Sessantacinque medaglie. Contatele pure una per una: ventidue a Birmingham, quarantatré a Parigi. In una settimana. L’Italia dello sport in quei sette giorni ha corso, saltato, nuotato, tuffato, sincronizzato. Vinto. Agli Europei di atletica di Birmingham gli azzurri hanno chiuso primi nel medagliere: dieci ori, sei argenti, sei bronzi. Agli Europei di nuoto di Parigi quarantatré podi: tredici ori, quindici argenti, quindici bronzi. Più di chiunque altro. La Gran Bretagna ha più ori in vasca. Poco importa. Nessuno ha salito il podio tante volte quanto l’Italia.

Arriva un momento in cui i numeri smettono di essere statistiche e diventano un ritratto. Questo è quel momento: l’atletica italiana e il nuoto italiano non sono più una promessa. Sono una certezza. Ma come si costruisce una certezza? Chi c’è dietro? Come si allena, come si perde, come si vince? Lo abbiamo chiesto all’avvocato Emanuele De Vita, Delegato Provinciale CONI e Consigliere del Comitato Regionale FIN.

Avvocato De Vita, i recenti successi degli atleti italiani cosa raccontano realmente del nostro sistema sportivo?
Emanuele De Vita

«Raccontano che il cosiddetto “miracolo sportivo” italiano non è affatto casuale. Dietro una medaglia internazionale c’è un’organizzazione che lavora quotidianamente e che parte dal territorio. Quando vediamo un atleta italiano salire sul podio, dobbiamo ricordare che prima di quel momento ci sono anni di allenamenti, sacrifici, competenza tecnica e soprattutto il lavoro delle società sportive. Questo vale per il nuoto, per l’atletica leggera e per moltissime altre discipline. Il nostro sistema ha una caratteristica straordinaria: riesce spesso a trasformare l’attività di base in un percorso di crescita capace, nei casi migliori, di arrivare fino all’alto livello internazionale».

Il vero punto di partenza rimangono le società sportive?

«Assolutamente sì. Le società sono il cuore dello sport italiano. Una piscina, una pista di atletica, una palestra o un campo sportivo diventano realmente luoghi di crescita quando dietro c’è una società capace di creare una comunità. Il bambino entra per imparare a nuotare, per correre, saltare, giocare. Poi può scoprire una passione, incontrare un tecnico, trovare dei compagni, imparare il rispetto delle regole e magari, con il tempo, diventare un atleta. Non tutti diventeranno campioni ed è giusto così. La nostra missione non può essere soltanto quella di produrre medaglie. Dobbiamo produrre soprattutto persone».

In questo percorso quanto è importante il territorio?
(Foto © DepositPhotos.com)

«È fondamentale. Il territorio è il primo luogo nel quale un ragazzo incontra lo sport. Per questo dobbiamo difendere e valorizzare le realtà sportive locali. Una società che opera in un quartiere o in un Comune svolge una funzione che va ben oltre l’attività agonistica: è un presidio educativo, sociale e aggregativo. Quando una società riesce a portare cento bambini in piscina o su una pista di atletica, ha già ottenuto un risultato straordinario, indipendentemente dal numero di medaglie che riuscirà eventualmente a conquistare».

Il tema degli impianti, però, rimane uno dei problemi più delicati.

«È un tema centrale. E nel nuoto assume caratteristiche particolarmente complesse. Le piscine hanno costi di gestione elevatissimi: energia, riscaldamento, trattamento dell’acqua, manutenzione, personale qualificato. Per molte società sostenere questi costi è diventato estremamente difficile. Anche nell’atletica il problema esiste: servono piste moderne, sicure e adeguate alle diverse specialità, con pedane, spazi e strutture che richiedono manutenzione costante».

«Dobbiamo cambiare prospettiva: l’impianto sportivo non deve essere considerato soltanto un costo. È un investimento sociale. Una piscina o una pista di atletica producono salute, educazione, inclusione e aggregazione. Se perdiamo gli impianti, rischiamo di perdere anche la possibilità di costruire i campioni di domani».

È un problema che riguarda direttamente anche l’alto livello?
(Foto © DepositPhotos.com)

«Certamente. L’alto livello è la parte visibile della piramide ma se alla base la piramide si restringe, prima o poi ne risente anche il vertice. Possiamo avere grandi tecnici e grandi atleti ma se un giovane non trova una piscina nella quale allenarsi o una pista adeguata nella quale crescere, quel talento rischia di non emergere. È quindi necessario creare un equilibrio tra sostegno all’alto livello e tutela dell’attività di base. Le due cose non sono in contrapposizione: sono profondamente collegate».

E qui entra in gioco anche il ruolo delle istituzioni.

«Sì. Le istituzioni devono creare le condizioni affinché le società possano lavorare. Significa intervenire sull’impiantistica, sostenere i costi di gestione quando necessario, favorire l’accesso dei giovani allo sport e investire sulla formazione dei tecnici. Lo sport dovrebbe essere considerato una vera politica pubblica trasversale. Non riguarda soltanto chi vuole diventare atleta. Riguarda la prevenzione, la salute, l’educazione, l’inclusione e la qualità della vita delle nostre comunità. Ogni euro investito nello sport di base può produrre un valore sociale molto più ampio».

Parliamo dei tecnici. Quanto incidono sui risultati?
Anita Gastaldi, Sara Curtis, Lisa Angiolini, Emma Virginia Menicucci (Foto: Andrea Masini, Andrea Staccioli e Giorgio Scala © DeepBlueMedia.eu)

«Incidono moltissimo. Dietro un grande atleta c’è quasi sempre un grande tecnico e, spesso, un’intera squadra di professionisti. Il tecnico moderno non è soltanto colui che insegna una tecnica o prepara un programma di allenamento. Deve conoscere l’atleta, rispettarne i tempi di crescita, comprenderne le caratteristiche psicologiche e accompagnarlo nei momenti difficili. Questo è particolarmente importante quando parliamo di adolescenti. Non possiamo pretendere che un giovane venga trattato come un atleta adulto. La crescita deve essere progressiva e rispettosa. La vera competenza consiste anche nel capire quando spingere e quando, invece, avere la pazienza di aspettare».

Quanto è importante quindi investire sulla formazione degli allenatori?

«È fondamentale. La qualità dei nostri tecnici rappresenta uno dei punti di forza dello sport italiano. Dobbiamo continuare a investire sulla formazione e sull’aggiornamento. Le metodologie cambiano, la scienza dello sport evolve, aumentano le conoscenze sulla preparazione fisica, sulla nutrizione e sulla componente psicologica. Un tecnico deve essere un professionista in continua formazione. E soprattutto deve ricordarsi che prima dell’atleta viene la persona».

Nuoto e atletica hanno anche una grande funzione educativa.
Alessandro Ragaini (Foto: Andrea Masini, Andrea Staccioli e Giorgio Scala © DeepBlueMedia.eu)

«Sì, e forse è proprio questo l’aspetto che dobbiamo valorizzare maggiormente. Il nuoto insegna disciplina, concentrazione, costanza e dà ai bambini una competenza fondamentale come la sicurezza in acqua. L’atletica, invece, ha una caratteristica particolare: mette il ragazzo davanti a se stesso. Devi migliorare il tuo tempo, la tua misura, la tua tecnica. L’avversario è importante, ma il confronto principale è con i propri limiti».

«È una lezione straordinaria che lo sport può lasciare per tutta la vita: capire che non sempre possiamo controllare il risultato, ma possiamo controllare l’impegno che mettiamo nel nostro percorso».

I grandi campioni possono essere un modello per i giovani?

«Devono esserlo ma dobbiamo raccontarli nel modo giusto. Non dobbiamo raccontare soltanto la medaglia. Dobbiamo raccontare ciò che c’è dietro quella medaglia. Un ragazzo deve sapere che prima di un record ci sono stati migliaia di allenamenti, giornate difficili, sconfitte, rinunce e momenti nei quali sarebbe stato più facile smettere. Il talento è importante ma da solo non basta. Servono lavoro, disciplina, serietà e perseveranza. È questo il messaggio che i grandi campioni possono lasciare alle nuove generazioni».

In un’epoca nella quale molti giovani sono sempre più attratti dagli smartphone e dalla vita digitale, lo sport può rappresentare una risposta?
La piscina di via Val Madonna a Fiuggi

«Lo sport può rappresentare una delle risposte più importanti. Non dobbiamo demonizzare la tecnologia, ma dobbiamo offrire ai ragazzi occasioni concrete per stare insieme, muoversi, confrontarsi e assumersi responsabilità. Una società sportiva insegna una cosa che nessun social network può sostituire: la relazione reale con gli altri.

In piscina, su una pista, in palestra o su un campo impari a vincere e perdere insieme agli altri. Impari il rispetto dell’avversario. Impari che esistono regole e che il risultato non arriva immediatamente. Sono valori fondamentali per costruire il cittadino di domani».

Come Delegato Provinciale CONI e Consigliere del Comitato Regionale FIN, quale messaggio sente di rivolgere oggi alle società sportive?

«Il messaggio è innanzitutto di riconoscenza e di fiducia. Alle società dico di continuare a credere nel proprio lavoro, anche quando le difficoltà economiche e organizzative sembrano rendere tutto più complicato. Il sistema sportivo italiano esiste perché esistono migliaia di società che ogni giorno aprono una piscina, un campo, una palestra; che organizzano allenamenti e competizioni; che formano tecnici; che accompagnano i ragazzi. Le istituzioni sportive hanno il dovere di ascoltarle e di rappresentare le loro esigenze. Non possiamo chiedere alle società di produrre campioni se prima non garantiamo loro le condizioni per fare attività sportiva».

E ai giovani cosa direbbe?
Nicolò Martinenghi (Foto: Andrea Masini, Andrea Staccioli e Giorgio Scala © DeepBlueMedia.eu)

«Direi semplicemente: fate sport. Provate una disciplina, anche se pensate di non essere portati. Non abbiate paura di sbagliare e soprattutto non abbiate paura di perdere. Una sconfitta sportiva non è un fallimento. Può essere il punto dal quale ripartire. Non tutti diventeranno campioni olimpici o vinceranno una medaglia internazionale. Ma attraverso lo sport tutti possono diventare più forti, più responsabili, più disciplinati e più consapevoli. E forse è proprio questa la vittoria più importante».

Se dovesse riassumere in una frase il futuro dello sport italiano?

«Direi: proteggere la base per continuare a conquistare il vertice. I campioni che vediamo oggi sono il risultato del lavoro di ieri. I campioni di domani dipenderanno dalle condizioni che saremo capaci di creare oggi. La medaglia è soltanto il momento finale. Il vero successo è tutto il percorso che viene prima: quello delle società, dei tecnici, delle famiglie, dei volontari e soprattutto dei ragazzi che ogni giorno scelgono di fare sport. È quel modello che dobbiamo tutelare».

E proprio in questi giorni Taranto ospita i Giochi del Mediterraneo 2026. Che significato hanno per lo sport e per il nostro Paese?
I 48 nuotatori ed il team che rappresenteranno l’Italia ai XX Giochi del Mediteranneo, a Taranto dal 22 al 25 agosto (Fin)

«Taranto 2026 è molto più di un grande evento sportivo. È un’occasione per ricordare che il Mediterraneo deve unire, non dividere. Atleti provenienti da Europa, Africa e Asia si incontrano attraverso lo sport, condividendo competizione, regole, rispetto e amicizia. È un messaggio importante in un momento storico nel quale abbiamo più che mai bisogno di dialogo e relazioni tra i popoli».

Taranto, inoltre, ha un legame particolare con la storia dello sport.

«Certamente. Taranto porta con sé la memoria della Magna Grecia, delle antiche civiltà mediterranee e di quella cultura che fece dello sport un elemento fondamentale della formazione dell’uomo. Penso all’Atleta di Taranto e alle anfore panatenaiche: testimonianze che ci ricordano quanto fosse importante, già nell’antichità, il valore dell’atleta e della competizione. Oggi, attraverso i Giochi, quella stessa storia può diventare futuro. Il Mediterraneo è il nostro grande patrimonio comune: il mare, l’acqua, le culture, le relazioni. Dobbiamo recuperare questo spirito e trasmetterlo ai giovani».

Quindi quale messaggio lasciare da Taranto 2026?
Emanuele De Vita

«Che si può essere avversari in gara e amici fuori dalla gara. Che la competizione non deve dividere, ma può diventare occasione di conoscenza e rispetto. Il Mediterraneo unisca, non divida. I Giochi siano nel segno della pace, dell’amicizia e della fratellanza tra i popoli. E forse questa sarà la medaglia più importante che Taranto 2026 potrà consegnarci».


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