Il centrosinistra ha ancora da definire programma e candidato, ma il perimetro della coalizione è solido. Anche in vista delle prossime elezioni amministrative. È questa una delle indicazioni emerse dal dibattito sulla riforma della legge elettorale, andato in scena ieri sera alla Passeggiata Morin nell’ambito di “People have the power”, la festa provinciale del Partito democratico. Un confronto di respiro nazionale, che però ha offerto anche un’indicazione politica in vista delle prossime elezioni: Pd e Italia viva intendono continuare a lavorare insieme, nella prospettiva di costruire una coalizione alternativa al centrodestra.
Sul palco, alle 21.30, il moderatore Mario De Fazio ha messo a confronto Simona Bonafè, deputata del Pd, Raffaella Paita, senatrice di Casa Riformista-Italia viva, e Roberto Zaccaria, docente di Diritto costituzionale ed ex presidente della Rai.
Il punto di partenza del confronto è stato il progetto di riforma della legge elettorale del centrodestra, già approvato alla Camera e atteso al Senato a settembre. Per Zaccaria, però, c’è una contraddizione di fondo: se la maggioranza rivendica di esprimere il governo più stabile della storia della Repubblica, non si comprende perché debba cambiare le regole del voto proprio a fine legislatura. “Ogni due per tre dicono siamo il governo più stabile e longevo, ma vogliono cambiare la legge. C’è un elemento di disorientamento”, ha osservato, ricordando a tal proposito l’appello sottoscritto da 160 costituzionalisti contro il provvedimento.
A preoccupare il docente è soprattutto il premio di maggioranza previsto dalla proposta: chi supera il 42 per cento dei voti otterrebbe il 55 per cento dei seggi, mentre chi arriva secondo perderebbe una quota significativa della propria rappresentanza. Questo, secondo Zaccaria, produrrebbe quindi uno squilibrio molto forte, con possibili conseguenze sul principio del voto libero e uguale.
Non meno delicata, per il costituzionalista, è l’indicazione obbligatoria del leader della coalizione. Un meccanismo che, a suo giudizio, finirebbe per incidere sulle prerogative del presidente della Repubblica, configurando di fatto una forma di premierato introdotta attraverso una legge ordinaria dopo che il progetto di riforma costituzionale sul premierato è stato bocciato.
Dentro questo schema si inserisce anche il “fattore Vannacci”. Zaccaria ha rilevato che la crescita del generale, oggi accreditato di un consenso intorno al 7 per cento, possa avere un peso negli equilibri futuri del centrodestra. La possibilità che Vannacci si allei con Meloni per ottenere il premio di maggioranza e poi possa successivamente collocarsi all’opposizione, secondo il docente, rappresenterebbe un elemento di forte instabilità, rientrando poi in vista dell’elezione del prossimo presidente della Repubblica.
La questione della leadership del centrosinistra è emersa inevitabilmente quando De Fazio ha chiesto se l’assenza di un leader definito renda più difficile affrontare il nuovo sistema. Bonafè ha preferito partire da un dato ancora più generale: “Dimentichiamo che un elettore su due non va a votare”. È in questo contesto, ha sostenuto, che bisogna leggere una riforma arrivata mentre il Paese deve fare i conti con due guerre, il calo del potere d’acquisto, bollette e carburanti dai prezzi elevati e un governo che rivendica la propria longevità senza aver portato a compimento molte delle riforme annunciate.
Anche la tempistica viene contestata. Per Bonafè, non è chiaro perché una riforma destinata a incidere sulle prossime elezioni debba essere approvata a un anno dal voto e con un ricorso così marcato ai voti della sola maggioranza. La deputata Pd ha inoltre criticato il sistema delle liste bloccate e la possibilità di indicare il premier, definita “uno sgorbio istituzionale” perché lesiva delle prerogative del capo dello Stato.
Ma, al di là delle regole, la partita è soprattutto politica. Se nessuna forza raggiungesse il 42 per cento, ha osservato, ci si troverebbe davanti a un sistema proporzionale accompagnato dalla possibilità, a quel punto solo formale, di scegliere il premier. E proprio qui torna il nodo del centrosinistra: “In tutto il mondo il leader del partito che esprime la maggioranza nella coalizione è premier”, ha detto, aprendo anche alla possibilità delle primarie. La condizione, però, è non presentarsi divisi.
La posta in gioco, per Bonafè, va oltre la semplice conquista di Palazzo Chigi. La prossima legislatura dovrà eleggere il presidente della Repubblica e la deputata ha evocato il rischio di vedere al Quirinale una figura espressione dell’attuale destra, citando Giorgia Meloni, Matteo Salvini e Roberto Vannacci come possibili successori di una figura di garanzia come Sergio Mattarella.
Sul possibile effetto della soglia del 42 per cento ha scelto un’altra chiave Raffaella Paita. “Sono convinta che chi si mette in testa di cambiare legge elettorale a fine mandato per vincere penso si porti sfiga”, ha detto la senatrice, secondo la quale il problema non è tanto stabilire se quella percentuale sia stata tarata bene o male, quanto capire perché il centrodestra abbia deciso di intervenire proprio adesso.
La lettura di Paita è che la riforma nasca dalla paura di perdere, senza però considerare la sconfitta come una vera tragedia. Infatti la crescita di nuovi fenomeni politici, ha ricordato, ha già dimostrato come sia possibile partire dall’opposizione e ottenerne un vantaggio in termini di consenso per poi arrivare a conquistare il governo. Il meccanismo proposto, in questa prospettiva, servirebbe anche a evitare che Meloni lasci spazio a Vannacci per crescere ulteriormente fuori dalla maggioranza.
Il tema della legge elettorale diventa così, per Paita, il riflesso di un problema più ampio del governo. Inflazione, 191 mila giovani che hanno lasciato il Paese, sanità in difficoltà e problemi affrontati a botte di decreti sono, secondo la coordinatrice di Italia viva, questioni che non possono essere risolte “per magia” cambiando le regole del voto.
E proprio Vannacci torna al centro del ragionamento quando Paita mette in guardia dalla possibilità di una convergenza futura con Meloni. Oggi i due possono apparire distanti su alcuni temi, ma domani potrebbero sostenere insieme una figura “lontana anni luce” da ciò che ha rappresentato Mattarella. Da qui, secondo la senatrice, la necessità che le forze alternative alla destra costruiscano un’intesa prima del voto.
Non significa, ha precisato Paita, sostenere che Pd e Italia viva siano la stessa cosa. Al contrario, le differenze restano, ma esistono anche punti di convergenza su energia, sanità, bollette e salari. “Abbiamo un obiettivo comune”, ha detto, rivendicando anche il valore delle primarie come strumento per coinvolgere gli elettori. Una posizione che si accompagna al riconoscimento dello sforzo unitario compiuto da Elly Schlein e alla constatazione che le divisioni del centrosinistra abbiano contribuito alla vittoria di Meloni nel 2022.
Per Zaccaria, però, proprio il 2022 è una pagina da archiviare. Il centrosinistra deve smettere di affrontare la partita con “le mani legate”, ha sostenuto, e il problema non riguarda soltanto la legge elettorale. Nel suo ragionamento è entrato anche il servizio pubblico radiotelevisivo, che il docente considera oggi sottoposto a un controllo politico molto più stringente rispetto al passato.
Il riferimento è alla Rai e al ruolo dell’informazione nella prossima campagna elettorale. Zaccaria ha ricordato la stagione del pluralismo che aveva conosciuto da presidente della tv pubblica e ha contestato l’attuale gestione dell’azienda, citando anche lo stallo della Commissione di vigilanza e la mancata nomina del presidente secondo la prassi che assegna quel ruolo a una figura indicata dall’opposizione.
Il risultato, secondo Zaccaria, sarebbe un sistema nel quale una legge elettorale già contestata sul piano costituzionale verrebbe accompagnata da una campagna elettorale condotta attraverso una informazione pubblica che non garantirebbe più un adeguato pluralismo. Da qui anche il richiamo al caso “Report”, alla satira e alla differenza tra l’informazione Rai e quella delle emittenti private, in particolare La7, dove oggi si concentrano i programmi di approfondimento politico.
Per il costituzionalista, dunque, il programma dell’opposizione può partire proprio dalla difesa della Costituzione. “Il programma è Alleanza per la Costituzione“, ha detto, sostenendo che per la prima volta tutte le forze del centrosinistra possano riconoscersi nella difesa dell’attuale Carta, proprio mentre il centrodestra propone di modificarla. Anche le primarie, secondo Zaccaria, possono essere utilizzate, ma con una regola precisa: a votare dovrebbero essere soltanto gli elettori che si registrano come tali del centrosinistra.
Zaccaria ha quindi svelato l’apprezzamento di Matteo Renzi nel marchiare la colazioni come “Alleanza per la Costituzione”. E ha annunciato una mobilitazione dei costituzionalisti contro la riforma elettorale, con la preparazione di ricorsi nei 150 distretti giudiziari nel caso in cui la legge venga approvata nonostante i mal di pancia della Lega. L’obiettivo è quello di portare la questione davanti alla Corte costituzionale, convinto che il presidente Mattarella non scioglierà le Camere prima di un pronunciamento definitivo.
A questo punto il confronto è tornato sul terreno più strettamente politico. De Fazio ha sollevato il tema degli “eccessi della cultura woke” e della necessità di trovare un’idea comune capace di tenere insieme il centrosinistra.
Bonafè ha respinto l’immagine di un centrodestra compatto contrapposto a un centrosinistra irrimediabilmente diviso.
“Nell’ultimo anno stiamo facendo iniziative legislative e battaglie insieme”, ha ricordato, citando la sanità e la proposta di portare i finanziamenti almeno al 7 per cento del Pil, oltre al salario minimo di almeno 9 euro l’ora. Le divisioni sulla politica estera esistono, ha ammesso, ma non sono sufficienti a cancellare un terreno comune molto più ampio sulle questioni interne.
Anche il tema delle riforme costituzionali diventa, in questo senso, un elemento aggregante. Bonafè ha ricordato che l’articolo 138 stabilisce le modalità con cui la Costituzione può essere modificata e ha riconosciuto l’errore commesso nel 2001 con una riforma approvata a maggioranza dal centrosinistra. Un precedente che ha avuto effetti negativi sui partiti allora al governo e che dovrebbe invitare a evitare di ripetere lo stesso schema.
Il risultato politico da costruire nelle prossime settimane, quindi, non è tanto un nome quanto un’alternativa al governo Meloni. “Ci serve un programma alternativo a quello del governo Meloni già nelle prossime settimane, più che parlare di leadership”, ha detto. La priorità, ha aggiunto, è impedire che la Costituzione venga “stracciata”.
De Fazio, in conclusione, ha chiesto quale ruolo possa spettare all’area riformista nella costruzione di questo progetto. Paita ha ricordato che già nel 2022 Renzi non voleva la divisione, ma che allora furono posti dei veti. Oggi, a distanza di anni, il tentativo è quello di trovare una strada comune. Una tendenza che, secondo la senatrice, è resa ancora più evidente dal ritorno di una dinamica bipolare.
Ma stare insieme non basta. Paita ha messo in guardia dalla tentazione di concentrare tutto sulla scelta del candidato. “Non ho nulla contro questa proposta del nome avanzata dal professor Zaccaria. Tendo però a pensare che non sia sufficiente limitarsi a parlare di nomi e di leadership”, ha spiegato. Il problema, per lei, è costruire una risposta a chi scivola dal ceto medio verso la povertà, alle liste d’attesa per esami sanitari importanti, alle donne costrette a scegliere tra lavoro e famiglia e ai giovani che lasciano l’Italia.
Qui, secondo Paita, sta la ragione d’essere del riformismo: non una sigla, ma “un’idea dinamica del progresso”. “Servono un programma forte, una leadership e un nome evocativo, ma soprattutto serve la volontà di creare un piano comune. “Non credo che Italia viva possa vincere le primarie, ma dobbiamo tessere la tela”, ha ammesso, lasciando aperte le diverse formule possibili.
La senatrice considera difficile che la coalizione possa affidarsi ancora a una leadership esterna come accaduto in passato. Ma il punto, alla fine, resta quello emerso lungo tutta la serata: chi non vuole un nuovo governo Meloni e non vuole una crescita di Vannacci deve essere disposto a stare insieme.
Il perimetro, dunque, c’è. Pd e Italia viva hanno confermato la volontà di continuare a lavorare nella stessa direzione e sul palco della Morin non sono emersi segnali di possibili fratture. E Paita lo ha sintetizzato con una formula che va oltre la prossima campagna elettorale: “Dobbiamo andare oltre alla rappresentazione e alla percezione di una coalizione divisa. Nell’interesse del Paese, che oggi è più povero, più disaggregato e meno credibile nel mondo”.
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Thomas De Luca
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