Meloni invoca una bussola per l’AI. Che in Italia non ha trovato: il groviglio di enti, il caos sul riconoscimento facciale


“L’intelligenza artificiale resti al servizio dell’uomo”: sono le parole di Giorgia Meloni pronunciate davanti al G7 in Francia e poi pronunciate più di recente in televisione. Arrivano dopo quattro anni in cui il governo italiano di intelligenza artificiale ha parlato molto e ha lavorato per creare ambienti in cui se ne parlasse. Quando si è trattato di fare la sua parte, ha legiferato generando poche certezze e tanta confusione. Ha investito troppo poco. L’intelligenza artificiale non è una sfida che un singolo paese può affrontare da solo: servono regole europee, o meglio ancora globali. Serve un’interazione tra i governi e chi crea le tecnologie.

Guardando in controluce i quattro anni di governo, però, si può tracciare la linea di quella che è stata la direzione del governo sull’AI: ed è una linea a volte discontinua, sempre ingarbugliata.

Prima di analizzarla nel dettaglio, torniamo alla frase della premier. Che suona più come un appello che come una strategia. Meloni l’ha indirizzata alla trasmissione televisiva Forum. Il messaggio riguardava un fatto italiano e televisivo – l’introduzione di un umanoide nello studio della trasmissione condotta da Barbara Palombelli – ma si inserisce nel dibattito che arriva dagli Stati Uniti, dove i leader delle big tech stanno avvertendo sulla necessità di rallentare il progresso dell’AI. Perché il timore è che possa in tempi molto brevi essere più dannosa che vantaggiosa per l’uomo. Un timore espresso anche dal presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, nel suo messaggio di auguri a Papa Leone: “Le nuove tecnologie dischiudono possibilità inusitate, ma rischiano anche di mettere a repentaglio la centralità dell’essere umano, allargando disparità sociali ed economiche già in essere”.

Meloni aveva voluto che l’intelligenza artificiale fosse al centro del G7 di Borgo Egnazia, nel 2024. Sulle colonne della Stampa oggi vengono riportate le parole che la premier ha pronunciato a un altro G7, quello di Évian-les-Bains, del 2026. “Abbiamo bisogno di una bussola morale per non perderci e questa bussola non può che essere un umanesimo tecnologico con l’uomo, i suoi diritti e i suoi bisogni, al centro”, è uno dei passaggi del suo pensiero.

Ma qual è la bussola del governo italiano sull’AI? Difficile capirlo, perché a leggere la normativa prodotta da Meloni e i suoi si resta disorientati. La premier ha sostenuto con orgoglio che l’Italia è stato il primo Paese europeo a dotarsi di una normativa multidisciplinare sull’AI. Una normativa, però, che più che ordinare il caos aggiunge entropia. Per capirlo basta guardare pochi esempi: chi dovrà “supervisionare” l’AI? Non uno, ma quattro enti. L’Agenzia nazionale per la cybersicurezza (che ha cambiato tre capi in quattro anni) dovrà vigilare sulla sicurezza e l’adeguatezza dei sistemi, l’agenzia per il digitale (AgId) dovrà insegnare a cittadini e imprese come si usano questi strumenti. Le due agenzie non lavoreranno da sole: a Palazzo Chigi ci sarà una cabina di regia che dovrà coordinare le attività di entrambe. Dulcis in fundo, avrà un ruolo il Garante per la Privacy, la cui attività si intersecherà che quella degli enti già citati. Un discreto groviglio di competenze, che solo il futuro potrà dirci se sarà efficace o no.

Ma la via italiana all’AI è a costo zero? Dopo una serie di tentennamenti iniziali, sembrerebbe di no: il governo ha specificato che è pronto a offrire “fino a un miliardo di euro” a imprese e start up che vogliono sviluppare l’intelligenza artificiale. A scorrere il testo, una sorta di legge quadro che dovrebbe disciplinare l’AI in ogni ambito dell’esistente, si nota la tecnica difensiva: l’AI viene vista come un rischio più che come un’opportunità. Bisogna, si scrive, mettere in guardia “gli utenti” dai rischi, vigilare “sui rischi economici e sociali” della tecnologia, stabilire “livelli di sicurezza adeguati ai rischi”e così via. 

Nonostante la sequenza di alert, quando si è trattato di passare dalla teoria alla pratica, un rischio non è stato valutato. E il governo è stato a un passo dal prevedere l’uso di tecnologie sviluppate con l’AI in modo non conforme alle regole europee. Un decreto attuativo alla legge del governo ha rischiato il semaforo rosso di Bruxelles: quello sul riconoscimento facciale. In sostanza il governo aveva previsto la possibilità di usare i dati biometrici delle persone durante le indagini, in molti casi anche senza l’autorizzazione del giudice. Sarebbe bastata una comunicazione orale al pubblico ministero. Non era poi chiara la procedura per conservare i dati e suscitava dubbi il fatto che potessero rimanere disponibili per una settimana. 

A seguito delle rimostranze di Forza Italia e dell’opposizione, la norma è stata cambiata ad agosto. Ma il nuovo testo è ancora ignoto. In Gazzetta ufficiale non c’è e, apprende HuffPost, i parlamentari dell’opposizione che ne stanno chiedendo conto al ministero della Giustizia non ottengono risposte. “Sarà pubblicato a giorni”, assicurano fonti ministeriali. In questo limbo si arriva a un paradosso: il governo che mette in guardia dai rischi dell’Ai aveva ipotizzato di usarla in maniera rischiosa per i diritti delle persone. 

Qualcosa di concreto si muove dal punto di vista della ricerca. Il ministero competente ha attivato una serie di progetti, il più importante è Ai Factory Italia. Si registra inoltre un aumento dei corsi universitari sulla materia.

Allargando il raggio sul mondo delle tecnologie, sempre più connesso all’Ai, il governo ha usato la mano pesante dal punto di vista penale: nel 2024 è stata approvata una legge che ritocca il codice penale 13 volte. Che crea il reato di “estorsione mediante reati informatici”, nuove aggravanti e inasprisce pene. Soldi per la sicurezza informatica in quel provvedimento? Neanche un euro. A onor del vero, qualche spicciolo è arrivato l’anno dopo, nel 2025: 150 milioni per le imprese, 58 per la “resilienza cibernetica”. Pochi soldi per una sfida così grande. Soprattutto in un contesto in cui la Russia ci minaccia con la guerra ibrida. Soprattutto in un momento in cui i 600 milioni del Pnrr destinati al settore della cybersecurity vanno a esaurirsi.


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