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l 25 febbraio 2001 andava in onda per la prima volta, sul canale statunitense Fox, il quattordicesimo episodio della dodicesima stagione dei Simpson. La puntata si intitola “New kids on the blecch” e vede la nascita dei Party Posse, una band composta da Bart, Nelson, Milhouse e Ralph, che fa il verso a tante delle boyband che hanno fatto da sottofondo alla fine degli anni Novanta e hanno traghettato un’intera generazione di ragazzine e ragazzini attraverso la fine del millennio. Nel giro di pochissimo i quattro diventano famosi, in particolare a partire dal singolo “Drop Da Bomb”, di cui esce anche un videoclip. Nel ritornello compare la frase “Yvan eht nioj”. Si tratta di un messaggio subliminale ideato dalla Marina degli Stati Uniti per reclutare giovani e giovanissimi. Il ritornello, infatti, letto al contrario recita: “Join the navy”.
La prima ad accorgersene è Lisa, che nota come il messaggio stia già facendo presa sulla popolazione di Springfield. Da lì il disvelamento: l’impresario che ha coinvolto Bart e i suoi amici è un tenente della Marina; l’utilizzo di musica popolare è una delle più feconde pratiche di reclutamento delle forze armate e i Party Posse non sono altro che la sua ennesima riproposizione dopo operazioni di successo come Elvis, Sgt. Pepper, Captain & Tennille e la Kiss Army. Anche la boyband realmente esistente NSYNC, accorsa a sbrogliare la situazione, alla fine dell’episodio terrà un elogio della Marina militare e inviterà il pubblico ad arruolarsi, secondo il classico meccanismo dei Simpson in cui la satira sociale viene esplicitata proprio assecondando e radicalizzando gli elementi che intende denunciare.
Che gli autori dei Simpson ci abbiano sempre visto lungo nell’anticipare o leggere approfonditamente fenomeni sociali è abbastanza acclarato. La più nota delle profezie assurdamente avveratesi è la presidenza USA di Donald Trump, ma ci sono anche la performance a tema spazio di Lady Gaga al Super Bowl; il simulatore di lavoro agricolo che è a tutti gli effetti un Farmville ante litteram e ante smartphone; il correttore automatico delle frasi digitate da Homer su un palmare nel 1994; l’orologio da cui un personaggio riesce a fare una telefonata in un episodio ambientato nel futuro ma trasmesso nel 1995. Poi ci sono i pomodori alla nicotina, i bibliotecari robot, i brogli attraverso il voto elettronico: sarebbe troppo lungo continuare l’elenco, e troppo divertente visto invece il tema di questo articolo. Il riferimento all’episodio serve a introdurre un argomento decisamente più serio: la presenza crescente delle forze armate all’interno delle nostre scuole e dei luoghi del sapere, ma anche in gran parte della vita civile del nostro Paese.
Il fenomeno è abbastanza dilagante per chi lo osserva. Ormai è impossibile recarsi in una grande stazione senza incrociare giovani in mimetica. Così per strada nelle città, a margine di qualunque evento pubblico che sia culturale, sportivo o ricreativo. Nel 2023 Michela Murgia, in un post su Instagram, criticò la modalità con cui viene celebrata la nostra Repubblica. Il riferimento era alla tradizionale parata del 2 giugno che ogni anno vede sfilare le forze militari per le strade di Roma. Si tratta di una cerimonia alla quale ormai siamo assuefatti ma che, a ben guardare, offre uno specchio della direzione che sta prendendo la nostra società. “Trovo privo di logica – spiega Murgia rispondendo alle polemiche – celebrare la nascita di una democrazia facendo mostra dell’apparato bellico perché è la stessa cosa che fanno le dittature”.
Spiegando la sua perplessità sull’attuale impostazione delle celebrazioni del 2 giugno, Michela Murgia proponeva invece una modalità alternativa, in cui ad aprire la parata potessero essere artiste e artisti, che portassero il messaggio che la ricerca della bellezza ci salva dagli orrori; i medici e le mediche, che tanto hanno fatto per salvarci dalla pandemia; il corpo docente che ogni giorno, in condizioni spesso avverse, lavora alla costruzione delle cittadine e dei cittadini di domani. Quelle parole suscitarono dibattito e polemiche e lo farebbero ancora oggi, se qualcuno le pronunciasse. La presenza fisica dei corpi militari nella vita civile del nostro Paese continua a crescere e ha forme diverse ma una conseguenza sempre uguale: l’abitudine. Stupisce sempre di meno vedere armi nelle scuole, nelle strade, nelle stazioni. Fa sempre meno strano il fatto che alle forze armate sia delegata larga parte dell’educazione civica impartita a studentesse e studenti. O che le Università collaborino con eserciti e apparati militari e che molti progetti di ricerca siano inseriti in queste collaborazioni.
La presenza fisica dei corpi militari nella vita civile del nostro Paese continua a crescere e ha forme diverse ma una conseguenza sempre uguale: l’abitudine.
C’è chi analizza il fenomeno. L’Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle università è un comitato di scopo nato per monitorare e denunciare la crescente ingerenza dei corpi militari e dell’industria bellica all’interno del sistema formativo pubblico. Alla fine del suo primo anno di attività ha pubblicato un dossier in cui mostra come la diffusione dei valori militaristi sia diventata così pervasiva da soppiantare il valore civile della pace sancito dalla Costituzione. Prima dei dati e dei numeri, però, nel dossier c’è una citazione: viene direttamente dal documento “NATO’s Sixth Domain of Operations” del NATO Innovation Hub e recita: “Tu sei il territorio conteso, ovunque tu sia, chiunque tu sia”. Il fronte non è più una linea di trincea ma la coscienza del cittadino, e va conquistata innanzitutto là dove nasce, nel luogo che ha il potere di costruirla giorno dopo giorno. Così, la scuola diventa la prima infrastruttura da conquistare.
Il mitra in cattedra
Marines e civili di Sigonella animano il progetto Let’s Talk with Us, che coinvolge studentesse e studenti dell’ITIS Galileo Ferraris di San Giovanni La Punta, vicino Catania, in sessioni linguistiche di chiacchierate in lingua inglese. Il corpo militare è molto attivo nei luoghi del sapere del territorio che ospita la base, in un’ottica di Community Relations, buon vicinato. Così, entra all’interno delle scuole primarie o secondarie di primo grado attraverso attività di giardinaggio, tinteggiatura e pulitura dei locali, come accaduto nell’Istituto Comprensivo Padre Santo Di Guardo – Salvatore Quasimodo di Catania o nella scuola media di San Giovanni Galermo. Lo fa accolto di buon grado dai dirigenti scolastici che, spesso, coinvolgono in questi percorsi le stesse famiglie. Rapporti di buon vicinato sono probabilmente anche quelli coltivati attraverso il protocollo, stipulato dieci anni fa, tra militari statunitensi e Istituto professionale di Stato per i Servizi di Enogastronomia e Ospitalità alberghiera Giovanni Falcone di Giarre (Catania). Accordo in virtù del quale i locali della palestra, in orario scolastico, ospitano la gara di tiro al bersaglio rotante con raggi laser o dimostrazioni di softair.
Ma a entrare nelle nostre scuole non sono solo militari americani. A Trivento, in Molise, durante una visita alla caserma dei Carabinieri, agli studenti e alle studentesse sono stati messi a disposizione scudi, giubbotti antiproiettile e manganelli. A Palermo, durante un modulo di educazione stradale, i vigili urbani hanno simulato un arresto con l’uso di un cane e l’esplosione di colpi a salve. L’episodio ha terrorizzato i bambini e le bambine della scuola dell’infanzia.
Il fronte non è più una linea di trincea ma la coscienza del cittadino, e va conquistata innanzitutto là dove nasce, nel luogo che ha il potere di costruirla giorno dopo giorno. Così, la scuola diventa la prima infrastruttura da conquistare.
Queste attività spesso sono inserite in protocolli d’intesa, come quello siglato tra l’Arma e il MOIGE (MOvimento Italiano GEnitori), per portare la “cultura della legalità” nelle scuole di ogni ordine e grado. La scala del fenomeno è imponente: nel solo anno scolastico 2023/2024, i Carabinieri hanno incontrato oltre 650.000 studentesse e studenti. La militarizzazione si sta normalizzando con la delega alle divise di moduli di educazione civica, lezioni su cyberbullismo, legalità, convegni contro la violenza di genere o l’utilizzo di sostanze stupefacenti. Tutti i temi civili che potrebbero essere approfonditi attraverso figure professionali disparate, passano per bocca di militari: persino l’ambiente.
I rilievi fatti dall’Osservatorio sono moltissimi e la conclusione a cui giunge è che questa progressiva esternalizzazione della didattica non è un fenomeno sporadico. È quello che Michele Lucivero, insegnante di storia e filosofia in provincia di Bari e tra i fondatori dell’Osservatorio, definisce “riarmo cognitivo”: la declinazione pedagogica della “guerra cognitiva” volta alla conquista delle nuove generazioni. Secondo Lucivero, “esiste un meccanismo, un programma ben dettagliato che punta alla costruzione della guerra” poiché, avverte il docente, “le guerre si costruiscono nell’immaginario collettivo prima di farle”. In questa prospettiva, l’esternalizzazione della didattica serve a creare un consenso preventivo verso i piani di riarmo, trasformando la percezione della difesa da un “costo” a un “valore” indiscusso.
La presenza militare nelle aule poggia su una solida architettura giuridica: i Protocolli d’intesa tra il ministero dell’Istruzione e del Merito (MIM) e i vertici della Difesa e dell’Interno. Il processo ha un lungo corso e la sua natura è assolutamente bipartisan. Un punto di svolta c’è stato nel 2014, con l’accordo siglato dalle ministre Pinotti e Giannini (PD) per diffondere la “cultura della difesa” tra i banchi. Strategia proseguita nel 2019 (Governo PD-M5S) e poi fortemente accelerata dal ministero Valditara, con nuove intese siglate con Marina, Carabinieri e l’Associazione nazionale Bersaglieri.
Le intese nazionali hanno generato una gemmazione di accordi a cascata: dai protocolli regionali tra Uffici scolastici (USR) e articolazioni delle forze armate, come accaduto in Sicilia, Toscana e Marche, agli accordi locali tra istituti e caserme o industrie belliche. Il tutto, denuncia Lucivero, imposto dal ministero dell’Istruzione e del Merito attraverso circolari, “bypassando tutti gli organi democratici, cioè il collegio dei docenti, il dipartimento e il consiglio di classe”. Il ministero della Difesa coordina tali attività attraverso il proprio Programma di comunicazione. I documenti consuntivi rivelano spese ingenti per finanziare la presenza costante dei militari in eventi pubblici e aule. Tassello centrale in questa strategia è la Fondazione per la scuola italiana, ente non profit nato nel giugno 2024 con la partecipazione di colossi della difesa come Leonardo S.p.a, che punta a raccogliere e investire 50 milioni di euro entro il 2029.
L’esternalizzazione della didattica serve a creare un consenso preventivo verso i piani di riarmo, trasformando la percezione della difesa da un “costo” a un “valore” indiscusso.
Il processo di militarizzazione delle scuole italiane trova il suo braccio operativo nella Formazione scuola-lavoro, ex Percorsi per le competenze trasversali e l’Orientamento (PCTO), l’ex Alternanza scuola-lavoro. Quello che viene presentato come un ponte verso il mondo del lavoro si è trasformato in un canale privilegiato per l’ingresso delle Forze Armate e delle industrie belliche nei percorsi formativi. Emblema di questo processo è il “Liceo digitale”, il cui prototipo è stato lanciato all’ITC Matteucci di Roma. Finanziato direttamente da Leonardo S.p.a., il progetto è presentato come l’avanguardia della modernità. Qui gli esperti di Leonardo entrano in aula per insegnare l’intelligenza artificiale e gli studenti svolgono i percorsi di PCTO direttamente presso le sedi del gruppo. Lucivero denuncia come il fascino della tecnologia serva a catturare le menti dei giovani, orientando competenze e ricerca verso lo sviluppo bellico.
L’alternanza scuola-caserma porta studentesse e studenti fino all’interno di basi operative coinvolte in conflitti globali. Come accaduto alla classe 4B dell’indirizzo aeronautico dell’Istituto Archimede di Rosolini, inviata in visita didattica presso la base NATO di Sigonella, hub strategico per il Mediterraneo in cui si coordinano le operazioni di intelligence dei droni Global Hawk, utilizzati per il supporto bellico in teatri come l’Ucraina, Gaza e la Siria. O alle studentesse e agli studenti dell’Istituto alberghiero di Arbus, impiegati in attività di PCTO al poligono militare di Capo Frasca come camerieri ai buffet durante delle cerimonie ufficiali di cambio comando.
La militarizzazione si insinua nella quotidianità delle nostre scuole. Come riportato dall’Osservatorio, il 4 ottobre 2023, nella palestra dell’Istituto comprensivo Galileo Galilei di Acireale, è stato presentato il Corso della ginnastica dinamico militare italiana (GDMI), che prevede sessioni a piedi nudi e maglia mimetica, meglio se in 50 o 100 studenti per volta, e l’attività fisica si trasforma in addestramento basato su comandi urlati e una disciplina ferrea. Per i più piccoli, il fascino della divisa passa per il marketing: dagli zainetti “Esercito” o “Folgore” prodotti da Giochi Preziosi, accompagnati da slogan come “Per sentirsi sempre in missione”, fino alla mascotte Lupetto Vittorio, un giovane allievo il cui sogno è diventare soldato.
Per i più piccoli, il fascino della divisa passa per il marketing: dagli zainetti “Esercito” o “Folgore” prodotti da Giochi Preziosi, accompagnati da slogan come “Per sentirsi sempre in missione”, fino alla mascotte Lupetto Vittorio, un giovane allievo il cui sogno è diventare soldato.
La presidente dell’Osservatorio, Roberta Leoni, sottolinea come questo fenomeno non sia più limitato all’orientamento professionale, ma punti a una vera e propria normalizzazione della cultura della guerra fin dall’infanzia. Leoni evidenzia anzi una preoccupante “trasparenza lessicale” nelle circolari scolastiche: in molti casi i presidi hanno rinunciato al termine “orientamento” per parlare apertamente di “reclutamento”, comunicando alle classi terminali la presenza di militari in aula proprio a questo scopo.
L’accademia e la difesa: la ricerca al servizio del “dual-use”
Le università non sono esenti da questo processo. Il confine tra sapere civile e apparato bellico si sta dissolvendo nel concetto di ricerca “dual-use”. In un contesto di cronica carenza di finanziamenti ordinari per l’università pubblica, sempre più rettori stipulano accordi con le Forze armate o aziende belliche, lasciando spazi sempre maggiori alle aziende militari dentro le facoltà. La ricerca in settori come l’intelligenza artificiale, la cybersicurezza e la robotica è così orientata verso finalità di difesa e sicurezza. Ne sono esempio l’accordo tra il Politecnico di Torino e Frontex per la fornitura di cartografia utilizzata nei respingimenti dei migranti, o la collaborazione tra la Scuola Sant’Anna di Pisa e la Marina Militare su sensori e tecnologie wireless. Ed è sempre più difficile esimersi: la stessa continuità dei ricercatori precari è spesso subordinata alla partecipazione a questi progetti.
La resistenza interna contro questa deriva è esplosa nel 2024 con la mobilitazione contro il bando MAECI (Ministero degli Affari Esteri e della Cooperazione Internazionale) per la cooperazione scientifica tra Italia e Israele. Migliaia di accademici e studenti hanno denunciato il rischio che i progetti di ricerca venissero impiegati nell’azione bellica a Gaza, portando a occupazioni dei rettorati all’Università La Sapienza di Roma e alla Federico II di Napoli. La pressione ha spinto i Senati accademici dell’Università di Torino e della Scuola Normale di Pisa a votare mozioni ufficiali per non partecipare al bando. Questa mobilitazione ha prodotto un clamoroso flop dell’iniziativa: le domande di partecipazione degli atenei sono crollate del 70%, passando da 65 a 18.
La guerra nelle strade
Quello che accade nelle scuole e nelle università impressiona perché riguarda i più giovani e il modello di società che viene loro trasmesso. Quella società, però, esiste ogni giorno già da tempo. La guerra non è più quell’eccezione che la nostra Costituzione ripudia, ma quotidianità, anche per chi non sta sotto le bombe. Le armi, ormai, vivono tra di noi. Il simbolo più calzante della militarizzazione dello spazio pubblico è forse l’operazione Strade sicure. Nata nel 2008 come misura temporanea ed emergenziale, in questi diciotto anni è diventata una costante del paesaggio urbano. Nel biennio 2024-2025 il contingente è stato ulteriormente potenziato: oggi impiega circa 7.000 militari distribuiti in 19 regioni e 58 province, con uno stanziamento che supera i 210 milioni di euro. A gennaio 2023 è arrivata anche Stazioni sicure, che distribuisce circa 800 unità dedicate al presidio dei principali snodi ferroviari. L’operazione è arrivata anche alle porte di scuola, al polo scolastico di via IV Novembre a Piacenza, dove le pattuglie militari presidiano le aree frequentate ogni giorno da migliaia di giovani per prevenire episodi di risse e spaccio. Per sostenere questo imponente apparato di sorveglianza, lo Stato ha stanziato risorse che, per il solo 2024, hanno superato i 219 milioni di euro.
La guerra non è più quell’eccezione che la nostra Costituzione ripudia, ma quotidianità, anche per chi non sta sotto le bombe.
Francesco Vignarca, coordinatore delle campagne della Rete italiana pace e disarmo, analizza questa deriva come parte integrante di un’“industria rapace” che punta a stanziamenti miliardari record. Sulla permanenza dell’operazione Strade sicure, Vignarca è netto: “Se per dodici anni una risposta di emergenza resta in pista, allora non lo è più: è un fenomeno strutturale”. L’attivista sottolinea quella che a suo dire è l’inutilità pratica di questo schieramento, definendolo “solo una deterrenza simbolica”. “I soldati – spiega ‒ non hanno i poteri legali di intervenire, non possono fare niente”. L’opposizione all’operazione Strade sicure, aggiunge, attraversa in modo significativo anche le Forze armate. Ampi settori del mondo militare ‒ riporta ‒ criticano l’iniziativa poiché la considerano un improprio “spostamento di risorse”. Questa occupazione visiva serve, secondo Vignarca, a “costruire una percezione di insicurezza” funzionale a giustificare socialmente le spese belliche. “Vedere i militari per le strade è roba da dittatura sudamericana, non da Stato di diritto”, incalza il coordinatore, “è marketing della forza”. L’obiettivo, spiega, è far credere che il riarmo sia “una strada ineluttabile”, oscurando ogni possibile alternativa di difesa civile e non violenta.
Lungi dall’essere un fenomeno solo italiano, questa logica trova la sua massima espressione sistemica nel piano ReArm Europe e nella strategia Readiness 2030. L’Unione Europea punta a mobilitare 800 miliardi di euro entro il 2030 per la difesa, ponendo la “mobilità militare” come pilastro centrale dell’integrazione logistica continentale. L’obiettivo è istituire entro il 2027 un cosiddetto Schengen militare, volto ad abbattere le barriere burocratiche e ridurre i tempi di autorizzazione al transito dei convogli bellici dai vecchi 45 giorni a soli 3 giorni (e appena 6 ore in caso di emergenza). Un processo che impone standard tecnici ferrei alle infrastrutture civili: ponti, viadotti e ferrovie vanno riprogettati per sostenere carichi fino a 130 tonnellate, peso necessario per il transito dei carri armati più pesanti. Questa riconversione logistica trasforma fisicamente il territorio nazionale in un assetto bellico permanente, vincolando lo sviluppo civile alle necessità strategiche di NATO e Unione Europea.
Concretamente, in Italia, sta già accadendo. Nel settore delle ferrovie, le tratte Firenze-Pisa (Corridoio Scandinavo-Mediterraneo) e Udine-Cervignano (Corridoio Baltico-Adriatico) hanno visto l’adeguamento delle stazioni di Palmanova e Pontedera per consentire la circolazione di treni militari lunghi 740 metri. Parallelamente, la Galleria Orbassano-Avigliana, fondamentale per l’accesso al tunnel Torino-Lione, è stata riprogettata con un investimento di 19,7 milioni di euro per essere ottimizzata al trasporto di carichi pesanti. Sul versante stradale, i lavori di rinforzo strutturale interessano ponti e viadotti dell’autostrada A2 e della A7 Milano-Genova, necessari per permettere il transito di veicoli militari fuori misura che, secondo le autorità UE, rischierebbero altrimenti di far collassare le vecchie infrastrutture civili. Anche i porti cambiano volto: gli scali di Genova Sampierdarena e La Spezia sono stati integrati nella rete di hub logistici del progetto PESCO (PErmanent Structured COoperation) per lo schieramento rapido di forze NATO/UE, ricevendo finanziamenti milionari per facilitare la movimentazione di mezzi bellici pesanti. Questa riconversione si sovrappone per il 94% alla rete civile TEN-T (Trans-European Transport Network), subordinando di fatto la pianificazione del territorio nazionale alle necessità strategiche di un’Europa che si prepara a un conflitto prolungato.
L’obiettivo è far credere che il riarmo sia “una strada ineluttabile”, oscurando ogni possibile alternativa di difesa civile e non violenta, ma sottraendo miliardi al welfare per destinarli alla logistica di guerra si alimentano marginalità e populismi, rendendo il riarmo una minaccia per la stabilità interna superiore a quella dei nemici esterni.
Vignarca denuncia quello che chiama il “gioco delle tre carte” della difesa comune: dietro la retorica dell’integrazione, si starebbe finanziando il riarmo dei singoli Stati a esclusivo vantaggio dell’industria bellica che, in questo clima, avrebbe gioco facile nell’evitare la concorrenza e aumentare i profitti. In questo scenario, il comparto si è trasformato in un “complesso militare-industriale-finanziario” dove i grandi fondi d’investimento come BlackRock dettano l’agenda, speculando direttamente sui conflitti. Infine, l’attivista contesta duramente il deficit democratico dell’operazione: l’utilizzo di procedure d’emergenza (come l’articolo 122) per l’approvazione dei fondi è considerato un atto “in spregio alla democrazia” volto a escludere il Parlamento Europeo. Il rischio finale, spiega, è un collasso sociale: sottraendo miliardi al welfare per destinarli alla logistica di guerra, si alimentano marginalità e populismi, rendendo il riarmo una minaccia per la stabilità interna superiore a quella dei nemici esterni.
Nuove diserzioni
In questi anni si sono sviluppati molteplici livelli di diserzione. Il 6 febbraio 2026 i lavoratori portuali di 21 scali del Mediterraneo hanno incrociato le braccia dietro lo slogan “I portuali non lavorano per la guerra”. In porti come Genova, Livorno e Trieste, la mobilitazione ha protestato contro lo sbarco di armi e forniture destinate ai fronti di Gaza e dell’Ucraina. Lo stesso spirito di obiezione attraversa anche i luoghi del sapere. Nelle università, come dicevamo, la mobilitazione ha prodotto il crollo della partecipazione al bando MAECI. Le pressioni del corpo studentesco hanno spinto numerosi rettori a dimettersi dal comitato scientifico di Med-Or (Leonardo S.p.a.). Nelle scuole, nonostante i protocolli ministeriali, docenti, genitori e studenti prendono parola per rivendicare la libertà di insegnamento e chiedere l’esonero dalle attività con i militari. Emblematico lo striscione apparso nella sede di un liceo di Palermo che recitava “Disertare la guerra è l’unico modo per vincerla”. Si fa sempre più strada la convinzione della necessità di un impegno attivo a favore di una “pace positiva”: un modello di difesa che protegga le persone, basato sulla cooperazione e sul benessere sociale.
Proprio in questa direzione, riporta Vignarca, sta andando la proposta di legge per una Difesa civile, non armata e non violenta. L’iniziativa mira a istituire un Dipartimento della difesa civile, non armata e non violenta all’interno dell’ordinamento statale che coordini forme di difesa alternative, come i Corpi civili di pace, destinati a interventi di interposizione non violenta e risoluzione dei conflitti in aree di crisi. In questo modello, la sicurezza viene ridefinita come “common security” (sicurezza condivisa): un paradigma secondo cui la vera protezione dei cittadini si ottiene garantendo il benessere sociale, la tutela dell’ambiente e il rispetto dei diritti, piuttosto che attraverso la deterrenza armata. Depositata in cassazione nel marzo 2026, la legge apre ora una nuova fase di raccolta firme per approdare in Parlamento.
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Rita Cantalino
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