Ci sono libri che arrivano al momento giusto e altri che arrivano nel momento necessario. Genova 2001. Perché c’eravamo, perché ci siamo ancora, pubblicato da Red Star Press, a cura dal Comitato Piazza Carlo Giuliani, appartiene certamente alla seconda categoria. Non soltanto perché cade nell’anno del venticinquesimo anniversario del G8 di Genova, ma perché giunge in un tempo storico nel quale molte delle questioni che animarono il cosiddetto “movimento dei movimenti” sono tornate, con una forza persino maggiore, al centro del dibattito pubblico.
Il rischio, quando si parla di Genova, è quasi sempre lo stesso: ridurre quelle giornate alla loro dimensione tragica e repressiva. Carlo Giuliani, la Diaz, Bolzaneto, le torture, le condanne della Corte europea dei diritti umani, la più grave sospensione dei diritti democratici in Europa occidentale dopo la seconda guerra mondiale. Tutto questo è stato Genova e nessuno può dimenticarlo.
Ma questo libro compie un’operazione diversa e, per certi versi, più difficile. Cerca di riportare al centro non soltanto ciò che accadde, ma soprattutto perché accadde. Perché centinaia di migliaia di persone arrivarono da ogni parte del mondo per contestare il vertice dei grandi della Terra? Quali erano le ragioni di quel movimento? E cosa rimane oggi di quelle analisi e di quelle speranze?
Come il movimento che racconta, anche questo volume rifiuta una voce unica. Curato dal Comitato Piazza Carlo Giuliani, si presenta come un’opera corale che raccoglie il contributo di attivisti, giornalisti, studiosi e protagonisti di quella stagione. La prefazione di Ilaria Bracaglia per il Comitato Piazza Carlo Giuliani apre un percorso che prosegue con le riflessioni di Gian Andrea Franchi, Raffaella Bolini, Alfio Nicotra e Giuseppe Coscione sul pacifismo, le guerre e la necessità della ribellione in un’epoca segnata dal riarmo globale.
Luisa Morgantini affronta la tragedia palestinese e il genocidio di Gaza, mentre Marica Di Pierri, Monica Di Sisto e Giuseppe De Marzo ricostruiscono il filo che lega la critica alla globalizzazione neoliberista alla crisi climatica, alla finanziarizzazione dell’economia e alla crescente ingiustizia sociale ed ecologica. Nicoletta Dosio racconta la lunga esperienza della Val di Susa e della resistenza No Tav; Alessandra Mecozzi ripercorre un quarto di secolo di femminismi resistenti; Italo Di Sabato riflette sul rapporto tra democrazia e autoritarismi; Vittorio Agnoletto sul diritto alla salute; Alberto Zoratti sugli effetti del sistema economico globale sul lavoro; Tomaso Montanari e Norma Bertullacelli sulla crisi dell’università e della scuola pubblica.
Infine, Alessandra Ballerini, Carlo Gubitosa e Lorenzo Guadagnucci chiudono il volume riportando il lettore al cuore di Genova, alla memoria di quelle giornate e alla loro persistente attualità.
Il risultato è un mosaico di sguardi differenti che restituisce la pluralità del movimento dei movimenti e, al tempo stesso, l’unità delle domande che esso poneva e che continuano a interpellarci. La risposta che emerge da queste pagine è semplice e insieme dirompente: Genova non è un reperto archeologico della sinistra radicale e nemmeno l’ultima grande mobilitazione del Novecento. Genova è una chiave per comprendere il presente.
Per oltre due decenni il movimento alterglobal è stato raccontato come un fenomeno incapace di comprendere la modernità, una galassia eterogenea unita soltanto da un generico rifiuto della globalizzazione. La storia, tuttavia, è stata molto meno severa con quel movimento di quanto non siano stati i suoi critici. Una delle intuizioni fondamentali delle mobilitazioni di Genova riguardava la crescente subordinazione della politica ai mercati finanziari e la concentrazione del potere economico nelle mani di soggetti sempre meno controllabili democraticamente.
All’inizio degli anni Duemila queste analisi venivano spesso archiviate come espressione di un anticapitalismo nostalgico. Eppure la crisi del 2008, il collasso finanziario globale e le politiche di austerità che ne sono seguite hanno mostrato quanto fossero fondate quelle preoccupazioni.
Il movimento denunciava un modello economico fondato sulla deregolamentazione dei mercati, sulla libertà assoluta dei capitali e sulla progressiva riduzione della capacità degli Stati di governare i processi economici. Venticinque anni dopo viviamo in società attraversate da disuguaglianze crescenti, da una crisi permanente della rappresentanza politica e da una concentrazione del potere economico e tecnologico che non ha precedenti nella storia recente. Lo stesso vale per la questione ambientale.
Quando a Genova si parlava di sostenibilità, di beni comuni e di limiti ecologici del modello di sviluppo dominante, il cambiamento climatico non occupava ancora stabilmente l’agenda politica mondiale. Oggi viviamo nell’epoca delle catastrofi ambientali, delle migrazioni climatiche e della crisi ecologica permanente. Ciò che allora appariva a molti come un allarmismo ideologico è diventato uno degli elementi costitutivi della nostra esperienza del presente.
Anche sul terreno della guerra il movimento aveva colto qualcosa di essenziale. La critica a un ordine mondiale fondato sulla forza e sulla competizione per le risorse veniva liquidata come il residuo di un antimperialismo novecentesco. Pochi mesi dopo Genova, sarebbe iniziata la lunga stagione delle guerre infinite: Afghanistan, Iraq, Medio Oriente, fino al ritorno odierno della guerra come strumento ordinario delle relazioni internazionali e alla nuova corsa al riarmo che attraversa il pianeta. È qui che il libro riesce nel suo intento più ambizioso: mostrare che il movimento di Genova è stato sconfitto politicamente, ma non è stato smentito dalla storia. Le sue analisi, al contrario, sono diventate il paesaggio dentro il quale oggi viviamo.
Per questa ragione il volume rifiuta qualsiasi tentazione commemorativa. Non c’è nostalgia nelle sue pagine. Non c’è l’idea di celebrare un’epopea perduta. C’è, piuttosto, il tentativo di interrogare il presente a partire da una sconfitta che continua ancora a produrre domande.
Perché il movimento che aveva intuito così tante delle contraddizioni del nuovo secolo non è stato ascoltato? Perché la politica ha preferito considerarlo una minaccia anziché un interlocutore? E perché le classi dirigenti hanno scelto la strada della repressione invece di confrontarsi con le questioni poste da quella mobilitazione? Sono domande che diventano ancora più urgenti se guardiamo al secondo grande tema che attraversa il libro: la trasformazione della democrazia e del rapporto tra Stato e conflitto sociale.
A Genova non si consumò soltanto uno scontro di piazza. Si manifestò un mutamento più profondo: il passaggio dalla concezione del conflitto come elemento fisiologico della democrazia alla sua rappresentazione come problema di ordine pubblico. La costruzione della zona rossa, la militarizzazione della città, l’uso di strumenti eccezionali e la criminalizzazione del dissenso anticipano molte delle tendenze che caratterizzano ancora oggi le democrazie occidentali: le zone rosse permanenti, l’espansione dei poteri di polizia, le misure preventive, la neutralizzazione anticipata del conflitto, la crescente difficoltà di esercitare il diritto di manifestare. Da questo punto di vista, Genova è stata un laboratorio. Non il luogo nel quale tutto ha avuto origine, ma il momento nel quale alcune tendenze si sono manifestate in modo così evidente da rendere impossibile ignorarle.
Forse la metafora più efficace per descrivere il movimento di Genova è quella della Cassandra della mitologia greca: la figura condannata a vedere il futuro senza essere creduta. Il movimento dei movimenti aveva intravisto l’aumento delle disuguaglianze, la crisi della democrazia rappresentativa, il potere crescente della finanza, la devastazione ambientale, il ritorno della guerra e la riduzione degli spazi di partecipazione democratica.
Non era una profezia. Era un’analisi. Ed è proprio questo che rende “Genova 2001. Perché c’eravamo, perché ci siamo ancora” un libro necessario. Perché ci ricorda che quelle giornate non appartengono soltanto al passato. Continuano a interrogare il nostro presente e, forse, anche il nostro futuro.
La domanda che attraversa queste pagine, in fondo, è molto semplice: se gran parte delle ragioni di quel movimento si sono rivelate fondate, se molte delle sue paure si sono trasformate nella realtà che abbiamo davanti agli occhi, allora non dovremmo chiederci soltanto perché eravamo a Genova venticinque anni fa.
Dovremmo domandarci perché, oggi, ci siamo ancora.
(4 – continua)
#Adessonews seleziona nella rete articoli di particolare interesse.
Se vuoi leggere l’articolo completo clicca sul seguente link
redazione
Source link



