La storia industriale italiana è attraversata da pagine di straordinaria capacità produttiva e di progresso economico, ma anche da ferite profonde che ancora oggi interrogano la coscienza civile del Paese. Seveso, Porto Marghera, Cengio, Casale M, l’Ilva di Taranto rappresentano alcuni simboli di un modello di sviluppo che, troppo spesso, ha considerato la salute delle persone e l’ambiente come variabili subordinate alla produzione e al profitto. Oggi, il dibattito sulla possibile riapertura dell’acciaieria di Bruzolo, in Valle di Susa, ripropone interrogativi analoghi: è possibile creare lavoro senza mettere a rischio il territorio e la salute? Oppure siamo ancora prigionieri del ricatto occupazionale?
Il 10 luglio 1976, una nube di diossina fuoriuscì dallo stabilimento Icmesa di Seveso (MB). Migliaia di persone furono esposte a una delle sostanze più tossiche conosciute, vaste aree vennero contaminate e centinaia di famiglie dovettero abbandonare le proprie case. Non si trattò di una fatalità imprevedibile, ma del risultato di carenze nella gestione della sicurezza industriale, nella prevenzione e nella trasparenza.
Per decenni Porto Marghera (VE) è stato uno dei motori dello sviluppo industriale italiano. Tuttavia, dietro la crescita economica si accumulavano sostanze tossiche, contaminazione da diossine, metalli pesanti e cloruro di vinile (CVM), delle acque e del suolo, esposizioni professionali che hanno provocato malattie e morti tra i lavoratori e conseguenze sull’ambiente lagunare.
La stessa logica ha segnato la vicenda dell’ACNA di Cengio, per oltre un secolo uno dei principali poli chimici italiani. Gli scarichi industriali nel fiume Bormida, l’inquinamento del suolo e delle acque, le preoccupazioni delle popolazioni della Val Bormida e le conseguenze sanitarie denunciate da lavoratori e residenti hanno trasformato quello stabilimento nel simbolo di un conflitto durato decenni tra produzione industriale e diritto a vivere in un ambiente sano. La chiusura dell’impianto non ha cancellato il peso delle bonifiche né quello della memoria di intere comunità che hanno pagato il prezzo dello sviluppo.
Accanto a Cengio, un altro nome continua a ricordarci quanto possano essere devastanti gli effetti di scelte industriali irresponsabili: Casale Monferrato. Qui l’Eternit ha prodotto ricchezza economica per pochi e una tragedia umana senza precedenti par troppi. L’amianto non ha colpito soltanto gli operai dello stabilimento, ma anche familiari, cittadini e persone che non avevano mai varcato i cancelli della fabbrica. Le migliaia di casi di mesotelioma e di altre patologie asbesto-correlate dimostrano come l’inquinamento industriale possa propagarsi ben oltre il luogo di lavoro, trasformando un’intera città in una vittima collettiva. Casale insegna che la tutela della salute non riguarda soltanto chi produce, ma ogni membro della comunità.
Nessun caso rappresenta il conflitto tra occupazione e salute quanto quello dell’Ilva di Taranto. Migliaia di famiglie hanno vissuto e vivono una contraddizione drammatica: difendere il proprio posto di lavoro oppure chiedere una drastica riduzione delle emissioni che incidono sulla salute pubblica, è il baratto tra lavoro e salute.
Ma quel baratto non dovrebbe mai esistere in una democrazia.
La Costituzione tutela contemporaneamente il diritto al lavoro e il diritto alla salute. Non li mette in competizione. Se una comunità è costretta a scegliere tra uno stipendio e la possibilità di non ammalarsi e morire, significa che qualcosa si è rotto nel modo di concepire lo sviluppo industriale.
Quando questi diritti vengono contrapposti, significa che il sistema economico ha fallito.
La prospettiva di riaprire un’acciaieria a Bruzolo riporta queste domande nel presente. Ogni progetto industriale merita una valutazione rigorosa, fondata su dati scientifici, sulla trasparenza delle procedure e sul coinvolgimento delle comunità locali.
Nessuna attività produttiva può essere giudicata soltanto per il numero di posti di lavoro promessi. Occorre valutare attentamente le emissioni atmosferiche, il consumo di risorse, gli impatti sulla salute e sul suolo, gli effetti sulle attività produttive già esistenti, la sommatoria di conseguenze con altre fonti di inquinamento e la sostenibilità complessiva dell’intervento.
L’ innovazione tecnologica, l’occupazione e la tutela ambientale devono convivere, il lavoro e il creato non sono in conflitto.
È proprio qui che la Dottrina Sociale della Chiesa offre una bussola capace di orientare il nostro agire, offre una chiave di lettura che supera la contrapposizione tra economia e ambiente. Fin dalla Rerum Novarum, il lavoro è riconosciuto come elemento essenziale della dignità della persona. Successivamente, Giovanni Paolo II, nella Laborem Exercens, ricorda che il lavoro è “per l’uomo” e non l’uomo “per il lavoro”. Ciò significa che nessuna attività produttiva può compromettere la vita, la salute o la dignità del lavoratore.
Il bene comune non coincide con la semplice somma degli interessi individuali né con il vantaggio economico di una parte. Il bene comune è l’insieme delle condizioni sociali, economiche e ambientali che consentono a ogni persona e a ogni comunità di svilupparsi pienamente.
La destinazione universale dei beni la terra, le sue risorse, l’acqua, l’aria e il paesaggio non appartengono esclusivamente a chi li sfrutta economicamente. Sono beni affidati alla responsabilità di tutti e destinati al beneficio di tutti. L’impresa esercita un diritto importante, ma questo diritto non è assoluto. Deve sempre confrontarsi con il diritto della collettività a vivere in un ambiente salubre e con il dovere di non impoverire il patrimonio naturale che appartiene anche a chi verrà dopo di noi.
La solidarietà, perchè le conseguenze dell’inquinamento non colpiscono tutti allo stesso modo. A pagarne il prezzo più alto sono spesso i lavoratori, le famiglie con minori possibilità economiche, i bambini, gli anziani e le persone più fragili. La solidarietà impone di ascoltare queste voci e di non considerare accettabile che alcuni sopportino i costi sanitari e ambientali mentre altri raccolgono i benefici economici.
Infine la responsabilità verso le future generazioni, uno dei cardini dell’enciclica Laudato si’. Papa Francesco ricorda che la terra è un’eredità ricevuta in prestito: ogni scelta industriale dovrebbe essere valutata non soltanto per i suoi effetti immediati sull’occupazione, ma anche per le conseguenze che produrrà tra venti, trenta o cinquant’anni. Le bonifiche che ancora oggi gravano sulle finanze pubbliche e sulle comunità locali dimostrano quanto sia costoso rimandare la prevenzione.
Nell’enciclica Laudato si’ risalta il concetto di ecologia integrale: la crisi ambientale e quella sociale sono due facce della stessa realtà. Non esiste tutela del creato senza giustizia sociale, né autentico sviluppo economico se ottenuto sacrificando le persone più vulnerabili.
L’enciclica denuncia esplicitamente la “cultura dello scarto”, che considera sacrificabili sia gli ecosistemi sia gli esseri umani quando ostacolano il profitto. In questa prospettiva, inquinare un territorio significa anche compromettere il bene comune, aumentare le disuguaglianze e sottrarre opportunità alle generazioni future.
La custodia del creato non è quindi un lusso per tempi di prosperità, ma un principio morale che deve orientare ogni scelta economica e politica.
Le vicende di Seveso, Porto Marghera, Cengio, Casale Monferrato, Taranto e tanti troppi altri luoghi che hanno causato sofferenze umane ed ambientali irreparabili devono restare ben presenti nella memoria collettiva, per pretendere un’industria che metta al centro la persona, la salute e il territorio.
La vera alternativa non è tra lavoro e ambiente, ma tra un’economia che consuma il futuro e un’economia capace di generare sviluppo sostenibile. La Dottrina Sociale della Chiesa invita a scegliere questa seconda strada: un’economia al servizio dell’uomo, nella quale il lavoro sia degno, la salute sia tutelata e il creato sia custodito come bene affidato alla responsabilità di tutti. Per un cristiano, custodire il creato non significa opporsi allo sviluppo, ma ricordare che ogni scelta economica deve restare al servizio dell’uomo. Il lavoro è un diritto, la salute è un diritto, l’ambiente è un bene comune. Mettere gli uni contro gli altri significa tradire tutti e tre.
Solo così le tragedie del passato potranno diventare una lezione per il futuro, anziché ripetersi con nomi e luoghi diversi.
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