Spesso i romanzi ispirano film, opere teatrali o serie TV. Più raramente, invece, è un dipinto a diventare il punto di partenza di una storia. È il caso del celebre “Ritratto d’ignoto marinaio” di Antonello da Messina, che ha ispirato Vincenzo Consolo nella scrittura del suo romanzo più noto, “Il sorriso dell’ignoto marinaio”. Un legame profondo tra pittura e letteratura, in cui il misterioso sorriso del protagonista del quadro diventa il filo conduttore di una vicenda ambientata nella Sicilia dei moti rivoluzionari del Novecento.
L’ignoto marinaio, dal ritratto al romanzo
“Il sorriso dell’ignoto marinaio”, pubblicato da Einaudi nel 1976, rappresenta il primo successo editoriale di Vincenzo Consolo. Si tratta di un romanzo storico ambientato nella Sicilia – tra Lipari, Tindari e Cefalù – negli anni dei moti rivoluzionari del 1860. Protagonisti sono il barone Enrico Piraino di Mandralisca, il quale, all’inizio della vicenda intraprende un viaggio per nave da Lipari a Cefalù. Durante la navigazione il barone Mandralisca rimane colpito dal volto di uno sconosciuto marinaio, nel quale riconosce la stessa espressione enigmatica dell’uomo raffigurato nel dipinto di Antonello da Messina, appena acquistato nella bottega di uno speziale dell’isola.
Secondo protagonista di questo romanzo è lo strano marinaio di cui il barone fa conoscenza durante il viaggio, che quattro anni più tardi si rivelerà essere l’avvocato messinese Giovanni Interdonato, rivoluzionario dell’epoca costretto a viaggiare in incognito per mantenere i contatti tra i comitati rivoluzionari clandestini sparpagliati per l’Europa. I due si ritroveranno a Cefalù, dove è ormai imminente una rivolta destinata a essere soffocata nel sangue. Dalle vicende di questi personaggi scaturiscono situazioni diverse, disposte su piani molteplici, che scendono sempre più in basso nella scala sociale.

A fare da filo conduttore dell’intero romanzo è proprio il dipinto “Ritratto d’ignoto marinaio”: il sorriso del personaggio dipinto da Antonello diventa il simbolo dell’ambiguità della storia, della complessità dell’animo umano e della difficoltà di distinguere verità e apparenza.
Il valore di “Ritratto d’ignoto marinaio”
A distanza di oltre cinque secoli dalla sua realizzazione e al di là della letteratura, il “Ritratto d’ignoto marinaio” di Antonello da Messina continua a esercitare un fascino immutato. Si tratta di un dipinto ad olio su tavola dalle dimensioni di 31×21,5 cm. L’opera, di cui non si conoscono le circostanze della commissione né la sua collocazione originaria, è databile tra il 1465 e il 1476 ed è oggi conservata al Museo Mandralisca di Cefalù. Secondo la tradizione orale il dipinto venne regalato al barone di Mandralisca – non è casuale dunque la sua attuale collocazione – sull’isola di Lipari, dove pare che fosse utilizzato come sportello dallo speziale, storia che viene ripresa proprio da Vincenzo Consolo per farne la base della propria opera.
Per molto tempo si è ritenuto che il soggetto fosse un semplice marinaio sconosciuto. Studi più recenti hanno invece proposto di identificarlo con Francesco Vitale da Noja, vescovo di Cefalù, ambasciatore e precettore di Ferdinando il Cattolico. Questa ipotesi, tuttavia, non ha cancellato il fascino del titolo tradizionale. Anche grazie al romanzo di Consolo, il dipinto continua infatti a essere conosciuto come Il sorriso dell’ignoto marinaio.
Dal punto di vista artistico, l’opera rappresenta uno dei massimi esempi della ritrattistica di Antonello da Messina. La figura è rappresentata di tre quarti su uno sfondo completamente scuro, secondo un’impostazione che rivela l’influenza della pittura fiamminga, in particolare di Petrus Christus. La tavolozza è essenziale, costruita quasi esclusivamente sui contrasti tra nero, bianco e i toni caldi dell’incarnato. A differenza dei pittori fiamminghi, Antonello utilizzò anche una salda impostazione volumetrica della figura, con semplificazioni dello stile “epidermico” dei fiamminghi, che gli permise di concentrarsi su altri aspetti, quali il dato fisiognomico individuale e la componente psicologica.
Ciò che rende il dipinto così celebre è soprattutto l’espressione del volto: il sorriso appena accennato e lo sguardo diretto verso l’osservatore conferiscono al personaggio una straordinaria profondità psicologica. La luce, proveniente lateralmente, modella con delicatezza i lineamenti, mentre la tecnica a olio permette sfumature morbidissime e una resa estremamente realistica della pelle e dei tessuti.
L’arte del ritratto secondo Antonello da Messina
Le caratteristiche che rendono unico “Ritratto d’ignoto marinaio” ricorrono in gran parte della produzione di Antonello da Messina. L’artista dedicò infatti particolare attenzione al ritratto, genere nel quale riuscì a fondere il naturalismo della pittura fiamminga con la ricerca prospettica e volumetrica tipica del Rinascimento italiano. Tra le opere più celebri spicca “Ritratto di un uomo”, realizzato tra il 1475 e il 1476 e oggi conservato alla National Gallery di Londra. Anche in questo caso il personaggio è raffigurato di tre quarti su uno sfondo scuro, mentre lo sguardo diretto e la lieve espressività del volto restituiscono una forte caratterizzazione psicologica.

Un discorso analogo vale per la serie degli Ecce Homo, sei dipinti dedicati al Cristo flagellato e coronato di spine e mostrato alla folla che chiedeva la sua crocifissione. La più antica versione nota è databile ai primi anni Sessanta del Quattrocento ed è conservata oggi all’Aquila presso il Museo Nazionale d’Abruzzo. La tavola, di appena 15×10 centimetri, è dipinta su entrambe le facce: su un lato compare San Girolamo in preghiera, sull’altro il Cristo presentato alla folla. Un secondo Ecce Homo, datato intorno al 1470, si trova alla Galleria nazionale di palazzo Spinola a Genova; mentre un terzo quadro raffigurante lo stesso soggetto e con le stesse connotazioni artistiche è conservato al Metropolitan Museum of Art di New York.
Risulta, invece, perduto il quarto Hecce homo, mentre gli ultimi due che completano la serie – esposti al Musèe de Luovre a Parigi e al Collegio Alberoni a Piacenza, presentano alcune differenze con i modelli prima analizzati: lo sfondo non è più nero ma occupato da una colonna, elemento che conferisce un elevato impatto emotivo. Come in molte altre delle sue opere, Antonello si mostra scrupoloso nel rappresentare fedelmente i dettagli: i capelli sudati, la barba, nella quale i peli possono essere distinti singolarmente, la bocca semiaperta, che lascia intravedere i denti e la lingua, le prime strisce di sangue che macchiano il viso, le gocce perfettamente trasparenti.
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Maria Concetta Amato
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