A Fregene le pigne sono diventate abbastanza rare da fermare una fabbrica che le lavorava dal dopoguerra. Pinus Pinea, erede della Pinoli Martini aperta nel 1945, ha chiuso i battenti dopo oltre ottant’anni di attività. Negli anni Cinquanta i suoi pinoli arrivavano fino alle pasticcerie degli Stati Uniti; nel 1978 l’azienda fatturava 1,2 miliardi di lire. Nel 2026 la materia prima locale è diventata insufficiente.

La causa indicata per la chiusura ha un nome decisamente meno memorabile: Toumeyella parvicornis, la cocciniglia tartaruga del pino. Un insetto alieno arrivato dal Nord America, grande al massimo pochi millimetri, capace di indebolire e uccidere soprattutto il Pinus pinea, il pino domestico che produce i pinoli e disegna buona parte del paesaggio di Roma e del litorale laziale.

©CREA

Ottant’anni di attività contro una femmina adulta lunga al massimo 4,4 millimetri. Le proporzioni, almeno quelle, sono notevoli.

Il pino diventa nero, poi comincia a perdere pezzi

Per individuare la cocciniglia tartaruga spesso si vedono prima i danni dell’insetto. Le femmine adulte sono brune, convesse, quasi semisferiche e devono il nome alla forma che ricorda un minuscolo carapace. Sul pino domestico si concentrano soprattutto sulla parte legnosa dei germogli; quando l’infestazione è forte possono accumularsi l’una accanto all’altra formando veri manicotti di insetti.

Poi comincia la parte più evidente. La cocciniglia succhia la linfa della pianta e produce grandi quantità di melata, una sostanza zuccherina sulla quale si sviluppano le fumaggini. La chioma diventa appiccicosa, gli aghi e i rami si coprono di nero, la fotosintesi si riduce e l’albero perde progressivamente vigore.

Quel nero, quindi, non è la cocciniglia che ha deciso di ridipingere il pino. Sono soprattutto i funghi cresciuti sulla melata.

Nei casi più gravi arrivano disseccamento dei rami, perdita della chioma e compromissione della vitalità e della stabilità dell’albero. Il CREA segnala inoltre che un pino già debilitato diventa più vulnerabile anche ad altri insetti dannosi.

È arrivata nel 2014. Da allora ha fatto parecchia strada

La prima presenza accertata in Europa risale al 2014 in Campania, su pini domestici nell’area di Napoli. Il comportamento osservato lì aiuta a capire perché fermarla sia così complicato: ogni femmina può produrre mediamente circa 500 uova, arrivando in alcuni casi oltre quota mille, e nelle condizioni campane sono state osservate tre generazioni complete e una quarta parziale nello stesso anno. Le giovani neanidi sono l’unico stadio mobile e possono passare da un albero all’altro anche trasportate dal vento.

Nel Lazio la prima segnalazione risale alla metà del 2018, nella zona sud-est di Roma. Nel giro di pochi mesi l’insetto si era già allargato e nel 2019 interessava gran parte della città. Le indagini ufficiali del 2025 hanno confermato una presenza ormai diffusa nelle province di Roma e Latina; nel primo quadrimestre del 2026 la cocciniglia è stata trovata anche nel Viterbese. La Regione Lazio ha aggiornato nuovamente la delimitazione delle aree interessate nell’aprile 2026.

E il Lazio è soltanto una parte della mappa. Il CREA indica infestazioni anche in Campania, Abruzzo, Puglia, Toscana e Marche, oltre a segnalazioni in Francia e Albania. A Tirrenia, nel Pisano, il focolaio ha raggiunto 770 ettari, un’estensione tale da rendere ormai impraticabile l’eradicazione secondo le autorità fitosanitarie citate dall’ente.

Il parassita è minuscolo. La sua geografia molto meno.

Cosa fare se un pino è infestato dalla cocciniglia tartaruga

La tentazione di risolvere tutto con una spruzzata generosa di insetticida va lasciata dove si trova. Dal 2021 Toumeyella parvicornis è regolamentata in Italia da uno specifico decreto ministeriale e nel Lazio esistono obblighi diversi a seconda che ci si trovi in una zona infestata, cuscinetto o ancora indenne.

Nelle zone indenni e cuscinetto la sospetta presenza dell’insetto deve essere comunicata immediatamente al Servizio fitosanitario regionale. Nelle aree già infestate sono previsti, quando necessari, la potatura delle parti ormai compromesse, l’abbattimento degli alberi non recuperabili e la corretta gestione del materiale vegetale. Le capitozzature drastiche vanno evitate. Rami e residui infestati, inoltre, non possono essere spostati liberamente come normale potatura: proprio il trasporto del materiale può aiutare l’insetto a conquistare nuovi territori.

Sono possibili anche trattamenti fitosanitari autorizzati, compresa l’endoterapia, che porta il principio attivo all’interno del sistema vascolare della pianta. Il CREA ha osservato risultati utili nel contenimento temporaneo delle popolazioni in ambiente urbano e periurbano con prodotti a base di abamectina. Portare lo stesso sistema dentro intere pinete, però, significa fare i conti con costi e impatti ambientali che lo rendono impraticabile su scala forestale.

Il singolo pino si può trattare. Una pineta lunga chilometri richiede qualcosa di diverso.

Ora contro la cocciniglia è arrivata un’altra coccinella

Il 30 luglio 2026, nel boschetto del Varco Marconi alla Mostra d’Oltremare di Napoli, il CREA ha liberato per la prima volta al mondo in via sperimentale Thalassa montezumae, un piccolo coleottero della famiglia dei coccinellidi individuato come predatore naturale della cocciniglia tartaruga. Il rilascio è stato realizzato insieme al Servizio fitosanitario della Campania e all’Università Federico II, dopo l’autorizzazione del Ministero dell’Ambiente.

La strategia si chiama lotta biologica classica: si cerca nei luoghi d’origine della specie invasiva un suo antagonista naturale, si studia se possa controllarla e, soprattutto, se possa essere introdotto senza creare un problema nuovo al posto di quello vecchio. Il CREA lavora sul progetto dal 2023 e ha individuato Thalassa montezumae durante le ricerche nelle isole Turks e Caicos. Prima del rilascio italiano sono stati condotti test di predazione e valutazioni sul possibile impatto verso altri organismi.

La piccola coccinella, però, non è stata liberata con mantello e colonna sonora da supereroe. Lo stesso direttore del CREA Difesa e Certificazione, Stefano Speranza, ha chiarito che si tratta dell’avvio di una strategia di lungo periodo. Nei prossimi mesi i ricercatori dovranno verificare se il predatore riesca a insediarsi, quanto incida sulle popolazioni di Toumeyella e quali effetti produca nell’ambiente prima di pensare a un’eventuale estensione ad altri territori.

A Fregene, intanto, il conto è già arrivato. Una filiera costruita per decenni intorno a un seme minuscolo si è fermata davanti a un insetto ancora più piccolo. La ricerca prova ora a guadagnare tempo per i pini rimasti.

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Ilaria Rosella Pagliaro

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