Si può certamente dire che a Torino la memoria di Domenico Sereno Regis (1921-1984) non sia più molto viva, anche se in città si trova un centro studi che porta il suo nome e, sino a non molto tempo fa, esisteva anche una biblioteca civica a lui intitolata.
Di quello che è oggi il centro studi a lui dedicato Sereno Regis era stato, nel luglio del 1982, uno dei fondatori e il primo vicepresidente. A quel tempo il nome per esteso del centro era «Centro studi e documentazione sui problemi della partecipazione, dello sviluppo e della pace». Si trattava, appunto, dell’embrione del centro attuale e il proposito, allora come oggi, era quello di promuovere la diffusione di una cultura della nonviolenza declinata in tutti i suoi aspetti più significativi: sociologico, pedagogico, ambientale, economico, e così via.
Sereno Regis vedrà però soltanto la fase iniziale di questa storia al cui avvio ha contribuito in modo determinante, morirà infatti dopo circa un anno e mezzo, nel gennaio del 1984, all’età di 62 anni. Il Centro verrà allora dedicato alla sua memoria e sarà innanzitutto Nanni Salio, presidente sin dal 1982, a portarlo avanti e a svilupparlo per oltre 30 anni, sino alla sua scomparsa nel 2016.
Bisogna però rilevare, un po’ paradossalmente se si vuole, che in questo centro studi dedicato a Domenico Sereno Regis e ispirato al suo esempio la documentazione archivistica che lo riguarda direttamente è piuttosto limitata. Il fondo Sereno Regis è costituito infatti da un semplice faldone, a questo si aggiungono alcuni altri documenti che a lui rimandano e che sono conservati in altri fondi dell’archivio. Si tratta innanzitutto di carte relative alla questione dell’obiezione di coscienza al servizio militare.
Il tema dell’obiezione e dell’antimilitarismo hanno difatti occupato un posto centrale nel suo impegno civile, dal momento che Domenico Sereno Regis è stato a Torino uno dei protagonisti, tra la seconda metà degli anni Sessanta e l’inizio degli anni Settanta, delle campagne di piazza che chiedevano che il Parlamento italiano approvasse una legge che riconoscesse l’obiezione di coscienza e istituisse la possibilità di un servizio civile alternativo a quello militare. Per il suo coinvolgimento in queste lotte Sereno Regis subì anche un processo, che si concluse con la sua assoluzione.
Il documento forse più suggestivo che lo riguarda tra quelli conservati al Centro Studi Sereno Regis è proprio una foto che lo ritrae durante una manifestazione antimilitarista in favore dell’obiezione di coscienza svoltasi l’11 marzo 1972 a Torino. In questo scatto si può vedere Sereno Regis intento a parlare ad alcuni manifestanti in piazza Lagrange con indosso un cartello che riporta la scritta: «Un aereo costa quanto un ospedale».

Esiste poi un’altra associazione che a Torino conserva documentazione archivistica su Sereno Regis e cioè la Fondazione Vera Nocentini, una biblioteca-archivio legata alla CISL e nata per valorizzare la memoria del movimento operaio e sindacale del mondo del lavoro torinese. Questa documentazione ammonta a 10 faldoni ed è fondamentale per ricostruire un altro aspetto essenziale della vita e dell’impegno di Domenico Sereno Regis, vale a dire la sua appartenenza cristiana. Da giovane, ad esempio, Sereno Regis fece parte del gruppo dell’Azione Cattolica, trovando poi un punto di riferimento ideale in don Primo Mazzolari – alla cui rivista «Adesso» ebbe modo di collaborare.
Va menzionata anche l’esperienza pionieristica con la GiOC (la Gioventù Operaia Cristina). Questa dimensione cattolica di Sereno Regis ebbe modo di dispiegarsi apertamente nel mondo del lavoro – proprio il diritto del lavoro era infatti stato l’oggetto della sua tesi di laurea in Giurisprudenza – e di sfociare nella sua vicinanza ai cappellani del lavoro e ai preti operai, tra questi va ricordato don Carlo Carlevaris, primo prete operaio di Torino, con il quale Sereno Regis strinse una profonda amicizia.
«Un cristiano fedelmente irrequieto», così si è definito una volta Sereno Regis, nel senso che si riconosceva parte di questa comunità credente ma senza il timore di far sentire, quando lo riteneva opportuno, la sua voce dissonante e di assumere in alcuni momenti posizioni critiche nei confronti della Chiesa ufficiale. Ci furono d’altra parte anche momenti segnati da una maggiore consonanza con la gerarchia, soprattutto durante il periodo (1965-1977) nel quale Michele Pellegrino ricoprì l’incarico di arcivescovo di Torino.
C’è infine un altro aspetto di Sereno Regis che viene documentato nell’archivio della Fondazione Nocentini, e in parte anche in quello del Centro Studi Sereno Regis, vale a dire la sua partecipazione alla Resistenza, azione che è stata il suo primo e decisivo atto di militanza politica, che ha costituito per lui un’esperienza fondativa e ha segnato una sorta di traccia esistenziale capace di illuminare tutto il suo successivo percorso di attivismo politico-sociale.


La fonte che invece Chiara Bassis non ha avuto modo di consultare è l’archivio che ha come oggetto Sereno Regis e i Comitati di quartiere, conservato presso la Biblioteca Civica Centrale di Torino. Un fondo, non ancora completamente riordinato né totalmente esplorato, che contribuisce a gettare luce su un altro tassello fondamentale dell’attivismo di Sereno Regis, che prese parte al movimento dei Comitati di quartiere a partire dal 1968, tre anni dopo la loro nascita. Al centro dei Comitati si trovavano temi che a lui stavano particolarmente a cuore: vale a dire la partecipazione, la politica territoriale, la cittadinanza attiva, la democrazia dal basso.
Temi nei quali si può percepire l’eco dell’omnicrazia di Aldo Capitini, la figura chiave della nonviolenza italiana del Novecento, che a metà degli anni Quaranta diede vita a Perugia all’esperienza dei COS (Centri di orientamento sociale), che erano, similmente ai Comitati di quartiere torinesi, consigli di cittadini che cercavano di occuparsi attivamente di politica, tentando di dare consistenza concreta a quella che potremmo chiamare una «democrazia partecipata», capace di arricchire e rafforzare le istituzioni democratiche della Repubblica.
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