Una serie di saggi che attraversano arte, persecuzione e memoria, guardando al Novecento per consegnare soprattutto ai giovani uno strumento di libertà.
Ci sono libri che raccontano una stagione dell’arte e altri che provano a capire che cosa l’arte possa fare quando la storia precipita. Espressionisti contro nazisti. Saggi sull’arte della libertà di Roberto Malini e Steed Gamero appartiene alla seconda categoria. È un libro sulla pittura e sulla scultura, naturalmente, sulle avanguardie, sull’Espressionismo e sulla cultura yiddish. Ma la questione che attraversa le sue pagine è ancora più elementare e urgente. Che cosa accade alla libertà quando il potere decide quali immagini possiamo guardare, quali libri possiamo leggere, quali esseri umani meritano di esistere? La risposta comincia da una fiammella che divampa senza controllo, trasformandosi in un gigantesco rogo. Nel 1933 i libri bruciano nelle piazze tedesche. Quattro anni dopo, a Monaco, il regime nazista mette in scena Entartete Kunst, l’“arte degenerata”. Centinaia di opere vengono esposte in una mostra che rappresenta il massimo ludibrio, derise e accompagnate da scritte improntate all’insulto, trasformate in reperti di una presunta malattia dello spirito. L’allestimento stesso diventa propaganda. Il visitatore deve imparare a disprezzare ciò che fino a pochi anni prima rappresentava una delle stagioni più fertili dell’arte europea. Intanto la macchina delle confische sottrae ai musei tedeschi più di ventimila opere moderne. Alcune saranno vendute, altre disperse, migliaia distrutte. È difficile immaginare una dimostrazione più limpida del rapporto fra autoritarismo e immagini. Un regime che aspira al controllo totale vuole governare anche lo sguardo.
Per questo Espressionisti contro nazisti parla del passato e contemporaneamente del presente. Malini e Gamero seguono il punto in cui la forma artistica diventa una questione civile. Il segno espressionista perde ogni obbligo di fedeltà al visibile. La linea si tende, si spezza, ferisce. Il volto rinuncia alla compostezza del ritratto ufficiale. Il corpo porta sulla superficie il dolore, il desiderio, la paura, la pietà. Proprio ciò che l’estetica totalitaria vorrebbe cancellare ritorna con maggiore intensità. Da una parte compaiono corpi costruiti come monumenti, levigati dall’ideologia, immuni alla fragilità. Dall’altra affiorano figure irregolari, dolenti, spirituali, perfino scomode. Nel libro questo conflitto attraversa Otto Freundlich e la sua idea di un’umanità nuova, i Cristi di Lovis Corinth, Marc Chagall ed Emil Nolde, l’universo yiddish, gli artisti perseguitati e le opere bollate dal regime come espressioni di decadenza. Qui la storia dell’arte smette di essere una successione tranquilla di movimenti. Diventa storia della libertà. Lo si comprende bene pensando a Freundlich. La sua ricerca tendeva verso una comunità umana capace di superare gerarchie razziali e nazionali. L’“uomo nuovo” immaginato dall’artista possedeva dunque un significato opposto a quello elaborato dalle ideologie totalitarie. Nessuna purezza, nessun canone biologico, nessun individuo modellato in serie. L’essere umano di Freundlich nasceva dalla relazione fra parti differenti, da una pluralità capace di costruire unità. Per il nazismo una simile visione rappresentava un pericolo.
Ecco uno dei passaggi più interessanti del libro. La persecuzione dell’arte moderna appare per ciò che fu realmente, un progetto politico condotto anche attraverso l’estetica. Il nazismo cercò di stabilire una grammatica del visibile, distinguendo il corpo accettabile da quello “degenerato”, la forma sana da quella malata, l’arte tedesca da quella considerata estranea o contaminante. La mostra del 1937 rese quel codice spettacolo di massa. Più di due milioni di persone visitarono l’esposizione di Monaco, organizzata deliberatamente per annichilire il valore culturale e civile delle opere. Malini e Gamero leggono l’Espressionismo dal versante opposto. Deformare significa anche sottrarsi alla forma imposta. Alterare una proporzione può restituire alla figura la sua verità emotiva. Un volto dipinto con colori impossibili può dire dell’essere umano più di una perfetta anatomia accademica. La dissonanza diventa una possibilità di conoscenza. Per un giovane lettore questo passaggio conta molto. La libertà artistica rischia oggi di apparire come un’acquisizione definitiva, quasi un elemento naturale della nostra società. La storia del Novecento racconta qualcosa di diverso. Le libertà culturali possono essere erose rapidamente. Prima arriva il discredito, poi la classificazione, quindi l’esclusione. L’opera viene ridicolizzata, l’artista trasformato in nemico, la differenza presentata come minaccia. A quel punto l’attacco alla cultura ha già preparato un lessico utilizzabile contro le persone. E non illudiamoci, perché ancora ai nostri giorni esistono strumenti di controllo dell’arte, la cui libertà è sottoposta a più di un filtro, a partire da un mercato dai meccanismi perversi secondo alcuni, incomprensibili secondo altri. Il libro acquista forza proprio quando l’arte viene osservata in questa continuità fra immagini, parole e diritti.
Anche la vicenda di Ernst Ludwig Kirchner appartiene a tale paesaggio. Die Brücke, il gruppo fondato a Dresda nel 1905, aveva affidato già nel proprio nome l’idea di un passaggio verso una generazione nuova e una più ampia libertà di vita e di creazione. Trent’anni dopo quelle esperienze erano diventate, agli occhi del regime, qualcosa da estirpare. Kirchner fu fra gli artisti colpiti dalla campagna contro l’arte moderna, insieme a Beckmann, Klee, Heckel, Schmidt-Rottluff e molti altri. Il ponte sognato dalle avanguardie e il muro costruito dal totalitarismo sono due immagini che continuano a fronteggiarsi. È qui che la prospettiva del volume si allarga. Per Malini e Gamero questa materia appartiene anche a una storia di ricerca, di militanza culturale e di lavoro sulla memoria sviluppata nel tempo. Nell’esperienza di Watching the Sky, arte e testimonianza hanno spesso proceduto insieme. Nel 2008 Psiche incatenata affrontava la persecuzione delle persone con disabilità psichica e Aktion T4, mentre Capelli d’oro e di cenere riuniva venti ritratti fotografici di donne sopravvissute ai ghetti e ai campi, fra cui Goti Bauer, Hanneli Pick-Goslar, Halina Birenbaum, Mirjam Waterman Pinkhof, Antonia Bezzecchi e Ruth Bondy. Questa attività ha trovato continuità nella ricerca sulle opere e sugli artisti colpiti dalla Shoah e nella costruzione di nuovi dispositivi di memoria. Il punto decisivo rimane lo stesso. Recuperare un quadro disperso, un disegno, una fotografia o una biografia significa restituire individualità a ciò che la persecuzione aveva tentato di cancellare. La stessa linea arriva fino alle sperimentazioni più recenti. Nel 2025 Sprich auch du, ideata da Roberto Malini con Dario Picciau e Fabio Patronelli, ha portato alla Biblioteca Universitaria di Genova un trittico digitale dedicato a Paul Celan. Intelligenza artificiale, pittura digitale, parola poetica e sound design entrano in rapporto con la memoria della Shoah. Il linguaggio tecnologico viene sottratto alla seduzione dell’effetto e riportato verso una domanda antica, quella sulla possibilità di dare forma all’assenza e di trasmettere una memoria alle generazioni che vengono dopo.
Il passaggio dall’Espressionismo storico all’immagine digitale potrebbe sembrare enorme. In realtà una parentela esiste. In entrambi i casi l’artista lavora dentro un linguaggio nuovo mentre qualcuno gli chiede di assumersi la responsabilità della propria visione. La tecnica cambia. Resta la domanda sull’essere umano È probabilmente questa la chiave più attuale di Espressionisti contro nazisti. Il libro evita di chiudere gli artisti perseguitati nella teca della commemorazione. Li rimette in circolo. Chiede al lettore di guardare Freundlich, Chagall, Corinth, Kirchner e gli altri come interlocutori ancora capaci di creare attrito. Le loro opere arrivano da un’Europa nella quale una politica di esclusione riuscì progressivamente a trasformare il pregiudizio in norma, la propaganda in educazione della percezione e infine la disumanizzazione in sistema. Per gli studiosi il volume offre percorsi e connessioni fra storia dell’arte, persecuzione, innovazione da parte delle avanguardie e anche cultura ebraica, cultura rom, cultura LGBTQI+, cultura dei gruppi sociali emarginati. Per gli appassionati restituisce alle opere il loro contesto umano.
Per i giovani può avere una funzione ancora diversa. Può insegnare che la libertà culturale possiede una storia complessa e quindi anche tanti punti di vulnerabilità o rottura. Ogni generazione la riceve, la usa e decide quanto sia disposta a difenderla. Un libro, naturalmente, non ferma da solo un’autorità che censura, un’ideologia che discrimina o una società che comincia ad abituarsi all’intolleranza. Può però rendere più difficile l’assuefazione. Può riconsegnare nomi alle persone e significato alle immagini. Può mostrare che dietro una linea non continua, un volto dai lineamenti stilizzati e dall’espressione estremizzata o un colore violentemente innaturale può agitarsi un’affermazione elementare di autonomia. In questo senso Espressionisti contro nazisti assomiglia davvero a uno scudo. Non uno scudo nato per nascondere, ma per proteggere chi lo pone di fronte a sé durante la sua avanzata coraggiosa, che non prevede la consegna disarmata alla semplificazione, alla propaganda e all’oblio. È una raccolta di riflessioni, eventi storici e parti ancora recuperabili della nostra memoria. Semi che contengono ancora la nostra vitalità civile e culturale, da cui è ancora possibile che germoglino i virgulti della libertà.
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roberto
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