Sulla linea dei motori di Kyoto ci sono ancora lavori poco digeribili dai grandi robot industriali: spazi stretti, piccoli componenti, operazioni manuali difficili da affidare a una macchina costruita per ripetere sempre lo stesso movimento. È proprio lì che Mitsubishi Motors pensa di far entrare i suoi primi robot umanoidi. Prima qualche decina, poi eventualmente molti di più. E dal 2027 quegli stessi robot potrebbero essere prodotti dentro lo stabilimento.
Mitsubishi Motors ha firmato un accordo con Highlanders, startup nata dall’Università di Tokyo, per sviluppare umanoidi destinati alle proprie fabbriche e studiarne la produzione in serie nello stabilimento di Kyoto. Il memorandum annunciato il 9 luglio 2026 prevede di utilizzare gli edifici oggi inutilizzati del sito e valuta l’avvio della produzione già nella prima parte del 2027. Durante la presentazione del progetto è stato indicato anche un obiettivo decisamente più ambizioso: arrivare nella seconda metà dell’anno a una capacità di circa 1.000 robot al mese. Per ora è un traguardo industriale, non una linea già installata e pronta a sfornare umanoidi.
Perché Mitsubishi vuole un robot con mani e gambe
Le fabbriche automobilistiche sono automatizzate da decenni, quindi l’arrivo di un altro robot sembrerebbe quasi ordinaria amministrazione. La differenza sta nella forma e, soprattutto, nei lavori che si vogliono raggiungere.
Un braccio industriale saldato al pavimento è imbattibile quando deve ripetere migliaia di volte la stessa saldatura. Diventa molto meno utile davanti a un ambiente costruito intorno al corpo umano, con gradini, strumenti da afferrare, pulsanti, componenti diversi e spazi nei quali bisogna muoversi. L’umanoide prova a risolvere il problema dalla parte opposta: gambe per camminare dove camminiamo noi, braccia e mani per usare ciò che usiamo noi.
Il modello mostrato da Highlanders durante la presentazione si chiama N ed è stato progettato con proporzioni simili a quelle di una persona, proprio per operare in ambienti già esistenti. Mitsubishi vuole cominciare utilizzandolo nelle proprie fabbriche, raccogliendo dati e informazioni sul funzionamento reale per migliorare sviluppo, sicurezza e produzione. Tra le possibili applicazioni indicate dalla società c’è proprio la linea di assemblaggio dei motori di Kyoto, dove rimangono numerose lavorazioni manuali difficili da convertire con l’automazione tradizionale.
Qui entra la cosiddetta physical AI: un’intelligenza artificiale che ha sensori, telecamere e un corpo con cui interagire con l’ambiente. Highlanders sviluppa robot per automatizzare assemblaggio e movimentazione negli stabilimenti, attività nei magazzini, ispezioni e operazioni in luoghi pericolosi. Sul proprio sito la startup riassume la sua visione con una formula piuttosto poco timida: “spazzare via il lavoro con i robot”. L’idea dichiarata è liberare le persone dalle attività pesanti e lasciare alle macchine una parte crescente del lavoro fisico.
La carenza di lavoratori non cancella la sostituzione
Il contesto giapponese aiuta a capire perché questa promessa trovi terreno fertile. Mitsubishi cita esplicitamente la carenza di manodopera tra i problemi che stanno cambiando la manifattura nazionale. Il censimento preliminare del 2025 ha contato 123,05 milioni di abitanti in Giappone, circa 3,1 milioni in meno rispetto al 2020. Una popolazione che diminuisce e invecchia significa anche meno persone disponibili per alimentare un sistema industriale enorme. I dati dell’Ufficio statistico giapponese rendono la traiettoria piuttosto difficile da ignorare.
Per Mitsubishi gli umanoidi possono intervenire proprio su questo vuoto e aiutare anche nella trasmissione delle competenze dei lavoratori esperti. È uno degli aspetti più interessanti del progetto e anche quello che merita qualche cautela in più.
Se un robot impara movimenti, sequenze operative e procedure maturate da un operaio in anni di lavoro, una parte di quel sapere può rimanere in fabbrica anche quando quella persona va in pensione. Dal punto di vista industriale è un vantaggio enorme. Dal punto di vista del lavoro umano significa anche allargare il perimetro delle mansioni automatizzabili.
La carenza di personale rende facile raccontare questi robot come semplici riempitivi di posti rimasti vuoti. Il progetto va però oltre. Mitsubishi sta guardando proprio a operazioni che oggi richiedono mani umane perché le macchine convenzionali faticano a eseguirle. Se l’esperimento funzionerà, attività finora protette dalla loro complessità manuale potranno diventare terreno dell’automazione.
E qui “salvare il know-how” assume un significato un po’ meno neutro. Il sapere di un lavoratore può trasformarsi in dati, procedure e comportamento della macchina. Quel sapere resta disponibile; il posto di lavoro della persona che lo ha costruito durante anni di esperienza potrebbe non avere la stessa fortuna.
Questo non significa che migliaia di operai Mitsubishi stiano per essere sostituiti: l’azienda non ha annunciato licenziamenti collegati al progetto e la prima introduzione dovrebbe partire su scala limitata. Significa però che la discussione sugli umanoidi industriali difficilmente può fermarsi alla frase rassicurante “mancano lavoratori”. Quando una tecnologia nasce per fare compiti svolti dalle persone, la produttività e l’occupazione finiscono inevitabilmente sullo stesso tavolo.
Da Kyoto potrebbero uscire mille umanoidi al mese
Mitsubishi avrà un doppio ruolo. Utilizzerà i robot come banco di prova e metterà a disposizione di Highlanders quello che un costruttore automobilistico sa fare particolarmente bene: progettazione per la produzione di massa, controllo qualità, resistenza dei componenti, sicurezza, meccatronica e gestione degli stabilimenti.
Per produrli si pensa agli spazi inutilizzati della fabbrica di Kyoto. La comunicazione ufficiale parla ancora di uno studio di fattibilità per cominciare nel 2027. Il numero di 1.000 unità al mese arriva invece dalle indicazioni fornite alla presentazione del progetto: la produzione dovrebbe crescere gradualmente fino a raggiungere quella capacità nella seconda parte dell’anno. Anche l’impiego in fabbrica seguirebbe la stessa prudenza, partendo da alcune decine di robot.
La distanza tra un umanoide che cammina durante una dimostrazione e uno capace di lavorare per un intero turno industriale resta considerevole. Servono affidabilità, sicurezza accanto alle persone, precisione, manutenzione e soprattutto costi che rendano sensato sostituire o affiancare il lavoro umano. Sono proprio i dati raccolti nelle fabbriche Mitsubishi a dover mostrare quanto N riesca davvero a superare questo passaggio.
Se ci riuscirà, Kyoto produrrà qualcosa di più di una nuova macchina. Produrrà robot progettati per entrare negli ultimi spazi della fabbrica rimasti costruiti intorno alle nostre mani. Ed è probabilmente lì, molto più che nella loro faccia vagamente umana, che gli umanoidi cominciano a diventare interessanti. E un po’ scomodi.
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Ilaria Rosella Pagliaro
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