La Chiesa tedesca si confronta sul tema della riduzione delle parrocchie


In Germania sono in corso delle profonde revisioni dell’organizzazione pastorale: i motivi sono molteplici, ma tra loro collegati. La diminuzione generale dei fedeli, un numero sempre minore e con una età in crescita di sacerdoti diocesani e dei membri degli ordini religiosi femminili e maschili, la chiusura e la dismissione di molte chiese, da un lato creano disagio e preoccupazione; dall’altro un aumento dei battesimi degli adulti, una sempre maggior presenza laicale femminile e maschile nella gestione amministrativa e pastorale delle strutture ecclesiali, lo studio e l’evoluzione delle strutture territoriali diocesane, un sempre più sviluppato rapporto ecumenico, apportano sentimenti positivi e di speranza.

Nell’ambito del confronto, un problema comune è sicuramente quello delle riforme strutturali che molte diocesi stanno mettendo in atto: vengono ampliate le aree pastorali, attraverso l’accorpamento delle parrocchie, con una riduzione del personale addetto alla gestione. Le domande che sorgono nei fedeli, che vedono scomparire la dimensione locale delle parrocchie, soprattutto nei piccoli centri, possono ingenerare la preoccupazione di veder nascere strutture parrocchiali sovradimensionate, con la perdita della memoria locale, della spiritualità e della forza di coesione territoriale tra i credenti, che temono di disorientarsi, di perdere un contatto forte comunitario. Allo stesso tempo una riorganizzazione territoriale può permettere di sfruttare al meglio i sacerdoti ed i laici impegnati, che si adopererebbero per dare una offerta liturgica più ricca e meno solitaria, generando comunità in crescita, arricchite dall’esperienza storica pregressa.

Monsignor Peter Kohlgraf, vescovo di Magonza, ha offerto a katholisch.de (portale della chiesa cattolica tedesca), una riflessione molto positiva sul cammino di accorpamento delle parrocchie nella sua diocesi, evidenziando come non debba essere vista unicamente come una storia di perdita, ma come occasione di rinascita spirituale ed ecclesiale:

“Non tutte le parrocchie devono continuare a fare tutto; piuttosto, i luoghi possono sviluppare le proprie aree di specializzazione”.

L’evoluzione della vita pastorale, non solo in Germania, ha portato a sviluppare nei fedeli rapporti sempre più diversificati con la Chiesa: la parrocchia non è più il centro esistenziale e spirituale di tutti, la mobilità delle persone, le nuove comunità religiose, l’immigrazione, sono tutti elementi che, secondo Kohlgraf, devono esser considerati nel momento in cui si approccia una rivoluzione della struttura di una diocesi. Il fedele cerca dove ci siano celebrazioni per le famiglie o per i bambini, dove ci siano esperienze comunitarie diverse, dove le liturgie siano animate con il suono dell’organo; ma ci può essere un legame dato dalla cappella dell’asilo nido, della scuola gestita da un ordine religioso o dalla presenza di una associazione caritatevole. Indubbiamente l’esperienza cambia tra le città e le zone rurali, dove la chiesa con il suo campanile sono luoghi identitari, spesso veri centri della vita sociale di un villaggio: in questi contesti molto forte è la sofferenza comunitaria quando un luogo di culto viene abbandonato o subisce una variazione d’uso.

Per il vescovo di Magonza la scelta di istituire 46 aree pastorali, presa nel 2022, che diventeranno tutte attive entro il 2030, permetterà di superare l’attuale momento di crisi delle entità più piccole che non hanno più la capacità di assicurare un servizio pastorale adeguato: erano 134 le associazioni e i gruppi parrocchiali che racchiudevano le circa 300 comunità della diocesi. Per Kohlgraf il “punto di riferimento centrale della vita ecclesiale” dovrà sempre essere l’Eucaristia. Per i fedeli, quelli più lontani e disagiati, sarà sempre più importante apprezzare come l’Eucaristia “possa essere ancora celebrata regolarmente in circostanze mutate e cosa significhi quando viene celebrata con minore frequenza”. Per valutare il processo innovativo non ci si deve “concentrare esclusivamente sulla diminuzione del numero dei sacerdoti”: per il vescovo “l’attenzione non deve essere rivolta solo al sacerdote”, ma è fondamentale che anche i membri battezzati e cresimati si assumano la responsabilità della vita liturgica – nelle celebrazioni della Parola, nei vespri, nella preghiera, nella animazione delle celebrazioni e nel servizio diaconale.

Matthias Sellmann, professore di teologia pastorale presso l’Università della Ruhr a Bochum, nonché esperto di etica sociale e membro del Comitato centrale dei cattolici tedeschi (Zdk), in una intervista rilasciata al portale informativo cattolico “Kirche und Leben” (Chiesa e Vita) ha auspicato un maggiore contatto con le parrocchie e le istituzioni secolari nella formazione sacerdotale. Secondo Sellmann, per i sacerdoti è sempre più necessaria una preparazione approfondita alla vita parrocchiale: “Oggi un sacerdote non può più sottrarsi alla gestione parrocchiale”. Sellmann evidenzia come

a causa della carenza di sacerdoti, in molti luoghi la cura pastorale viene riadattata in modo da poter funzionare anche senza di loro, che partecipano sempre alla vita parrocchiale e locale, ma non con una presenza continuata.

Questo diventa un messaggio ai sacerdoti rimasti: “Questo sistema funziona anche senza di voi”, ma indubbiamente la vita sacramentale delle comunità risulta impoverita.

Per Nikola Banach, liturgista del dipartimento pastorale dell’arcidiocesi di Berlino, le trasformazioni dovranno tenere presenti le realtà territoriali e le differenze geografiche delle arcidiocesi e diocesi tedesche: l’esempio è proprio l’arcidiocesi berlinese, che comprende sia grandi aree urbane, come Berlino, sia rurali con bassa antropizzazione sino alle coste del Baltico, nonché tradizioni religiose molto diverse, con zone a prevalenza protestante, roccaforti cattoliche e comunità religiose ortodosse. Per la liturgista le dimensioni ampliate delle nuove parrocchie se non rappresentano un problema nelle città, nelle regioni rurali pongono la questione di come organizzare e sostenere la vita liturgica e sacramentale in futuro. Per sostenere la vita di fede nelle comunità disperse Banach pone la domanda se “deve essere sempre e solo una messa?”: laddove c’è il sacerdote, egli celebra con consacrazione e comunione, la realtà però è che

in molti luoghi il sacerdote fisso non c’è e non ci sarà più.

L’esperta critica il fatto che altre forme di culto, come le devozioni, le celebrazioni della Parola o i vespri, siano ancora utilizzate troppo raramente: sono esperienze forti di fede che possono unire le comunità nella preghiera, con la guida di laici istruiti e formati, anche eletti dai consigli parrocchiali.

Il dibattito che scaturisce da queste nuove realtà pastorali, che si chiamino macro-parrocchie o accorpamenti parrocchiali, oscilla due poli: la ricerca di nuove forme liturgiche e pastorali che mantengano vivo il culto e la partecipazione dei fedeli sempre attiva e resiliente, nonostante i problemi che nascono anche dall’assenza di celebrazioni eucaristiche regolari, e la questione dell’Eucaristia come centro della pratica ecclesiale. Non ci sono risposte facili ma secondo mons. Kohlgraf la liturgia dovrà essere orientata più fortemente di prima verso le possibilità concrete sul campo e verso la volontà di condividere le responsabilità.


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 Andrea Canton

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