PIEMONTE – Continua il diario di Alberto Maffiotti per raccontare come il cambiamento climatico stia mostrando in modo evidente le sue conseguenze intorno a noi. L’ultimo racconto, che vi proponiamo di seguito, descrive dettagli di ghiacciai sottili, pareti diverse, rocce scoperte che, sommati, prima o poi potrebbero dare vita a fenomeni improvvisi, in realtà somma di continui avvertimenti che stiamo ignorando:
Cammino nel fondo della Val Veny come si cammina dentro una domanda: passo dopo passo, cercando di capire perché il paesaggio cambia così in fretta e perché, anche quando sembra “uguale” da una stagione all’altra, in realtà racconta sempre una perdita.
L’aria è fredda ma non come la immaginavo anni fa. Non è la sola temperatura a cambiare: è la sensazione di un ritmo diverso, di un calendario che slitta. Mentre risalgo con calma, il rumore dei miei passi si mescola all’acqua che corre dove prima c’era altro. Mi fermo, guardo la linea tra roccia e ghiaccio, e penso che un ghiacciaio non è solo una massa immobile: è un sistema che vive di contrasti. Se l’inverno non accumula abbastanza neve, se l’estate non concede tregua, allora l’equilibrio si rompe. E quando l’equilibrio si rompe, non resta che un bilancio di massa negativo: più fusione di quanta ne possa “compensare” la stagione fredda.
Riparto, e la valle mi guida tra dossi e conche. In certi tratti la pendenza sembra più scoperta: come se il terreno fosse rimasto senza la sua coperta antica. È lì che mi colpisce la prima conseguenza che avevo letto e che ora vedo con gli occhi: l’assottigliamento. Non lo misuro in numeri, ma lo riconosco nella forma. Dove il ghiaccio dovrebbe essere dominante, invece la roccia affiora con più decisione. Dove mi aspetterei una continuità compatta del fronte glaciale, trovo una transizione più spezzata, più fragile.
A ogni curva faccio i conti con ciò che l’altezza nasconde e che il sole rivela. Penso all’energia, al modo in cui la luce “lavora” sulle superfici: se la neve non resta a lungo bianca e riflettente, se assume toni più scuri o viene coperta da detrito, allora l’albedo cambia e la superficie assorbe più calore. Mi sembra quasi di sentire la differenza tra una valle che “rimbalza” la luce e una valle che la trattiene. Il ghiacciaio, allora, non perde soltanto ghiaccio: perde tempo, perde giorni di tregua, perde possibilità di recuperare.
Continuo a camminare e arrivo vicino a una zona dove la presenza del ghiaccio sembra ritirarsi come una marea più povera. Il fronte non è un muro: è una storia di arretramento. E capisco che la parola “ritirata” non è drammatica per scelta—è precisa. La frontiera del ghiacciaio avanza solo quando l’accumulo riesce a superare la fusione; altrimenti si sposta indietro, più in alto, più in là. Quello che prima era vicino ora è lontano, e lo spazio che si libera diventa un nuovo terreno da imparare.
Mi accorgo di un’altra cosa, sottile ma costante: dove finisce il ghiaccio, cresce una trasformazione a catena. L’acqua che sgorga non lo fa con la stessa regolarità che immaginavo. Non è solo “meno acqua”: è diversa. Più variabile, più legata all’ondata di caldo della stagione. In testa mi torna l’idea che il ghiacciaio sia stato per anni un serbatoio. Quando il serbatoio si riduce, l’estate non si limita a diventare “calda”: diventa anche più instabile.
Cammino ancora. La montagna, intanto, mi osserva senza battere ciglio. La vedo da ogni lato, massiccia e immensa: la vetta del Monte Bianco è lì, sopra di me, come uno sguardo che non consola e non giudica—semplicemente misura il tempo. Sento la sua presenza anche quando non la guardo direttamente, perché ogni ombra e ogni parete orientata verso il sole mi restituisce la stessa lezione: qui i dettagli contano. L’esposizione, l’ombreggiamento, la conformazione del terreno cambiano la quantità di calore che arriva. Il ghiacciaio non risponde “in generale”: risponde al singolo giorno, al singolo versante, al modo in cui la luce lo colpisce.
Mi fermo ancora. Osservo le tracce di quello che c’era e che adesso non c’è più: piccoli segni del passato, superfici che sembrano recenti perché la vita non ha ancora imparato a costruirci sopra. E mentre guardo penso alle conseguenze che prima erano solo concetti: terreno più esposto, più instabile, più vulnerabile. Non è che le frane arrivino “da sole”, ma capisco che quando una massa come il ghiaccio si ritira, lascia dietro di sé una nuova condizione del suolo, un diverso modo di reggere e di cedere. Anche la montagna, a quel punto, ricomincia a cercare equilibrio.
Riprendo il sentiero e la valle si allarga davanti a me come una pagina su cui qualcuno sta scrivendo con inchiostro caldo. Non vedo un disastro improvviso: vedo una trasformazione lenta che, proprio perché è lenta, spesso viene ignorata. Ma io ora la leggo nel movimento dell’acqua, nella geometria che cambia, nelle superfici che si abbassano e nelle frontiere che arretrano.
Quando finalmente mi volto, il Monte Bianco domina ancora l’orizzonte. Non mi sembra più soltanto una meta. Mi appare come un testimone: una presenza che vede il cambiamento anche se io non ho la pazienza di misurarlo. E mentre continuo a camminare, penso che la cosa più inquietante non sia solo che i ghiacciai si ritirano—ma che lo fanno mentre noi guardiamo altrove. Io, invece, ho smesso di accelerare. Ho rallentato il passo per far parlare i dettagli.
Camminando, però, non potevo restare solo nel “tempo lungo” della fusione. A un certo punto la valle mi costringe a pensare anche al tempo corto: quello in cui basta un giorno sbagliato perché una struttura fragile ceda.
Arrivo verso la zona in cui la Tour Ronde si impone con la sua verticalità, e mentre la guardo mi viene da collegare quello che ho visto dalla valle: il ghiaccio che arretra, il suolo che cambia consistenza, l’acqua che trova nuove vie. Un ghiacciaio non sparisce “in silenzio”: lascia indietro una specie di transizione, uno spazio dove la roccia si ritrova più esposta e meno protetta da ciò che prima la teneva stabile—termicamente e fisicamente. E in quel passaggio, tra temperature che oscillano e terreno che si riplasma, le pareti diventano meno prevedibili.
In questi giorni, poi, mi raggiunge la notizia del crollo alla Tour Ronde. Non la sento come uno spettacolo distante: la sento come una conferma dura. Mi viene in mente che i versanti deglaciati possono diventare più suscettibili a frane, distacchi e crolli—non perché “arrivi la catastrofe per magia”, ma perché cambiano le condizioni che reggono la montagna. L’acqua entra dove prima non entrava o non restava; il gelo-disgelo lavora diversamente; le fratture che magari erano “tenute” da ghiaccio e condizioni più fredde, adesso possono trovare un innesco più facile.
Io continuo a camminare più piano. Ogni passo non è più solo osservazione: è prudenza. Guardare la Tour Ronde, adesso, significa anche guardare il rischio, leggere i segnali che la montagna dà quando non è più uguale a prima. E capisco che quello che chiamavamo “effetto a valle” non è solo idrologia o paesaggio: è anche la stabilità che si riscrive.
E in alto, la vetta del Monte Bianco continua a sovrastare tutto—ma la sua presenza, invece di restare astratta, diventa un promemoria: il sistema è unico, anche se noi lo raccontiamo per parti. Ghiaccio che perde equilibrio, roccia che cambia comportamento, acqua che scorre dove trova strada, e poi, a volte, un evento improvviso che sembra “di colpo” solo finché non ti accorgi quanto tempo ci ha messo il cambiamento ad accumularsi.
E così la Val Veny diventa un racconto che cammina: io cammino, osservo, collego le cause agli effetti, e in alto , sempre, la vetta mi ricorda che il paesaggio non è uno sfondo. È un fenomeno vivo, che reagisce giorno dopo giorno, proprio mentre io passo oltre.
Il giorno dopo salgo in funivia a vedere il ghiacciai sotto la punta Helbronner.
Cammino e mi ritrovo davvero addosso alla storia: sono sul ghiaccio, scendendo dalla ripida scaletta dell’arrivo della funivia. Il mondo, qui, non è più fatto solo di colori e forme; è fatto di contatto. Ogni passo sul manto glaciale sembra dire: attenzione, qui la montagna è in movimento anche quando sembra ferma.
Sotto di me, la luce scivola sul bianco come su una superficie che non è mai davvero “stabile”. Mi fermo un momento, respiro, e mi accorgo che il freddo non è un’idea: è una condizione che cambia. Penso a quello che avevo collegato in valle, il bilancio di massa, e adesso lo capisco con il corpo. Se l’inverno non accumula abbastanza, se l’estate consuma troppo, il ghiacciaio non “soffre” soltanto: si assottiglia, perde altezza, ridisegna la propria geometria. E la geometria, quando scendi, diventa immediatamente evidente: le pendenze sembrano più “scoperte”, le distanze che avevi in mente non coincidono più con ciò che i tuoi occhi misurano.
Continuo a scendere. Il percorso mi porta a osservare le transizioni: dove il ghiaccio finisce e l’aria diventa più piena di roccia, dove la superficie non è più un grande piano ma una somma di fragilità—crepe, variazioni di consistenza, piccole discontinuità che prima forse erano coperte. Mi viene in mente che la “ritirata” non è soltanto arretramento del fronte: è anche sparizione di tutto ciò che rende il ghiacciaio un corpo compatto, è la progressiva perdita di quel margine di prevedibilità che la montagna aveva finché aveva ghiaccio abbastanza.
A tratti l’acqua mi sfiora senza passarmi addosso: la sento più che vederla, come un lavoro paziente che trova fessure, canali, vie preferite. Ed è lì che la testa torna all’effetto a valle: non solo meno acqua nei periodi di magra, ma acqua che arriva con un’altra cadenza. Il ghiacciaio, quando si riduce, smette di comportarsi come una riserva regolare e diventa qualcosa di più irregolare, più legato alle ondate di calore. È come se la valle cambiasse ritmo e io, scendendo, ne diventassi il metronomo involontario.
Mi fermo di nuovo e alzo lo sguardo. La vetta del Monte Bianco è ancora lì—non distante come una cartolina, ma presente come un giudice silenzioso. Mi sembra di capire che il “tempo” del ghiacciaio non è il nostro: il Monte Bianco non invecchia in anni, ma in decenni; eppure, ogni volta che cammino, mi accorgo che qualcosa si è spostato anche nel mio sguardo. Il paesaggio non sta fermo, sta solo cercando un modo discreto per dircelo.
Poi arriva la parte che rompe la tranquillità del pensiero lungo del crollo alla Tour Ronde. Non lo immagino come un fulmine nel cielo: lo colloco, nella mia mente, dentro la catena di cambiamenti che ho appena attraversato con i passi. Se il ghiaccio si ritira e lascia dietro di sé un terreno diverso, se le condizioni che tengono insieme pareti e fratture cambiano, allora la montagna non “decide” in un attimo—ma può permettere, nel momento sbagliato, ciò che prima era meno possibile.
Riparto, più attento. Non perché il ghiacciaio “fa paura” in modo generico, ma perché capisco che qui ogni dettaglio conta: l’orientamento della luce, la velocità con cui si modifica la superficie, la possibilità che certe strutture diventino più instabili non per una sola causa, ma per una somma. La prudenza, adesso, non è solo buonsenso: è lettura del territorio.
E mentre scendo da Punta Helbronner, continuo a far lavorare due piani nella stessa scena: da una parte la trasformazione lenta che porta alla ritirata dei ghiacciai e al cambiare del regime dell’acqua; dall’altra l’improvviso possibile che arriva quando le condizioni di stabilità vengono erose. Il Monte Bianco resta sopra di me, come una domanda che non finisce: quanto velocemente credi che io cambi?
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Fabrizio Laddago
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