Lo scorso marzo un gruppo di studiosi, imprenditori, manager e sindacalisti lanciava un segnale d’allarme: il Veneto rischia di perdere una delle sue risorse più preziose, i giovani. Non si tratta soltanto di una questione demografica o sociale. Dietro la partenza di migliaia di laureati e professionisti si nasconde infatti un problema sempre più concreto per il sistema produttivo regionale, che fatica a trovare competenze, talenti e figure qualificate in grado di sostenere l’innovazione delle imprese.
Il dibattito istituzionale
A partire da quella riflessione, raccontata sulle pagine della Difesa (numero 11 di domenica 22 marzo 2026), è nato un dibattito che nel giro di pochi mesi ha superato i confini regionali. Negli ultimi mesi si sono moltiplicati appelli, studi e prese di posizione. A inizio giugno il Partito Democratico ha depositato in Parlamento un disegno di legge che prevede, tra le altre misure, un’integrazione salariale di 200 euro mensili per tre anni destinata agli under 35 assunti con contratti stabili, insieme a interventi sul diritto allo studio, sugli affitti, sulla prima casa e sul rientro dei talenti dall’estero. L’obiettivo dichiarato è rendere più competitivo il sistema Italia nella corsa alle competenze e contrastare un fenomeno che, secondo le stime del Cnel, ha visto oltre 630 mila giovani tra i 18 e i 34 anni lasciare il Paese tra il 2011 e il 2024.
Anche in Veneto il neopresidente della Regione Alberto Stefani ha annunciato l’avvio di un tavolo con i rettori delle università venete per elaborare un piano di retention dei talenti, affiancato da risorse dedicate alle imprese innovative che assumono giovani del territorio.
La proposta presentata in marzo, lo ricordiamo, non si limitava a chiedere un generico aumento dei salari. Al centro vi erano due strumenti tra loro collegati: un sistema di “borse di impiego” destinato ai giovani laureati collegate a un “Patto per lo sviluppo delle competenze e delle responsabilità”. L’idea era quella di sostenere l’assunzione di neolaureati magistrali nelle imprese del territorio attraverso contratti di lavoro veri e propri, affiancati da un percorso strutturato di formazione, crescita professionale e progressiva assunzione di responsabilità.
Passiamo dalle parole ai fatti
Per Luca Vignaga, amministratore delegato di Marzotto Lab e tra i promotori dell’iniziativa, «oggi formiamo giovani preparati e poi li lasciamo andare altrove: un drenaggio continuo di competenze e di talenti. Il Veneto e l’Italia investono risorse nella formazione di ragazzi che finiscono per mettere il proprio valore al servizio di altri sistemi economici». Secondo Vignaga, il merito della proposta è stato soprattutto quello di accendere i riflettori su un problema troppo a lungo sottovalutato: «Fa piacere che il tema sia arrivato nel dibattito politico e istituzionale. Ora però bisogna passare dalle dichiarazioni ai fatti: possiamo discutere sui dettagli, ma non possiamo ignorare una realtà che diventa ogni anno più evidente».
Per il manager, infatti, il problema non riguarda esclusivamente il livello delle retribuzioni. Certo, il differenziale salariale rispetto ad altri territori pesa e contribuisce alle scelte dei giovani: altrettanto importanti sono però le prospettive di carriera, gli investimenti nella formazione e la capacità di costruire ambienti di lavoro coerenti con le aspettative delle nuove generazioni. «Non è vero che oggi i giovani hanno meno voglia di fare – sottolinea – Hanno semplicemente un rapporto diverso con il lavoro, cercano un equilibrio tra dimensione professionale e vita personale. Le imprese possono e devono tenerne conto».
Una valutazione condivisa da Paolo Gubitta, altro sottoscrittore del manifesto e docente di organizzazione aziendale presso l’Università di Padova, che invita però a guardare oltre il valore economico della singola misura. Le borse di ingresso, osserva, non rappresentano una soluzione definitiva, anche se possono svolgere una funzione importante. «Il differenziale salariale rispetto all’estero e ad altre regioni d’Italia è il frutto di un ritardo accumulato in decenni – spiega il docente – iniziative come questa possono però servire da grimaldello per tentare di rompere un equilibrio che si è consolidato nel tempo». L’obiettivo, secondo Gubitta, è innescare un cambiamento culturale, sostenendo i giovani e spingendo le imprese a investire sulle competenze: «Non possiamo permetterci di aspettare dieci o quindici anni per vedere dei risultati. Occorre iniziare da misure praticabili, capaci di produrre effetti visibili in tempi relativamente brevi».
Il grande polo dell’innovazione ribattezzato “Kilometro verde”
L’imperativo, insomma, è intervenire. Su questo punto concorda anche Luigi Gorza, presidente dei Giovani imprenditori di Confindustria Veneto Est. «Non credo che i ragazzi debbano necessariamente restare sempre qui – afferma – Fare esperienze all’estero può essere molto utile. La vera sfida è creare le condizioni perché abbiano voglia di tornare». Secondo l’imprenditore, il primo cambiamento riguarda la cultura organizzativa delle aziende: valorizzare il merito, responsabilizzare i giovani, offrire percorsi di crescita rapidi e riconoscere le competenze prima dell’anzianità. Il salto decisivo riguarda però la tecnologia: «Molti giovani cercano ecosistemi high-tech, luoghi in cui confrontarsi e creare innovazione, mentre il Veneto è ancora prevalentemente una realtà mid-tech. Dobbiamo compiere un cambio di passo».
Da qui nasce l’idea di creare un grande polo dell’innovazione ribattezzato “Kilometro verde”, che metta in rete università, imprese, finanza, incubatori, startup e istituzioni. Un luogo fisico riconoscibile dove sviluppare progetti, attrarre investimenti e far crescere nuove imprese ad alta intensità tecnologica. Per Gorza il legame è diretto: le imprese high-tech producono più valore, generano margini superiori e possono quindi riconoscere retribuzioni più elevate. In altre parole, la crescita dei salari passa anche dalla capacità di innovare.
È una prospettiva che allarga l’orizzonte del dibattito, perché la sfida non consiste soltanto nel trattenere i talenti che già esistono, ma nel creare un territorio in cui valga la pena costruire il proprio futuro. Le proposte in campo sono diverse e nessuna appare risolutiva. Ma un risultato, forse, è già stato raggiunto: aver riconosciuto che la fuga dei giovani qualificati non è una fatalità. È una questione che riguarda imprese, università, istituzioni e comunità locali. E che richiede una risposta collettiva. Per il Veneto, come per l’Italia, la vera partita si gioca qui: trasformare il capitale umano da risorsa in fuga a motore dello sviluppo.
La fuga dei giovani vale 160 miliardi di euro
Riporta dati allarmanti il primo Rapporto Cnel 2025 sull’attrattività dell’Italia per i giovani dei Paesi avanzati, presentato lo scorso 4 dicembre a Roma.
Al netto degli ingressi dall’estero il saldo resta negativo per 441 mila unità. Solo nel 2024 sono partiti in 78 mila giovani tra i 18 e i 34 anni, un numero pari a quasi un quarto delle nascite registrate nello stesso anno. I laureati rappresentano il 42,1 per cento dei giovani emigrati, con una quota che in Veneto sale al 48,1 per cento. Anche la componente femminile è in aumento e nel Nord-Est supera il 50 per cento.
Secondo il Cnel, il capitale umano perso dall’Italia tra il 2011 e il 2024 vale 159,5 miliardi di euro, considerando gli investimenti sostenuti dalle famiglie e dal sistema pubblico per la formazione dei giovani emigrati: una cifra equivalente al 7,5 per cento del Pil.
Giovani e imprese: aspettative non sempre coincidenti
Secondo l’indagine “Giovani, tecnologia e mismatch nel Nord Est 2025” realizzata da Fòrema su oltre mille giovani e quasi cinquecento aziende di Veneto, Friuli-Venezia Giulia e Trentino-Alto Adige, il divario tra domanda e offerta di lavoro riguarda sempre più le aspettative sul modo di lavorare. Per il 55 per cento dei giovani la priorità è l’equilibrio tra vita privata e lavoro, davanti perfino alla retribuzione (53 per cento). Seguono le opportunità di crescita e formazione (49 per cento), mentre il 44 per cento considera fondamentale poter utilizzare tecnologie avanzate come intelligenza artificiale, automazione e analisi dei dati. Otto giovani su dieci vorrebbero inoltre formule di lavoro ibride o da remoto. Sul fronte delle imprese, il 64 per cento denuncia difficoltà nel reperire candidati con competenze adeguate, soprattutto nei profili tecnico-produttivi e digitali.
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Andrea Canton
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