.

Gli archeologi hanno individuato un esteso livello di cenere e materiale combusto, spesso circa cinque centimetri, presente in tutte le aree esplorate. Le analisi al radiocarbonio hanno datato questo incendio intorno al 1173 a.C., proprio negli anni che coincidono con il collasso delle grandi civiltà del Tardo Bronzo.

L’assenza di crolli strutturali o segni di distruzione violenta delle abitazioni suggerisce che il villaggio fosse già stato abbandonato quando le fiamme lo avvolsero. Un elemento che racconta una storia diversa rispetto a quella di una semplice devastazione bellica: gli abitanti avevano probabilmente lasciato il sito prima dell’incendio, segno di una crisi già in atto.

Sopra lo strato di bruciato è stata poi individuata una breve fase di rioccupazione, datata attorno al 1125 a.C., all’inizio dell’Età del Ferro. Pur mantenendo molti elementi della cultura materiale precedente, il nuovo insediamento presenta importanti novità, come frammenti di ceramica sub-micenea e rocchetti cilindrici in argilla cruda, reperti generalmente collegati a popolazioni provenienti dall’Egeo e da Cipro.

Si tratta di indizi che testimoniano l’arrivo di nuove influenze culturali in un territorio ormai profondamente trasformato. Questa fase, tuttavia, durò pochissimo: il villaggio venne nuovamente abbandonato e non fu più abitato fino all’epoca bizantina.

Proprio questo elemento rappresenta, secondo gli studiosi, la scoperta di maggiore rilievo storico.

Tell Semhani dimostra infatti che la crisi del XII secolo a.C. non colpì esclusivamente le grandi città e i palazzi reali, ma modificò radicalmente anche la vita delle comunità rurali. Scomparvero tradizioni consolidate, come le sepolture familiari all’interno del villaggio, segno di una frattura irreversibile nel rapporto tra popolazione, territorio e memoria collettiva.

Il tentativo di ricostruire l’insediamento fallì rapidamente, evidenziando l’impossibilità di ripristinare il precedente ordine sociale. Una dinamica che richiama da vicino la lettura proposta da Christopher Nolan: il ritorno al mondo precedente non era più possibile, nemmeno per chi era sopravvissuto al collasso.

Le ricerche a Tell Semhani proseguiranno nell’autunno del 2026, quando gli archeologi concentreranno gli scavi sulle fasi più antiche dell’insediamento. La missione è sostenuta dal Fondo per l’Archeologia dell’Università di Pavia, dal Comitato per le Ricerche Storico-Archeologiche nel Mediterraneo Orientale e gode del patrocinio del Ministero degli Affari Esteri e della Cooperazione Internazionale.


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 Tatiana Gagliano

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