L’eco di Genova un quarto di secolo dopo: la profezia inascoltata dell’altermondialismo e la crisi strutturale del presente
La rassegna della letteratura politica, economica e sociologica fiorita a cavallo tra il XX e il XXI secolo, custodita negli scaffali della memoria e delle biblioteche personali, non costituisce un semplice esercizio di nostalgia per una stagione di mobilitazione giovanile. Al contrario, essa rappresenta l’archeologia di un’alternativa possibile, un compendio di analisi strutturali che la storia successiva ha drammaticamente e tragicamente validato.
L’autore di questo breve ma intenso trattato dal titolo provocatorio, Chiedo scusa se vi parlo del G8 di Genova, è Lorenzo Guadagnucci che ha vissuto sulla propria pelle i tragici eventi susseguiti in concomitanza del G8 di Genova e che molto amichevolmente mi ha fatto dono della sua opera, come una sorta di passaggio ancora valido e vivido di consegne di pace.
L’autore inizia il suo saggio con un’ampia panoramica di analisi sociali e geopolitiche. A 25 anni dal G8 di Genova del luglio 2001, lo slogan “Un altro mondo è possibile” si ripresenta al dibattito contemporaneo spogliato di ogni ingenuità utopica, rivelandosi come una diagnosi precoce, lucida e straordinariamente accurata delle contraddizioni che oggi consumano il pianeta e tutto il sistema al collasso, parlando letteralmente.
La liquidazione di quell’esperienza da parte delle élite politiche, accademiche e giornalistiche mainstream, che all’epoca la liquidarono come un fenomeno transitorio o irrazionale, si rivela oggi come un meccanismo di rimozione deliberata, necessario a giustificare la persistenza di un modello che ha progressivamente eroso le basi stesse della convivenza civile, della democrazia e della sostenibilità ambientale. Insomma di un “Altro mondo possibile” e necessario.
I testi di autori come Naomi Klein, con la sua critica al potere dei grandi marchi e alle privatizzazioni, e Joseph Stiglitz, premio Nobel che analizzò dall’interno i fallimenti delle istituzioni finanziarie globali e internazionali, avevano già allora individuato nella globalizzazione neoliberista e nella deregolamentazione selvaggia i germi di una instabilità sistemica insanabile e di una crisi a trecentosessanta gradi davvero insormontabile.
La successiva transizione verso quello che è stato definito “finanzcapitalismo” ha confermato come la preminenza dell’economia speculativa sulla produzione reale, sui diritti del lavoro e sullo stato sociale non avrebbe condotto al benessere diffuso promesso dai teorici del libero mercato, bensì a una polarizzazione e accumulazione della ricchezza senza precedenti storici e con squallide conseguenze.
In questo contesto, le riflessioni di Susan George e Francesco Gesualdi sulla cancellazione del debito dei paesi in via di sviluppo e sulle asimmetrie del commercio globale non erano rivendicazioni puramente etiche o assistenziali, ma rigorose decostruzioni di un sistema di trasferimento forzato di risorse che perpetuava la dipendenza neocoloniale e la sua abiezione neoliberista a discapito della pace tanto auspicata (e in effetti fattibile, tutt’altro che utopica) da noi attivisti altermondialisti.
Questa costellazione di pensatori illuminati, arricchita dallo sguardo acuto, ecologista e a tratti poetico di intellettuali provenienti dai vari Sud del mondo – come Vandana Shiva nelle sue battaglie per la sovranità alimentare, Eduardo Galeano e il subcomandante Marcos – aveva compreso con largo anticipo che la crisi sociale e la crisi ecologica erano due facce della medesima medaglia.
L’illusione capitalistica di una crescita economica infinita, basata sull’estrazione illimitata di risorse in un pianeta geograficamente e biologicamente finito, veniva denunciata come un vicolo cieco. Vent’anni fa la decrescita e i modelli di sviluppo alternativi venivano derisi come nostalgie pre-industriali; oggi, di fronte a un surriscaldamento fuori controllo, e ai cosiddetti cambiamenti e dissesti climatici e ambientali, alla perdita di biodiversità e all’esaurimento delle risorse idriche e del suolo, quelle tesi rappresentano l’unica base scientifica e politica per la sopravvivenza delle specie terrestri, vegetale, animale e umana.
Allo stato attuale, in un panorama globale segnato da un degrado morale, etico, civile e politico che ha pochi precedenti nella storia recente dell’Occidente, l’attualità di quel pensiero critico, illuminato e alternativo, contro il bieco sistema dominante, emerge per contrasto. La crisi esistenziale contemporanea, caratterizzata da una profonda depressione collettiva che investe l’idea stessa di futuro, è il risultato diretto del rifiuto sistematico di accogliere quelle istanze di cambiamento radicale dello status quo, del degradato sistema imperante.
Il ritorno della guerra come strumento ordinario, accettato e quasi normalizzato per la risoluzione delle controversie internazionali, rappresenta il fallimento più vistoso dell’ordine mondiale emerso dal crollo del muro di Berlino, che vede noi tutti, l’umanità intera, sul crinale del baratro nucleare e in preda all’ecatombe dell’escalation militarista incontrollata e esponenziale, rendendoci ancor più fragili e vulnerabili. Un ordine globale che ha preferito militarizzare i siti strategici e imposto di nuclearizzare le frontiere e investire nel complesso militare-industriale-fossile e nella deterrenza nucleare piuttosto che affrontare le radici sociali e ambientali dei conflitti su larga scala.
Allo stesso modo, l’impianto teorico dedicato allo studio delle istituzioni e del controllo sociale conserva una spaventosa valenza interpretativa. Le analisi sociologiche e politologiche sui corpi di polizia e sulle metamorfosi della gestione dell’ordine pubblico, sviluppate da studiosi come Donatella della Porta e Salvatore Palidda a partire dai tragici fatti della scuola Diaz e di via Tolemaide, non riguardavano solo la cronaca di quei giorni, ma una aberrante attualità. Esse anticipavano la progressiva contrazione degli spazi di dissenso democratico e alternativo e la criminalizzazione dei movimenti sociali a cui assistiamo ancora e soprattutto oggi, nei contesti di azione nonviolenta attuali, dove le risposte penali e poliziesche sostituiscono sistematicamente la mediazione politica e la presunta risoluzione dei bisogni sociali.
In conclusione, la ricchissima produzione teorica e militante del movimento altermondialista non ha fallito nella sua capacità di interpretare il mondo, ma è stata travolta da una restaurazione neoliberista e politica ed economica globale che ha preferito guidare l’umanità verso il collasso ecologico e bellico piuttosto che mettere in discussione i propri privilegi e i propri dogmi più retrivi di una visione del mondo altamente superegoica, deviata e criminale.
Rileggere oggi quei testi e richiamare alla mente i giorni di Genova significa riconoscere che lo slogan di venticinque anni fa non era una formula retorica, ma un avvertimento veritiero aperto e vivo tra noi attivisti che ancora crediamo nel movimento del rinnovamento della nuova e alternativa dimensione planetaria e universale della pace. Un altro mondo non è solo storicamente e materialmente possibile, ma rimane l’unico imperativo etico e politico e morale irrinunciabile se si vuole restituire un senso al concetto di dignità umana e garantire un futuro alle generazioni che verranno.
(NdR) Chiedo scusa se vi parlo di Genova. 25 tesi sull’irruzione del movimento globale, la sua repressione, la sua attualità di Lorenzo Guadagnucci (Ed. Altreconomia, 240 pag. € 18) verrà presentato oggi, 16 luglio, a Piazza Rostagno con Vittorio Agnoletto e Enrico Zucca. Modera Antonio Bruno.
Gli altri appuntamenti genovesi di oggi
– a Palazzo Ducale, Sala del Minor Consiglio (h 15.00-19.00): i vari incontri curati da Fair e The Weapon Watch in tema di: 1) Il mondo tra guerre permanenti e riarmo globale; 2) L’intreccio perverso tra finanza, fabbricanti d’armi, politica;
– Piazza Rostagno, h 18, presentazione del libro Divieto di protestare di Annalisa Camilli in dialogo con Pietro Barabino;
– Giardini Luzzati, 20.30, C’era una volta la guerra, spettacolo teatrale di Patrizia Pasqui con Mario Spallino promosso da Emergency, con CALP e The Weapon Watch.
E anche a Torino inizia oggi al Comala, Corso Francesco Ferrucci 65/a la due giorni organizzata dal Coordinamento Antifascista Torino secondo il programma descritto qui e qui.
(14 – continua)
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