Trentasette anni. Questo è il tempo passato dall’istituzione del Parco delle Madonie. Una vita, più di metà della mia, per esempio. Avevamo 24 anni, eravamo poco più che dei ragazzi, appena laureati in Agraria, eppure partecipammo alla elaborazione della proposta di istituzione del Parco delle Madonie, sotto la guida di Titta Scimemi, uomo appassionato e appassionante.

Conoscevamo le Madonie per ragioni diverse. Rosario, oggi Direttore dell’Orto Botanico della nostra Università, c’era nato, noi tra WWF e Club Alpino Siciliano, guidati da giganti come Gianni La Monica, mitico direttore di Etna-Madonie, avevamo partecipato alle battaglie su Piano Cervi e contro la costruzione della strada da Petralia a Piano Battaglia, ma anche di mitiche stagioni di sci alpino e di traversate estive – la 4 Rifugi – e invernali. Insomma, avevamo le carte in regola.

Il tema era lo sviluppo autocentrato, modello immaginato da Federico Butera e Giuseppe Barbera, legato tutto allo sviluppo delle risorse del territorio, che dovevano divenire un sistema unico, una rete virtuosa e feconda, capace di mettere in relazione, natura, arte, sport, agricoltura, gastronomia e turismo consapevole, legando la costa alla montagna, il feudo al bosco. Un sogno. Infranto.

Un paio di giorni fa, al rientro da una splendida serata a Cipampini, bellissimo borgo rurale delle Petralie, ottimo esempio di quel sogno, decido di rientrare a Gibilmanna, passando da Piano Battaglia e poi giù per Isnello. È mezzanotte, poche le case illuminate di Piano Battaglia, ma incredibile il numero dei daini che pascolano a bordo strada, indisturbati padroni della notte.

Pochi chilometri ancora e ai daini si associano decine e decine di cinghiali in marcia, indisturbata, per il bevaio. Sono abituati, tengono la destra come fossero boy scout, mancano solo la bandiera e i pantaloni alla zuava.

Ma il bello deve ancora venire ed è l’animale più imbecille del parco a dare spettacolo, questa volta. Siamo a Montaspro a pochi metri dalla sorgente di Piano Zucchi e a ridosso del vecchio distaccamento del Corpo Forestale, quello da cui, per inciso, fuggirono i daini progenitori delle migliaia che oggi distruggono i boschi. Un fuoco, alto, vigoroso e indisturbato illumina la notte. Alcuni esemplari di Homo (in)sapiens, lo circondano felici, neanche fossero i nostri antenati paleolitici che lo hanno appena scoperto.

Mi fermo a bordo strada e ricordo che siamo in zona A del parco, che è agosto e che non c’è niente di più folle, oltre che ovviamente illegale, che accendere un falò sotto gli alberi in piena stagione secca. “Fatti i cazzi tuoi, chi sei?” è la gentile risposta. Ribadisco, a voce dura, che stanno facendo una cosa illegale e più che pericolosa e che avrei chiamato la Forestale.

Qui raggiungiamo il culmine che da solo descrive l’animus del privilegio siculo: “Mio padre è un ispettore della Forestale” tuona tronfio quanto ignaro della sua stupidità un giovane aspirante incendiario. La mia voce si fa più pesante, gli chiedo cosa ne penserebbe il padre e minaccio di chiamare il 112; allora il registro si fa comico: “un attimo, adesso lo spegniamo, non si spegne un fuoco facilmente, non abbiamo acqua, ci vuole tempo”! E incominciano a saltare sulle fiamme, lanciando fiammelle ovunque.

Come è stato possibile che a quasi 40 anni dalla sua istituzione siamo tornati indietro, molto più indietro, degli anni in cui la coscienza ecologica portava alla costruzione del Parco? Quale pastoia burocratica, quale ambientalismo mal riposto hanno consentito che cinghiali e daini aggredissero in modo così profondo gli ecosistemi madoniti.

Coturnici che sognavamo libere dalla caccia dell’uomo sono letteralmente sparite, il sottobosco non ha un germoglio che sia uno, la conca della Quacella è un pascolo inaridito, ginepri, pungitopo e basilischi, lottano per sopravvivere al morso dei daini e al grufolare dei cinghiali. Nessun intervento di governo dei boschi, uno zero assoluto.

Le pinete di pino nero d’Austria delle pendici del Monte San Salvatore, non hanno mai più visto un intervento di gestione, quelle del Vallone dell’Inferno minacciano le straordinarie e plurisecolari querce, senza che alcuno se ne preoccupi.

Comitati scientifici si sono succeduti, alcuni autorevoli altri meno, sempre meno, occupandosi di tutto, tranne che di progettare e realizzare uno straccio di progetto corale e di decidere davvero come affrontare le emergenze naturali che stanno snaturando pascoli e boschi. Si discute dell’osservatorio astronomico sulla Mufara, che almeno ha un enorme valore scientifico, dimenticando, mentre i quad sfrecciano indisturbati sui prati madoniti, che non è certo quello il responsabile del degrado. Tutt’altro.

I Sindaci, alcuni dei quali sono stati e sono tuttavia di grande qualità, non sono mai riusciti a sviluppare percorsi comuni, neanche un cartello di attività culturali, di eventi, di azioni di governo del territorio. Lo stesso per i Presidenti dell’Ente Parco, ottimi o mediocri che siano stati, e di ottimi ce ne sono stati e ce ne sono anche oggi, armati solo dei quattro soldi che una politica regionale cieca e senza progetto assegna loro.

Stipendifici burocratici, impegnati nella politica del “non si può fare”, del divieto, piuttosto che della costruzione di futuro. Spariti marcati, carbonai e diversi altri antichi mestieri, quali di nuovi si sono succeduti? Chiediamoci quale valore abbiamo costruito, quanti nuovi mestieri, quanta nuova cultura e economia?

La colpa è di tutti e quindi di nessuno? Certo è che i Parco, in sé, non ha consistenza o presenza nell’immaginario collettivo. Nonostante il territorio abbia valori fortissimi, dall’agroalimentare, alla gastronomia, alla qualità della vita nei singoli paesi e borghi.

Gal Madonie, Pro loco e associazioni di volenterosi, come quella di Piano Battaglia costruiscono con straordinaria ostinazione bellissime schegge di futuro, ma è la rete, il tessuto connettivo a mancare. I numeri dei nati e dei giovani che vanno via sono impietosi e raccontano di una economia che recede.

Sono passati quasi 40 anni e ragioniamo come fossimo ancora ai blocchi di partenza, mentre quel mondo si consuma sotto i nostri occhi e i sentieri madoniti aspettano ancora di essere tracciati sul campo.

La provocazione lanciata dal Sindaco di Castelbuono e da altri per costruire un Parco Nazionale capace di unire Nebrodi e Madonie nasce dalla consapevolezza della necessità di dialogo, ecologico, culturale, politico di due parchi sostanzialmente limitrofi, ma anche dal fatto che le risorse nazionali sono ben altra cosa degli spiccioli regionali e della visione ottusa delle istituzioni politiche e di chi è chiamato a disegnare il futuro delle aree protette.

Gli anni di Mario Fasino che inventò l’Assessorato Territorio e Ambiente, del Corpo Forestale che un tempo, con tutti i pregi e i gravi difetti del caso, governava il territorio, di associazioni come il Club Alpino Siciliano o Italia Nostra che furono i motori pensanti del Parco delle Madonie, sono finiti.

Il Parco, inteso come Ente, ha fallito i suoi compiti istitutivi, perché nulla si è messo a sistema e tutto è rimasto un arcipelago, pieno di luci e di altrettante ombre, di visione e di cecità, di. Una cultura ambientale che è sempre meno colta.

Serve una rifondazione, quella che un tempo si chiamava “una presa di coscienza”. I Sindaci Madoniti possono e devono fare la differenza, ne hanno le capacità e devono, una volta per tutte decidere se il Parco è lo strumento di sviluppo capace di far crescere tutte ed ognuna delle comunità madonite o se è solo un’altra delle tante “industrie” del sottogoverno della politica regionale.

Io ci credo ancora, a 66 anni, voglio credere che quel sogno esista ancora. Daini, cinghiali e Homo (in) sapiens permettendo.

Dimenticavo, se un ispettore forestale riconoscesse suo figlio in queste righe, gli ricordi che servire lo stato non regala altri privilegi se non, appunto, il servizio.




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Paolo Inglese

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