La Russa blinda le scelte e ogni possibilità di futuro. La deputata insiste: basta mance per alimentare consenso

I patrioti ‘ribelli’ hanno una cosa in comune: nel 2022 fecero entrambi un passo di lato. Carolina Varchi rinunciò alla corsa per Palazzo delle Aquile per consentire al centrodestra di convergere su Roberto Lagalla. Nello Musumeci lasciò Palazzo d’Orleans dopo cinque anni perché Forza Italia e Lega non ne volevano sapere della sua ricandidatura. Quattro anni dopo sono proprio loro a mettere in discussione la linea della conservazione che La Russa e il gruppo dirigente di FdI sembrano voler difendere in Sicilia: Lagalla al Comune e Renato Schifani alla Regione.

La Russa, almeno su Schifani, non ha lasciato molto spazio alle interpretazioni. Da Ragalna ha definito l’attuale governatore “un buon presidente” e ha ricordato che normalmente chi governa bene, se decide di ripresentarsi, viene ricandidato. Formalmente la scelta toccherà ai partiti. Politicamente, però, il presidente del Senato ha indicato la strada. Ed è una strada che porta alla continuità. Peraltro fu proprio La Russa, nell’agosto del 2022, ad annunciare che Fratelli d’Italia aveva scelto Schifani dopo aver constatato l’impossibilità di ricomporre il centrodestra attorno a Musumeci.

Ed è partendo da questo precedente che Musumeci oggi presenta il conto. La regola dell’uscente, ha detto il 21 agosto, “non esiste più e invocarla è una bestemmia”. Perché furono Forza Italia e Lega a cancellarla nel 2022, quando Nello venne giudicato “divisivo” e invitato a togliersi di mezzo. E ha aggiunto che non esiste alcun automatismo neppure sulla casella: se non sarà Schifani – gli unici a sostenerlo pubblicamente e convintamente sono i cespuglietti di centro: dall’Udc Terrana al capogruppo della DC all’Ars – non è scritto da nessuna parte che il candidato debba essere ancora di Forza Italia. FdI, ha ricordato, è il primo partito nazionale e non può continuare a fare il donatore “fino all’anemia”.

A Ragalna, una settimana dopo, Musumeci ha ammorbidito la forma senza cancellare la sostanza. Ha escluso una propria candidatura – “non metterò mai più piede a Palazzo d’Orléans” – e ha perfino assicurato che, se Schifani venisse ricandidato, lo voterebbe. Ma subito dopo ha piazzato una frase che assomiglia a una saetta: “Sono stato in quel palazzo lasciandolo incontaminato: i malfattori restavano fuori”.Non fa nomi e non serve farglieli fare. Il confronto col presente viene quasi da sé, dopo una legislatura attraversata da inchieste e vicende giudiziarie che hanno coinvolto pezzi della maggioranza. Musumeci rivendica così una diversità politica, ma soprattutto morale.

C’è però un lato oscuro anche in questa rivendicazione d’incontaminatezza. A raccoglierla, sul palco di Ragalna, è stato Maurizio Scaglione, direttore editoriale de ilSicilia.it: uno dei protagonisti di quel “pagnottismo” che racconta un’altra forma di prossimità al potere, fatta di quattrini, affidamenti diretti, consulenze, altisonanti progetti di comunicazione al servizio di questo o quell’ente, davanti ai quali larga parte della politica ha preferito voltarsi dall’altra parte. Musumeci racconta il Palazzo che teneva fuori i malfattori proprio dentro una delle rappresentazioni più riuscite di quel sistema di relazioni e potere che nessuno intende cancellare (e che anzi premia oltremodo, grazie ai finanziamenti pubblici previsti dall’ultima legge sull’editoria).

Sull’altro fronte c’è Carolina Varchi. La sua disobbedienza – come quella gentile e sfrontata di Mulè dentro Forza Italia – è meno rumorosa ma forse più pericolosa, perché non riguarda soltanto una candidatura. Con “Palermo Capitale” ha aperto un cantiere politico mentre Lagalla è ancora sindaco e mentre i vertici siciliani di FdI provavano a rinviare qualsiasi discussione sul 2027. Varchi ha detto che bisogna “andare oltre l’ordinaria amministrazione” e costruire un’idea diversa di città. Non ha annunciato la candidatura, ma ha iniziato a fare esattamente ciò che fa chi intende preparare un’alternativa: raccogliere competenze, progetti, gruppi di studio, società civile.

La reazione del partito fu glaciale. La cabina di regia regionale la liquidò come un’“azione solitaria” e ribadì che non esisteva motivo di sostituire Lagalla, giudicato un sindaco che “ha lavorato bene”. Sbardella provò subito a spegnere l’incendio: Palermo Capitale “non è un avviso di sfratto”. Qualche settimana dopo è stato ancora più chiaro: se Lagalla non lascerà volontariamente il Comune, “la successione difficilmente ci potrà essere”. Quasi contemporaneamente La Russa telefonava al sindaco per rinnovargli la propria stima, dopo averlo già ricevuto a Palazzo Madama insieme a Sbardella e Cannella.

Solo che Varchi non si è fermata. Anzi, ieri ha allargato il tiro dalla città alla Sicilia e il suo intervento su LiveSicilia contiene parole destinate a creare qualche disagio dentro la stessa maggioranza di cui FdI è il principale azionista. La politica, scrive, dovrebbe “anticipare le crisi e costruire opportunità”; invece troppo spesso la “programmazione” viene sostituita dalla gestione del consenso e la “visione” dalla convenienza immediata. Poi arriva il passaggio sulle “mancette”, sui contributi disseminati senza una strategia e sulle risorse pubbliche utilizzate per costruire consenso personale. Varchi riconosce i risultati del governo Schifani e la lealtà di FdI, ma subito dopo mette sotto accusa un meccanismo che è parte integrante della politica regionale di questi anni: risorse disperse, consenso personale, convenienze immediate al posto della programmazione.

 “Andare oltre l’ordinaria amministrazione” a Palermo e denunciare una Sicilia dove la visione viene sacrificata al consenso sono due pezzi dello stesso discorso. Varchi reclama per sé e per FdI il diritto di aprire una fase nuova. La Russa e Sbardella, però, lavorano per mantenere lo status quo. A tal punto che sabato, durante la quarta giornata dell’Etna Forum, a Ragalna, si è rivisto in platea anche Manlio Messina: “Io l’ho sempre detto e lo ribadisco: Fratelli d’Italia è casa mia. Io non posso fare politica da altre parti. O smetto o torno a casa mia”, ha detto l’ex assessore al Turismo. Più che rinnovamento, sembriamo a un passo dalla restaurazione.




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Alberto Paternò

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