di Andrea Filloramo
Rispondo a una e-mail inviatami recentemente, in cui una lettrice di IMGPress, fra l’altro, chiede: “A suo parere, quali sono i motivi per cui la Chiesa Cattolica non si apre totalmente alla modernità, ma cerca soltanto di apparire moderna? Perché rimane sempre ancorata alla tradizione con il rischio di scomparire?”
Chiariamo innanzitutto i termini della questione postami: volere che la Chiesa cattolica si apra veramente alla modernità, quindi essere “moderna”, non deve significare necessariamente chiedere alla Chiesa di diventare progressista, di abbandonare, cioè, le proprie tradizioni o di adeguarsi passivamente a ogni cambiamento sociale.
La questione è molto più profonda: deve significare chiedersi se un’istituzione, nata duemila anni fa, in un mondo molto diverso da quello attuale sia ancora capace di interpretare il presente, ascoltarlo e dialogare con esso, senza, però, rinunciare alla propria identità.
È proprio qui che indubbiamente emerge una delle principali difficoltà della Chiesa contemporanea, che spesso sembra oscillare tra due tentazioni opposte. Da una parte, infatti, c’è la difesa rigida della tradizione; dall’altra c’è il tentativo di apparire moderna attraverso un linguaggio più attuale, senza però affrontare fino in fondo le questioni che hanno prodotto la distanza tra molti fedeli e l’istituzione ecclesiale.
Occorre tenere presente che la tradizione è una delle grandi ricchezze del cattolicesimo. Ma tradizione non significa immobilità. Una tradizione viva deve essere capace di distinguere ciò che costituisce il nucleo della fede da ciò che appartiene alle forme storiche attraverso cui quella fede è stata espressa.
Il problema nella Chiesa nasce quando ogni critica viene percepita come un attacco e ogni cambiamento è interpretato come una perdita di identità. In questo modo la tradizione rischia di trasformarsi da strumento di continuità in un alibi per non affrontare il presente.
Una Chiesa moderna deve, quindi, avere il coraggio di interrogarsi anche sulle proprie posizioni più consolidate. Non perché tutto ciò che è antico è sbagliato, ma perché nessuna istituzione può pretendere di comprendere il mondo contemporaneo se non accetta di lasciarsi mettere in discussione.
Un secondo elemento riguarda la struttura stessa della Chiesa. Il cattolicesimo è fortemente gerarchico. In esso il potere decisionale è concentrato in larga misura nel clero e, ai livelli superiori, nell’episcopato e nel papato e nel quale lo status clericale è la condizione giuridica che distingue i membri del clero (diaconi, presbiteri e vescovi) dal resto del popolo dei fedeli (laici).
Nei primi secoli del cristianesimo non era, però, così. Non esisteva allora una casta sacerdotale distinta in senso giuridico; le comunità erano guidate da anziani (presbyteroi) ed episcopi (episkopoi) scelti tra i fedeli.
La categoria del clero si è formata tra la fine del I secolo e il IV secolo d.C, quando si è consolidata definitivamente una netta separazione sociale tra clero e laicato
Questa struttura ha una sua ragione teologica e storica, ma nel mondo contemporaneo genera inevitabilmente una domanda: quanto spazio hanno realmente i laici nelle decisioni che riguardano la vita della comunità ecclesiale?
Non basta chiedere ai fedeli di partecipare maggiormente se le decisioni fondamentali rimangono sostanzialmente nelle mani di pochi.
Una Chiesa moderna dovrebbe sviluppare forme più efficaci di partecipazione, consultazione e controllo, anche attraverso organismi realmente rappresentativi. Il tema non è semplicemente democraticizzare la Chiesa ma è riconoscere che l’autorità, per essere credibile, deve anche essere responsabile.
Fra le tante questioni che la Chiesa deve affrontare c’è la questione femminile, che rappresenta forse una delle contraddizioni più difficili da ignorare. Le donne costituiscono, infatti, una parte fondamentale della vita quotidiana, eppure non solo il potere sacramentale, ma gran parte del potere istituzionale rimangono a loro preclusi.
È probabilmente sul tema della sessualità che la distanza e confronto tra Chiesa e società contemporanea appare più evidente. Da un lato c’è la dottrina ufficiale che custodisce il valore della castità, del matrimonio monogamo e indissolubile tra uomo e donna e l’apertura alla vita; dall’altro si sperimenta una crescente spinta al dialogo pastorale, all’ascolto e all’accoglienza delle fragilità, segnata da tensioni e aperture e un linguaggio meno giudicante.
Pertanto: convivenza, contraccezione, divorziati risposati, relazioni omosessuali, nuove forme familiari: sono queste delle realtà quotidiane per milioni di persone. Una parte significativa di queste persone non considera necessariamente incompatibile la propria vita affettiva con la ricerca spirituale.
Quando il linguaggio ecclesiale affronta queste realtà prevalentemente attraverso categorie morali e divieti, rischia di perdere proprio coloro che avrebbe maggiore interesse ad accompagnare.
Questo non significa che la Chiesa debba semplicemente adeguare la propria morale ai cambiamenti della società. Significa, però, che dovrebbe chiedersi se il modo in cui presenta quella morale riesca ancora a comunicare misericordia, responsabilità e dignità della persona oppure se venga percepito principalmente come giudizio. Una posizione può essere rigorosa senza essere disumana. Una posizione può essere accogliente senza essere priva di principi.
Nessun progetto di modernizzazione può prescindere dalla questione degli abusi clericali e della gestione del potere. Quando un’istituzione chiede fiducia morale, non può pretendere che la propria autorità venga accettata semplicemente sulla base del ruolo che ricopre. Deve dimostrare concretamente di saper prevenire gli abusi, proteggere le vittime, collaborare con le autorità e rendere trasparenti le proprie responsabilità.
Un errore frequente consiste nel confondere modernità con linguaggio giovanilistico. Non basta, infatti, che i preti utilizzino Instagram, o Facebook, organizzino eventi spettacolari o adottino slogan contemporanei per colmare la distanza con le nuove generazioni, come possiamo osservare in tanti siti parrocchiali dove persino gli atti liturgici diventano scenografici. I giovani non hanno bisogno di una Chiesa che cerchi disperatamente di sembrare giovane, ma di un’istituzione capace di prendere sul serio le loro domande.
Il problema della fede oggi è per i giovani – e non solo per loro – la difficoltà di trovare un significato in un mondo caratterizzato da precarietà, solitudine, tecnologia, crisi ambientale, trasformazioni del lavoro e relazioni sempre più fragili.
Una Chiesa credibile dovrebbe entrare in queste questioni non con risposte prefabbricate, ma con la capacità di accompagnare anche il dubbio. Forse proprio questo uno degli aspetti che più mancano alla cultura ecclesiale: uno spazio autentico per il dubbio. La fede non dovrebbe essere confusa con l’assenza di domande. Una persona può credere e contemporaneamente interrogarsi, essere incerta, attraversare periodi di crisi.
Una Chiesa moderna dovrebbe poter dire che alcune questioni non hanno risposte semplici. Dovrebbe poter distinguere tra ciò che considera essenziale e ciò che rimane aperto all’interpretazione. Ammettere l’incertezza non significa indebolire la fede. In alcuni casi può renderla più credibile, perché dimostra che l’istituzione non ha bisogno di fingere di possedere una risposta per ogni problema umano.
La modernità pone inoltre questioni che la Chiesa non può affrontare soltanto con categorie del passato: intelligenza artificiale, biotecnologie, manipolazione genetica, rapporto tra uomo e macchina, cambiamento climatico, nuove forme di lavoro.
Qui il cattolicesimo possiede potenzialmente una grande risorsa: una tradizione intellettuale abituata al confronto filosofico e alla riflessione etica. Ma questa risorsa funziona soltanto se il dialogo con la scienza è autentico.
La Chiesa non dovrebbe né cercare di sostituirsi alla scienza né rifiutare ciò che mette in discussione alcune sue convinzioni. Dovrebbe piuttosto contribuire alla domanda successiva: non soltanto “che cosa possiamo fare?”, ma anche “che cosa dovremmo fare?”.
Alla fine, il problema della Chiesa cattolica non è semplicemente che sia “troppo conservatrice”. Questa definizione, da sola, è insufficiente. Il vero problema è la difficoltà di mantenere insieme identità e cambiamento. Se la Chiesa rinuncia completamente alla propria specificità per inseguire ogni trasformazione culturale, perde la ragione stessa della propria esistenza. Ma se considera ogni trasformazione una minaccia, rischia di diventare progressivamente irrilevante per le persone che vivevano nel mondo che avrebbe dovuto evangelizzare.
La modernità, infine, non significa trasformare il cattolicesimo in una versione religiosa della cultura dominante, ma renderlo capace di stare dentro il presente senza averne paura.
Forse, quindi, la vera riforma non consiste nel cambiare immediatamente tutte le risposte, ma nel cambiare il modo in cui vengono poste le domande.
Una Chiesa che non ha paura delle domande potrebbe scoprire che la propria tradizione non è più debole quando viene messa alla prova. Al contrario, potrebbe finalmente dimostrare di avere ancora qualcosa di significativo da dire al mondo.
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roberto
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