La proiezione di dodici film, otto incontri con registi, storici, scrittrici o testimoni d’epoca e due spettacoli. È Attraversando quei corpi: Moro e Pasolini, i fantasmi della nostra Storia, progetto di ERT, avvenuto tra Modena e Bologna. I due spettacoli, Il male dei ricci e Con il vostro irridente silenzio torneranno nella prossima stagione, in giro per l’Italia. Recensione
Fabrizio Gifuni entra dal lato del palco posto alla mia destra sia venerdì, prima de Il male dei ricci, che sabato, giorno in cui vedo Con il vostro irridente silenzio. Si porta in ribalta, luci alte in platea, saluta il pubblico con un sorriso che diventa un ghigno timido, il gesto veloce d’una mano, la testa ondulata per dire «grazie» agli applausi preventivi, le sopracciglia inarcate, la fronte grinzata appena. Camicia bianca e scarpe beige/marroni sia venerdì che sabato, pantalone marrone casual con Pasolini, grigio gessato e giacca con Moro, parla facendo contesto didascalico, ciò che nei testi di Shakespeare svolge il coro per intenderci, spiegando a chi non c’era o era già nato ma non ricorda più, in che punto della Storia ci troviamo, chi sono le figure, cos’è accaduto e chi fu Pasolini, quando pubblicò Ragazzi di vita, cosa sostenne sulla deformazione antropologica e culturale dell’Italia e (il giorno dopo) chi fu Moro, quanto scrisse, a chi si rivolse e le costole rotte, il sequestro, le carte ritrovate. D’entrambi dice «l’angosciosa solitudine», il senso «d’allarme», la «difficoltà nel farsi capire»; d’entrambi narra lo spasmo cristologico (di Calvario parla Moro, di martirio Pasolini), rileva la chiarezza della prosa (dissero l’abisso con frasi lucide perché lo scorgessimo anche noi), parla infine di sisma cadaverico per cui la loro morte fu non l’inizio dello sgretolamento ma la scossa che mise in luce le fondamenta già marce del Paese. Intanto lo guardo aggrappandomi ai dettagli. La voce che ha un tono roco interno, l’indice e il pollice portati alla barba del mento e che ha ai lati della bocca, il piede destro tenuto più largo del sinistro, gli occhi che badano anche al fondo della sala, le dita della destra con cui palpeggia l’orlo della camicia. Gifuni qui è ancora Gifuni penso, e a confermarmelo è la frase «adesso vi lascio», che adopera in entrambi i casi terminata la premessa. Come a dire «vado altrove» o «in qualche modo, d’ora in poi, io smetto d’esistere». Quindi saluta, respira e retrocede.
La pedana rialzata perché la visione sia più agevole, un velo per sfondo cromatico (l’arancio intenso della spiaggia d’Ostia con Pasolini, per esempio; i blu scuri e i neri notturni della prigionia per Moro) e un rettangolo fatto di fogli posti l’uno accanto all’altro, a definire la scrittura come luogo frequentato, e con cui Gifuni ci dice che al suo interno è un’altra cosa: lì la parola prende peso, l’aria s’addensa mentre il ritmo corre o rallenta alla bisogna. Occhio al lato anteriore del rettangolo però: ne Il male dei ricci è interrotto e presuppone dunque l’uscita mentre è chiuso il giorno dopo perché le quattro righe facciano da cella, gabbia, tumulo.
A sinistra testo e leggio; a destra una sedia per Pasolini, sedia e scrivania per Moro. Oltre-rettangolo ne Il male dei ricci dieci poltrone teatrali rosse posizionate per micro-gruppi definiscono lo spazio saggistico rispetto a quello narrativo: dentro s’evoca la Roma di Ragazzi di vita, fuori (percorrendo il resto del palco o usando il golfo mistico) s’argomenta con gli interventi dell’ultimo PPP: dalla lettera a Calvino del ’74 (Quello che rimpiango) a Bisognerebbe processare i gerarchi DC del ’75, passando per Sviluppo e Progresso, Il mio Accattone in tv dopo il genocidio, Profezia, Ho abiurato la Trilogia della vita, L’antifascismo come genere di consumo, Ampliamento del bozzetto sulla rivoluzione antropologica in Italia o l’intervista rilasciata a Furio Colombo poche ore prima di morire e dunque pubblicata postuma. Sul piano testuale Con il vostro irridente silenzio (edizione Feltrinelli, 2022) conta invece 38 frammenti, 29 da lettere e 9 dal Memoriale, il 68% ha un indirizzo politico, il 32% un destinatario familiare (sette volte la moglie, una volta figlia, figlio, nipote, s’aggiungono testamento e disposizioni minori) e lo spazio non prevede esterno (insomma, si sta solo dentro al rettangolo), se si esclude l’aria che resta sotto un piede alzato mezzo metro, bacino e schiena in bilico dopo tre passi in avanti, quando Moro ringrazia le B.R. per la «restituzione della libertà»; l’interno ha però ventinove fogli sparsi a terra e il copione con davanti un cucuzzolo di gesso: è la pietra sfarinata del muro di Berlino, caduto un anno prima del ritrovamento documentale, è la calce della parete di via Montenevoso dietro cui gli operai impegnati in una ristrutturazione scovano il 9 ottobre del ‘90 i 419 fogli (fotocopie di scritti a mano originali), parte dei quali stiamo per ascoltare, e forse è pure la polvere adagiata dai decenni su parole a cui nessuno ha voluto più badare. Gifuni s’abbassa, ne sgrana i granelli col pollice, indice e medio della destra osservando lo sfarinìo che gli si produce sulle dita, testa china schiena curva, poi s’alza, posa la giacca allo schienale della sedia e giunge al leggio. Con la calma necessaria.

Con il vostro irridente silenzio è stato recensito per Teatro e Critica da Lucia Medri e nel suo pezzo c’è già tutto: l’accumulo dei fogli, la gravità delle parole, l’inchiodamento del prigioniero al palco e la lucentezza verbale con cui Moro definisce le immoralità nazionali e internazionali, la chiamata a correo della DC, l’impressione sacrificale, l’offesa che gli si fa nel definirlo fuori-senno, la solitudine, l’incredulità mentre il tempo lo precipita verso la fine, la rabbia mista a scoramento che si fonde alla dolcezza con cui l’uomo, oltre il politico, s’aggrappa ai ricordi familiari: la semplicità della chiesetta di Montemarciano, i fiori di giunchiglie, l’esame all’università che il figlio deve fare e un braccialetto, le foto del nipote nel cassetto e l’amore, che resta anche a distanza «fermo e consistente». All’oblio cui lo si condanna anche se respira ancora Moro oppone una scrittura forsennata, con cui parla come dal fondo d’una bara: la sensazione a tratti è quella d’un uomo che batte i pugni a voce per farsi udire da chi gli ha già organizzato i funerali. E Il male dei ricci? Anche qui è la scomparsa che domina assumendo i tratti d’un’eliminazione eseguita strada per strada, casa per casa, volto per volto. Gifuni prende il Riccetto come guida e con lui torna a Roma, pre-boom capitalistico. I napoletani che fanno il trucco delle carte, Agnolo, sor’Anita, il biondo, Rocco, Lupetto, sor’Adele, Nadia che scopa e ruba all’unisono e Ponte Bianco, Quarticciolo, i tram, le bici, il Tevere, Testaccio, Tiburtino, Pietralata, le panche scassate e le canne dei recinti, i chioschi dei giornali, il campo dei polacchi alla Torraccia, la fuga dalle guardie, i bagni a mare fatti con la mutanda, stando stretti come mosconi, col sale misto a brillantina che dà l’odore dolcesapido. Nessun’elegia, nessun sentimentalismo – il lavoro sottopagato deturpa gli uomini al tramonto, si sta in troppi in una stanza e si dorme sotto una coperta bruciata dal ferro da stiro, che un’altra non ce n’è – ma la registrazione di una sostituzione etnica feroce, silente e capillare, avvenuta per assuefazione consumistica: così il mondo di prima termina (e ne terminano i lessici, le abitudini, i vizi, gli echi e i vincoli) perché l’altro, dominante, abbia altro spazio per espandersi. Non a caso di Ragazzi di vita Gifuni sceglie secondo, settimo e ottavo capitolo; nel secondo Marcello è in ospedale dopo il crollo delle Scole, tutti sanno che è agli sgoccioli, la madre frigna, gli amici balbettano qualcosa, come ci si dovesse ritrovare poi al campetto e lui comprende, «ma che c’avete?», «ma allora me ne devo proprio annà»; alla fine dell’ottavo a sparire è Genesio che stanco di nuotare è portato via dal fiume, come una foglia, senza un grido, con la testa che gli affiora ogni tanto, così, per poco.

Naturalmente Gifuni compie un doppio discorso sull’odierno, di cui riafferra, stringe, mostra le radici. L’omogeneità estetica ottenuta con l’incidenza delle mode, la spinta prestazionale, la polverizzazione dei vincoli collettivi attraverso l’abitudine all’ostentazione perpetua di sé; l’accelerazione del tempo voluta dal mercato, il bisogno di consenso, le forme di neo-sfruttamento quotidiano e la povertà che, da condizione da sconfiggere, è diventata una vergogna da nascondere: quel che s’ode, anche se scritto cinquant’anni fa, parla al 2026 tanto quanto Moro parla al 2026 quando dice d’influenza americana sui gesti dell’Europa, di soldi nascosti in fondi illeciti, di stampa al servizio dei potenti, di distanza tra il Palazzo ed il Paese. Il «brutale do ut des» per cui «ti do questo denaro perché tu faccia questa politica», la corruzione celata in edilizia, la ferita del mondo arabo, insanabile ma rimossa dal dibattito mentre – se torno a Il male dei ricci – basti l’inizio de Il Processo, con cui Pasolini elenca le sue accuse: «Indegnità, disprezzo per i cittadini, manipolazione del denaro pubblico, intrallazzo con i petrolieri, gli industriali, i banchieri, connivenza con la mafia, alto tradimento in favore di una nazione straniera, collaborazione con la CIA, uso illecito di enti come il Sid, responsabilità nelle stragi di Milano, Brescia e Bologna, distruzione paesaggistica e urbanistica dell’Italia, responsabilità della degradazione antropologica degli italiani, responsabilità della condizione paurosa delle scuole, degli ospedali e di ogni opera pubblica primaria, responsabilità dell’abbandono selvaggio delle campagne, responsabilità dell’esplosione selvaggia della cultura di massa e dei mass-media, responsabilità della stupidità delittuosa della televisione, responsabilità del decadimento della Chiesa e infine, oltre tutto il resto, distribuzione borbonica di cariche pubbliche agli adulatori». Ponendosi, come solo un attore o un’attrice può, all’incrocio delle durate, riannodando cause e conseguenze, ridando spessore al tempo e così impedendo che la Cronaca si prenda il posto della Storia Gifuni porta il passato nel presente perché il presente riconosca il suo passato. E per farlo, posto al centro dello spazio le parole, non ha che uno strumento: se stesso, muscolo per muscolo.

Con le gambe rende incroci, strade, direzioni, piegando ad esempio il ginocchio destro per allargare poi la coscia così portandoci all’osteria che si trova tra la fine del mercato e le pensiline degli autobus. Le gambe le piega quand’il Riccetto sta come in preghiera sulla rena, le stringe facendoci vedere le ragazze al mare, col sesso schiacciato tra le cosce, o le rende pilastri quando il Riccetto c’ha davanti Nadia: che turgido, nonostante blateri, non sa che fare. La marcia verso la guerra compiuta allargando il passo a mezz’aria, i pedalini tolti abbassando la cerniera interna della scarpa destra, il tuffo portando il piede in avanti, le gambe attaccate quando risale dal fiume, che il vento gli gela il corpo ghiacciando l’acqua rimasta sulla pelle (Il male dei ricci) oppure le gambe Gifuni per più di due ore le tiene sul posto (Con il vostro irridente silenzio), i piedi bullonati al centro della cella ma basta guardarlo veramente per rendersi conto dei segni netti e millimetrici: i micro-passi fatti battendo la pianta e con cui dice l’andare corto, impaziente e limitato; le ginocchia flesse quando si rivolge al papa; lo slancio della destra quando invita la DC a destarsi moralmente o l’inizio del crollo fisico («comincio a capire cos’è la detenzione») posizionato nella piega d’un ginocchio così che da quel lato scendano – come i piani d’un palazzo di cui cedono le basi – fianco, braccio, spalla, un pezzo di mascella, l’orecchio, tempia, una parte dei capelli. Quanto alle mani ne Il male dei ricci diventano soldi colati dalle tasche, dicono «zitto» poggiando l’indice sul naso o sono «gli occhi che si muovono per conto loro» con le dita che frizzano come fuochi d’artificio o spermatozoi tra il viso ed il torace. In Con il vostro irridente silenzio la mano fa da piatto da bilancia con sopra i fogli alla frase «capisco come un fatto di questo genere, quando si delinea, pesi», si fa corona artigliata in testa quando allude al «ruolo di capo incontrastato della DC» assegnato a Moro dalla stampa, le mani guidano il copione nel tracciare davanti a sé i binari su cui la strategia della tensione porta l’Italia; le scuse alla moglie allargando le mani, le mani in forma di cappio quando parla del PCI, il «rifiuto del ragionamento» detto battendo il palmo della mano sulla fronte, Nixon che bolla l’eurocomunismo timbrando a mano chiusa l’aria, la carezza di Moro al figlio Giovannino facendo tremare la mano a poco dallo zigomo e il denaro di Rizzoli alluso sfregando i polpastrelli, il gas chiuso girando una manopola, la censura informativa serrando un rubinetto trasparente o l’indice che quasi trapana la tempia per ribadire che Moro è Moro e che la sua stabilità è rimasta intatta. E il volto o la voce?

La risata cupa, il mento in basso, i labbroni gonfiati dalla fame, la bocca piegata nell’angolo destro, l’occhio strizzato e mezzo guercio del napoletano, la faccia con gli ossi acciaccata a martellate e le pupille mosse in discrasia, una in alto l’altra chissà dove sotto la palpebra, se devo fare un esempio carnale, o il «tengo cinquanta sacchi» strascinato come se la lingua fosse una lumaca se mi tocca rendere una vocalità de Il male dei ricci, quanto a Con il vostro irridente silenzio: il volto dietro i fogli, i tratti addolciti con la moglie, i denti digrignati contro la DC e la sottolineatura cristologica dei trentatré anni di matrimonio e di partito, la S sibilo-serpentesca di Sindona, l’«in-tat-to» sillabato perché sia chiaro il suo stato fisico e mentale, «Minerva» calcato mentre pressa il dito nella mano, il tono basso con cui allude al papa, «Beccaria» gridato a un paese che ripristina la pena di morte abbandonandolo, «Memoriale» detto come provenisse giù da un pozzo o dal fondo di una caverna, il «tu» con cui inchioda Zaccagnini alla responsabilità d’averlo voluto come segretario del partito strappandolo (pausa) dalla famiglia, il «senza animosità» calmo, come un’onda ridotta in una schiuma, prima che la sabbia nella clessidra cominci a cascare rapida. È la seconda parte, in cui il dettato sferza, accumula, s’affanna quando la libertà diventa non più questione di giorni ma di minuti: «Dite subito», «fate in fretta», con «la dovuta urgenza», che «le ore corrono veloci» e invece fuori si dibatte, si parlamenta, si cincischia. Qui le lettere si sovrappongo alle lettere togliendosi il respiro, quasi scavalcandosi a vicenda, irradiate in ogni dove, finché diventa chiaro che non c’è braccio teso né salvezza. Resta il tempo per Andreotti detto col tono che merita (freddo, grigio, livido) e per il saluto mandato alla famiglia. Poi il sangue ricada su chi resta, che ci si perde, d’accordo, ma (la voce grave d’eco) si ricordi quel che insegna la tragedia: il morto torna, spesso in forma di fantasma, «come un punto irriducibile di contestazione e di alternativa» alla menzogna. Attraverso il corpo d’un attore.
La ritualizzazione dello spazio definendo a vista l’altrove della visione, la centralità e la verticalità data a parole altrimenti destinate a stare in orizzontale sulla pagina, la personificazione di fatti, snodi e di fenomeni, il peso assunto di ogni figura, che grava sulla forma impressa al fisico, la ricerca (nel profondo) e la resa (verso il pubblico) delle voci, l’importanza delle variazioni di fiato, la mano respirante, la chiarezza perché tutto sia udibile fino all’ultima poltrona e il corpo usato per sparire giacché l’attore non sta mai per sé ma agisce perché altro sia vedibile. Con questo elenco termino l’articolo? O con qualche istante-chiave? Il giro in tondo con cui segna la spiaggia scritta da Pasolini, che è la stessa su cui il poeta viene ucciso, i passi degli Alì dagli occhi azzurri giunti da lontano, la solitudine che diventa un’ombra contro-luce, la perimetratura dall’esterno (ne Il male dei ricci) dello spazio in cui il giorno dopo (in Con il vostro irridente silenzio) le B.R. metteranno in pratica a modo loro il processo alla DC; come si stende accanto alle due lamine di luce, curvo quanto un cadavere pestato; la maniera in cui si chiude sulla scrivania, come fosse nel cofano della Renault. O termino invece con gli applausi, in piedi parte del pubblico, c’è chi ne grida il nome mentre Gifuni, scrollatosi da dentro gli spettri, ristà tra noi, ringrazia, non sorride ma si piega fino a toccare due volte il palco? A che si devono, da cosa sono provocati?
Credo che oltre ogni bravura o prestazione ci sia come un surplus che la platea gli testimonia. Credo gli riconosca la coerenza del percorso, e il modo in cui sta conducendo la sua vita dentro l’arte; forse intravede in lui i segni della vocazione autentica, che non è la spinta dell’inizio ma la conferma di sé a sé compiuta giorno per giorno, nonostante i tempi amari; o forse c’è il sollievo (o la gratitudine) per il rigore mostrato nella pratica, il rispetto dato al mestiere e così dunque al pubblico e per l’azzardo autentico, che non può che passare attraverso lo studio, la disciplina, la serietà.
Alessandro Toppi
Arena del Sole di Bologna – aprile 2026
IL MALE DEI RICCI. DA RAGAZZI DI VITA E ALTRE VISIONI
ideazione, drammaturgia e interpretazione Fabrizio Gifuni
produzione Emilia Romagna Teatro ERT/Teatro Nazionale
CON IL VOSTRO IRRIDENTE SILENZIO
ideazione, drammaturgia e interpretazione Fabrizio Gifuni
produzione Emilia Romagna Teatro ERT/Teatro Nazionale
si ringraziano Maria Buscione e Miguel Gotor per la consulenza storica
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Alessandro Toppi
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