Nessun risultato trovato: Sudan indifferenza, globale, e avanti sereni oltre il genocidio



Cominciamo con un momento di gratitudine per l’efficienza britannica. quando i britannici e gli egiziani infine fecero le valigie nel 1956, lasciarono il Sudan con il tipo di regalo di commiato che solo le potenze coloniali possono fare: un paese strutturalmente diviso, una carta geografica tracciata per massimizzare l’attrito etnico, e un caldo saluto di “buona fortuna”; l’equivalente geopolitico di consegnare le chiavi di un casa in fiamme dicendo con un sorriso “Attenti al fumo”.

Quella casa è in fiamme da allora.   Il Sudan ha ottenuto l’indipendenza, che però risulta non essere lo stesso che stabilità. Fin dall’inizio il paese era convenientemente assortito: il nord — arabo, musulmano, ritenuto “civile” da quelli che ne erano giusto partiti; il sud —africano, cristiano-animista, con evidente bisogno di guida. Nulla dice “costruzione nazionale stabile” quanto importare gerarchie razzali e chiamarlo governance. Il risultato era così prevedibile da poter a mala pena qualificator come sorpresa: guerra civile, ribellione, e il lento accorgersi che l’unità nazionale era un verdetto di condanna, non una promessa.

Ci fu per un breve momento un uomo ragionevole con un’idea ragionevole: John Garang del SPLM voleva un Sudan unito — non uno costruito su un’identità imposta, bensì dove la diversità non fosse trattata come una minaccia alla sicurezza. Idea ovviamente troppo sensata per sopravvivere. Per il 2011, il Sud-Sudan votò per andarsene. Problema risolto? Non proprio. La malattia rimase nel corpo lasciato alle spalle, e invece di svoltare verso il pluralismo, il Sudan insisté di nuovo nell’antica ricetta: arabizzazione, Islamizzazione, e il volgere l’identità in arma.

Entra in scena Omar al-Bashir, un uomo successivamente incriminato dalla Corte Penale Internazionale per genocidio, crimini contro l’umanità e crimini di guerra. Incriminato, sì, ma sottoposto a un significativo rendiconto? La giustizia, come tutto il resto in questa storia, è soggetta a restrizioni di visto.

Quando le comunità nel Darfur protestarono contro la marginalizzazione, Bashir fece quel che farebbe qualunque manager moderno: esternalizzò. Armò i Janjaweed — letteralmente “diavoli a cavallo”; né metafora, né esagerazione poetica, ma il nome giusto. Con metodi capolavoro di terore a basso costo e alto impatto: stupri di massa, incendio di villaggi, pulizia etnica, il tutto consegnato con l’efficienza di un subappaltatore governativo.   Procedendo a grandi passi, Bashir cadde nel 2019. ci si potevano aspettare riforme, assunzione di responsabilità, ristrutturazione istituzionale. Invece, il Sudan scelse la continuità—sia pure con un branding sofisticato: i janjaweed divennero le Forze di Supporto Rapido (RSF) – stessi attori, stessa ideologia, ma nuove uniformi. Guidate da Hemeti, un ex-comandante di milizia passato in qualche modo da signore della guerra a mediatore di poteri senza la goffaggine di un’intervista di lavoro. Di fronte a lui il generale Burhan delle Forze Armate Sudanesi. In altre parole other words, lo stato sta combattendo contro la sua stessa ombra, che è armata fino ai denti.

Questa non è solo una guerra civile; è un progetto estrattivo multistrato provvisto di proiettili: oro, armi, reti di patrocinatori, armi straniere — a quanto riferito, trovate armi britanniche, attori regionali come Egitto e EAU che assumono versanti, mercenari reclutati fin dalla Mauritania (nel Sahel) o da Colombia e Ucraina. Il Sudan non sta crollando isolato: viene minato, finanziato, e strategicamente ignorato.

Adesso passiamone in rassegna gli “inconvenienti minori” che si presentano attualmente: milioni di sfollati in Ciad, Sud-Sudan, Repubblica CentrAfricana, Congo, Etiopia, Egitto; bambini non vaccinati da anni; risorgenza della poliomielite; sistemi idrici contaminati; ordigni inesplosi ovunque; e, per la tessera di un bingo distopico, riecco la schiavitù – traffici nei/tratta per i bordelli libici; reclutamento forzato in gruppi armati compreso Boko Haram, combattenit esportati fino in Siria.   Non una crisi umanitaria, ma disintegrazione sistemica di una società in tempo reale; e la reazione del mondo è trattarlo come rumore di fondo.

Perfino la memoria non è al sicuro. I musei di Khartoum sono stati saccheggiati, stanno emergendone reperti in Europa, Sud-America, Asia. Perché anche nel crollo, c’è sempre qualcuno che gestisce la logistica. L’egemonia non sparisce; semplicemente compra le rovine a un discount.

E adesso la prestazione più strabiliante di tutte: l’indifferenza globale. Le Nazioni Unite: disperse in azione. L’Unione Africana: silente. ECOWAS e SADC: zitte. Media principali: algoritmicamente disinteressati: al Sudan mancano evidentemente requisiti base per trattarne — non è strategicamente abbastanza di moda, niente hashtag di tendenza, nessuna indignazione coordinata, nessuna lucidità morale da prime‑time. Nulla più che una guerra chiamata “Il confitto dimenticato” come se dimenticare fosse un accidente anziché una scelta.   Ed ecco la domanda scomoda: se il mondo ignora il Sudan, può l’Africa permettersi di fare altrettanto? Perché il silenzio qui non è neutrale: è complicità per omissione. E ci sono rapporti credibili che attori africani stessi stiano sostenendo fazioni in questa guerra. Non è solo una storia di trascuratezza esterna; è anche una storia di fallimento interno – una verità che nessun comunicato stampa può ribattezzare.

Il Darfur oggi non è solo “in crisi”; sta venendo cancellato. Intere comunità — fur, zaghawa, e altre — di fronte alla distruzione sistematica. La popolazione di un paese è calata, a quanto se ne sa, di quasi il 30%. Lasciamo un momento da parte questo numero. E poi chiediamoci: quand’è stata l’ultima volta che sì è visto un vertice d’urgenza con un’effettiva urgenza? Quand’è stata l’ultima volta che un leader mondiale ne ha interrotto l’agenda per il Sudan?

In un mondo dove i satelliti possono rintracciare un missile in qualche secondo, dove i mercati reagiscono alle voci entro millisecondi, dove le celebrità inducono tendenze riguardo alle scelte di colazione, il Sudan resta invisibile. Non perché sia nascosto, ma perché è inopportuno da vedere.

Il Sudan non ha bisogno di commiserazione, ma di volontà politica, di assunzione di responsabilità regionale, di pressione internazionale, e d’immediato re-impegno umanitario. Perché se continua così non ci toccherà trattare una “risoluzione del conflitto”, bensì la ricostruzione post-mortem di una nazione cui si sarà permesso di morire mentre il mondo rinnovava la sua scorpacciata.

E la storia come sempre porrà la più fastidiosa delle domande: chi sapeva? Tutti. E chi ha agito? Scorrimento dei registri: nessun reperto.


EDITORIAL, 15 Jun 2026

#955 | Raïs Neza Boneza – TRANSCEND Media Service

Traduzione di Miki Lanza per il Centro Studi Sereno Regis


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