Se, socchiudendo gli occhi, nel mezzo del nostro gran “fiume” o dall’alto dû Pizz’i Maruzzu a Limbia o dal piano di Nicoletta a Milici o dalla groppa di Grassorella, ci si allontana per magia dal mondo moderno, dai rumori delle sue auto, dalle enormi e inutili caserme che – sconsiderati – abbiamo edificato in cemento armato, calde d’estate e fredde d’inverno, dal linguaggio ormai a misura di omologazione televisiva; se ci si allontana – dicevo – da tutto questo e si guarda la Valle amplissima e poi, miracolosamente, si portano indietro di secoli i raggi della ruota del tempo, forse si vedranno comparire in lontananza fantasmi di cavalieri illustri, di armati con stendardi crociati e vele latine sull’orizzonte del mare azzurrissimo.
Gli elementi per tale esercizio di fantasia non mancano e sembrano trovare concretezza già nei nomi dei luoghi: MILICI, RHODIS, PATRIS, CATALÌMITA, CALAMILÌA, CATALANO, BAFÌA, MUSTAGO, SAN GIOVANNI dell’OSPEDALE, MACEO, SOLARÌA, LONGANE, ARTEMISIA; alcuni di suono vagamente greco e inutile sarebbe indugiare se sia quello antico o bizantino o della rinascita basiliana dopo la liberazione normanna della Sicilia dal dominio islamico. Meglio chiedersi se tanti nomi raccolti in così breve spazio si trovino solo per caso, oppure… È da molto che ci penso e tra i sogni ne cerco qualcuno che si concretizzi finalmente magari nella storia scritta in un documento o in un libro o, meglio ancora, scolpita su una pietra. Ciò perché la nostra Valle, a ben guardare, non è un deserto per miraggi lontani e popolata di soli fantasmi: io credo, infatti, che le Croci dei Cavalieri di Malta a Milici, la Cresia Vecchia nel fiume, la statua di San Bartolomeo e della Madonna del Lauro, i dipinti, certi nomi di luoghi, la devozione ad alcuni Santi, le tradizioni orali, le preghiere popolari in dialetto e le stesse leggende possano farsi tessere multicolori di un vero grande mosaico che non ha ancora trovato il compositore paziente, maestro mosaicista.
Così, cominciando dai CAVALIERI a Milici, poco sappiamo di essi che pure e sicuramente ebbero dimora nelle nostre contrade: lo dicono le CROCI di Malta ma anche i nomi di RODI e SAN GIOVANNI dell’OSPEDALE. Le Croci sono almeno cinque: due nella chiesa di San Rocco, una sulla facciata e una, recentemente scoperta, scolpita sulla pietra di un altare; un’altra sullo stemma del Palazzo del Priorato, una alla fontana del biviere del giardino, un’altra nella chiesa di santa Maria e una quinta è dipinta alla base di un quadro del Crocifisso della stessa chiesa. Sono del periodo successivo al trasferimento dei Cavalieri nell’Isola di Malta, 1522. Com’è noto, questi, costretti a sgomberare dalla Terra Santa sotto la pressione violenta dell’Islam, salparono da San Giovanni d’Acri, 1291, loro ultimo baluardo, e si trasferirono a Cipro, a Rodi nel 1308 e poi definitivamente a Malta.
Ma perché proprio a MILICI? Questo è un mistero, come tanti ce ne sono, piccoli e grandi, irrisolti intorno alla storia dei nostri Paesi. E tuttavia Milici a me sembra un luogo preciso quasi privilegiato per un Castello o una Casa dell’Ordine: sollevato a mezza collina, accessibile e dominante la nostra Valle e la Piana fino al mare e il promontorio milazzese come ben si vede dalla bellissima finestra panoramica nella facciata Nord del Palazzo del Priorato nel piano di Santa Maria; da quella finestra potevano cogliersi in un colpo d’occhio gli eventuali segnali di fuoco accesi sulla torre di vedetta del Castello di Milazzo. Non toccando l’antichità perché in tal caso dovremmo spiegarci – altro mistero da sciogliere – il “delubro dell’antica superstizione che riconoscesi dai ruderi” citato dall’abate Vito Amico nel suo “Lexikon Topographicum Siculum” del 1757, di cui, esile resto, rimane forse la leggenda popolare dei “diavoli” che sul Pizzo di Ferri volevano costruire un “mungipeddu”, cioè una “fortezza” (un “tempio”?), la storia sicuramente conosciuta di Milici possiamo cominciarla con l’8 marzo 1211. Questa è la data certa di un diploma dove c’è scritto che il nobile Ermanno di Striberg, Conte di Gesualdo, donava all’Ospedale e Casa di Messina il casale di Milici con boschi e terre coltivate e incolte, gli acquedotti con tutti i relativi tenimenti e pertinenze. L’anno dopo un altro diploma del mese di gennaio, Federico II in persona, Re di Sicilia, poi Imperatore di Germania e del Sacro Romano Impero confermava la donazione. A questo punto, da professorino (traduco il rodioto “prufissureddu”!) di Storia e di Italiano, mi faccio, sottovoce, trepide domande più grandi della mia piccola persona: passò nelle nostre contrade l’Imperatore, “stupor mundi”, magari a caccia col falcone? E il suo segretario Pier delle Vigne venne a Milici? E “a Storia dâ Vigna” che qualche pastore o contadino milicioto, ancora qualche secolo fa, conosceva e cantava nei campi, ha qualche aggancio con le mie domande? Ancora un altro mistero! È meglio, però, non meravigliarsi troppo se penso delle cose astratte perché è Milici che fa galoppare la mia fantasia: qualcuno raccontava, infatti, che il Piano di Santa Maria in antico fosse un luogo “franco”, cioè avesse il “privilegio” di accogliere e proteggere nel suo perimetro i perseguiti dalla legge, innocenti o colpevoli che fossero; cose di un tempo lontano e incomprensibili per noi che, imbevuti di egualitarismo, nel bene e nel male siamo figli della Rivoluzione del 1789; e proprio a Milici ho potuto sentire dalla viva voce della signora Carmela Rossello, morta all’età di cento anni, ne “U Rrusàriu dî centu Cruci” la frase “pensa [qui ognuno diceva il suo nome] ca-mmurìri e supr’ô nfil’i capiddu a-ttrapassari” (a Mandanici, “supra un pirìculu ponti a-trapassari”); lo stesso simbolismo del “capello” e del “ponte”, a detta di Franco Cardini, illustre medievista fiorentino e autore di pregevoli libri di storia, era inserito in preghiere toscane che risalivano al Medio Evo, cioè l’epoca in cui visse il Segretario del “nostro” Imperatore; e non basta: in una “Salve Regina”, recitata dalla stessa donna Carmela, c’è la frase “sti turchi e sti francisi ndi vonnu rruvinari” dove quel “francisi” non può che fare sicuro riferimento – come, del resto, altrove in Sicilia in diverse canzoni – ai…Vespri Siciliani, 1282! Si tenga presente che è una “Salve Regina” completamente diversa, e che a me pare più antica, di quella recitata dalla signora Carmela Calcagno-De Pasquale (1921-2005) a Rodì. Immagino che ciò sia potuto accadere perché in quel piccolo “borgo”, raccolto alle falde della montagna, in passato dovettero risiedere personaggi di rilevanza storica che il tempo e l’incuria hanno, purtroppo, sepolto nell’oblio.
Rimettendo i piedi per terra e e restringendo il discorso, dobbiamo chiederci se la Casa e l’Ospedale di Messina siano dei Cavalieri Gerosolimitani poi di Cipro, di Rodi e di Malta. Sì, lo sono e allora ciò può significare che essi a Milici vi arrivarono ben prima del sec XVI anche se le Croci sono “di Malta”, cioè posteriori al 1522. E il “SAN GIOVANNI dell’OSPEDALE”? Intanto la specificazione “dell’Ospedale” fa richiamo all’Ospedale di Messina a cui si riferisce il diploma del 1211; e San Giovanni, il “Battista”, è Patrono dell’Ordine e a Lui, guarda caso, è dedicata anche una delle due chiese, la più grande e la più antica, a Milici. Ma l’Ospedale di Messina è citato in un precedente diploma del 1208, pubblicato da Antonino Amico, messinese (1586-1641), in cui si legge che il “nostro” Federico II concede e conferma a Garsia, Priore dell’Ospedale di Messina alcune “terre” del territorio di Milazzo. Si può supporre che una di queste “terre” fosse il nostro San Giovanni “dell’Ospedale” presso l’attuale ponte “di rasta” sulla riva sinistra del Patrì-Termini-Maceo, allora probabile territorio di Milici? Che poi Milici e San Giovanni dell’Ospedale fossero nel “Plano Mylatii” non deve meravigliare perché questo comprendeva non solo la Piana e la sua continuazione fino a Oliveri ma anche i monti di Novara, Bafia, Fantina e Fondachelli. E San Giovanni dell’Ospedale nei secoli dovette essere un luogo frequentato, ciò ben prima dell’istituzione della vicina grande fiera di Termini; vi è legata una popolare devozione che in passato si praticava in tutta la zona: venivano portati i bambini perché guarissero da malattie e crescessero sani; io stesso vi sono stato condotto per mano da mio padre nei primi anni 50 come lui, sicuramente, vi fu portato da sua madre durante la sua infanzia. E visto che di devozione popolare stiamo parlando, viene a buono il discorso sul San Rocco di Milici (16 agosto), protettore contro il “mal di peste”, e la Santa Croce di PORTO SALVO (3 di maggio). Là raccontavano che la “Santa Croce” – più di sicuro, una reliquia di Essa – si trovasse a Milici e che i milicioti avessero concluso una sorta di scambio coi portosalvoti che avrebbero ceduto loro la statua e la festa di San Rocco, avendone avuto in cambio la preziosa reliquia e il permesso di celebrare la ricorrenza il tre di maggio; fu comunque usanza a Milici, a Rodì e altrove nella Valle, fino a tutti gli anni 1970, che all’alba del 3 di maggio, “Festa del ritrovamento della Santa Croce”, si segnasse presso le porte delle case e con foglie di sambuco, una grande Croce; cosa che io allora ho potuto fotografare. Ci domandiamo: la “Santa Croce” era un frammento del Legno, rinvenuto da Sant’Elena, madre di Costantino, sul Golgota, portato a Milici dai Cavalieri che in Palestina c’erano stati e che con questa avevano sempre stretti contatti? E ancora: c’è qualche relazione tra Porto Salvo (il nome significa che il Termini-Maceo fin lì fosse navigabile?) col San Giovanni dell’Ospedale che si trova proprio di fronte, sul lato sinistro del fiume? L’epoca dello scambio della reliquia della Croce col San Rocco – al solito – non la conosce nessuno; è da supporre, però, che sia la fine del 1600 (forse in occasione di qualche peste?) visto che la chiesa di San Rocco a Milici fu terminata nel 1750; in essa esistevano fino ad anni fa, due formelle con due piccoli affreschi, una – io la ricordo – rappresentava San Rocco in prigione o in un romitaggio col famoso cane che gli portava il pane, l’altra, purtroppo, è scolorita e non si legge più. Chi è l’autore?
E il nome “RODI” e la misteriosa “CRÈSIA VECCHIA” non ci dicono nulla? E l’imponente statua di SAN BARTOLOMEO? Di questa sappiamo che con molta probabilità fu opera di Andrea Calamech che l’avrebbe finita di lavorare nel 1579, otto anni dopo la battaglia di Lepanto, 7 ottobre 1571; ma San Bartolomeo è Patrono di Lipari da dove partirono un certo Jacopo Schisano, un Giovanni de Monica e un Domenico de Agostino, “forzato”, i quali combatterono a Lepanto sulla galera “Patrona di Sicilia”, “né essi saranno stati i soli”, scrive Giuseppe Arenaprimo nel suo libro “La Sicilia nella battaglia di Lepanto”, Principato, Messina, 1892, pp. 100/101. Forte di questi appigli più e meno storici io – come spesso mi accade – chiudo gli occhi, faccio correre la fantasia e mi pongo la bella domanda: liberi o “forzati” che fossero, su quella nave, oltre ai liparoti, gente qualificata di mare, ci furono uomini serventi ai remi, al sartiame e alle vele o combattenti anche del “Plano Mylatii” e, segnatamente, della Valle del Patris, di Rhodis e di Milici? La ipotesi non è del tutto fantasiosa perché, essendo Rhodis, dice il Pirro (1733), “una commenda dell’Ordine di San Giovanni”, cioè dei Cavalieri, viene facile pensare che questi vi abbiano potuto reclutare anche uomini per combattere contro i Turchi o servire sulle navi. E perché San Bartolomeo, Patrono di Lipari, lo divenne anche della nostra Rhodis qualche anno dopo Lepanto? Forse quel Mìnico Policza, sicuramente rodioto perché “de terra Castriroy alis”, che, come è scritto, ne commissionò la “nostra” grande statua, fu imbarcato e combattè anche lui sulla “Patrona di Sicilia”? Saperle, queste cose, sarebbe di grande soddisfazione per noi che siamo non solo curiosi di Storia ma soprattutto ci sentiamo difensori della identità e delle nostre radici cristiane oggi in grave pericolo di dispersione e dimenticanza. E le decime del frumento dovute da Solaria alla Chiesa liparitana di cui ci riferiscono gli amici Andrea Zanghì e Salvatore Sottile nello studio “Da Artemisia e Solaria a Rodì Milici”, c’entrano qualcosa con le mie fantasticherie? E il trasporto nell’Isola del Corpo del Santo Apostolo scorticato vivo proveniente dall’Armenia e della Statua a Rodì con uguale “miracolo” dei buoi, puntualmente raccontato da tutti i nonni ai nipoti? E le invocazioni al Santo – “e chiamàmu u Liparotu! E chiamàmulu chi nd’aiùta! San Bbattulunèu, ventu, ventu!” – sull’aia da parte dei contadini rodioti affinché mandasse “a bbòlia” per spagliare il grano? E la devozione alla Madonna del Rosario, che nella Cristianità ebbe inizio nel 1571 dopo la vittoria crociata per mare, a Milici con una imponente statua in marmo, la cosiddetta “Madonna del Lauro”, e con la “Sorellanza” e a Rodì con un’altra statua di cui non conosciamo l’epoca precisa e l’autore?
Come si vede, i miei fantasmi che tentano di prendere carne e diventare persone sono molti; ma anche le tessere, alcune più sicure altre meno, del mosaico sembrano molte e sparse un po’ dovunque e in apparente disordine nella nostra Valle e lungo i giardini di palme e di aranci olezzanti di zagara in primavera ai bordi del gran “fiume”; Melo Freni con la fantasia della sua “Longane” direbbe “frantumi d’anni” nelle “pietre del torrente”. Simili a fili colorati dell’ordito – “a tisata” – che nel telaio attendono la mano esperta di una tessitrice come molte in passato ce ne furono nei nostri Paesi (“na picciòtta n-còcciu d’oru chi fa-gghìri la navetta di gran volu”, è detta in una bellissima poesia di donna Tura Barresi), le tessere aspettano da secoli un maestro mosaicista che le componga, magari un giovine appassionato e valoroso che ne faccia una ricerca, meglio una tesi di laurea, meglio ancora un libro come i due ultimi di Nino Quattrocchi di Bafia pubblicati in questi anni… dagli spazi aperti dell’aia antica di Bonina tra Rodi e Milici con Salvatore Torre, mio compagno alle Elementari, e all’ombra grande del gelso, immaginando. Estate 2020
Carmelo Bonvegna
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