Nei dispositivi sequestrati al faccendiere «amico fraterno» del conduttore di Report ci sono milioni di dati da analizzare. A lungo Lavitola avrebbe usato una vera e propria strategia del depistaggio, dopo aver intuito che stava per essere indagato. Fino a tirare in ballo anche il Mossad. I dubbi su quanto Ranucci sapesse delle azioni dell’amico e l’ipotesi che possa essere risentito dagli inquirenti

Sigfrido Ranucci, sentito dai magistrati romani come persona informata sui fatti dopo l’attentato del 16 ottobre alla sua abitazione di Pomezia, non ha mai fatto cenno all’amicizia fraterna con Valter Lavitola, nonostante gli inquirenti gli avessero chiesto di ripercorrere ogni aspetto della sua vita privata e lavorativa. Eppure, come ricordano sul Messaggero Michela Allegri e Valeria Di Corrado, il conduttore di Report frequentava spesso il Cefalù Bistrot di pesce, il locale romano di Lavitola, dove i due avrebbero discusso più volte di possibili mandanti dell’attentato. Ranucci era stato ascoltato anche davanti al procuratore Francesco Lo Voi, ma delle teorie del suo amico non ha mai riferito nulla. Solo mesi dopo sarà proprio Lavitola, ex direttore dell’Avanti!, a confessare di essere il mandante nell’interrogatorio di garanzia della scorsa settimana nel carcere di Rebibbia.

Cosa sapeva Ranucci dei sospetti di Lavitola sui servizi segreti

Dall’analisi del telefono sequestrato a Lavitola il 4 luglio emerge che il faccendiere, già nei primi giorni dopo l’attentato, aveva iniziato a manifestare a Ranucci il sospetto di un coinvolgimento di servizi segreti stranieri. Nell’informativa dei carabinieri del 22 luglio viene citato un messaggio delle 16.47 del 20 ottobre in cui Lavitola scriveva: «Dammi retta, ti scongiuro il nome di Dio. Forse hanno avuto notizie da intelligenze straniere per muoversi così, a mio modesto avviso». Nell’ordinanza di arresto si legge che Lavitola insisteva chiedendo all’amico di «non sottovalutare questa cosa», e Ranucci rispondeva con un laconico «Sì certo». Di questa pista, che secondo l’ultima versione dello stesso Lavitola lo avrebbe spinto a commissionare un attentato finto proprio per il timore di un’azione del Mossad, il conduttore di Report non ha mai parlato agli inquirenti. Nelle settimane successive avrebbe indirizzato Ranucci anche verso la camorra, scrivendo: «Il vero pericolo che hai tu sono: “gli odiatori”». Piste che, sottolinea il gip, il giornalista non ha mai riferito, pur essendo parte lesa nell’inchiesta.

Valter Lavitola in procura a Roma, 8 luglio 2026. ANSA/MASSIMO PERCOSSI

Il factotum Tavares e la pista degli albanesi

Subito dopo l’esplosione, parlando con Il Messaggero, Ranucci aveva ipotizzato un collegamento con lo spaccio di droga nella zona: «Gli autori conoscono i miei movimenti, non sembra un gesto improvvisato. Vicino casa c’è un boschetto zona di spaccio di narcotrafficanti albanesi dello stesso giro di Piscitelli». Uno degli esecutori materiali, intercettato dai carabinieri, ha raccontato al padre di aver ricevuto l’incarico da un albanese conosciuto a Ostia per 3.000 euro, senza conoscere l’identità del bersaglio. Sulla figura di Clesio Gomes Tavares, il camerunense che avrebbe fatto da tramite con la banda campana autrice del blitz, Ranucci si è mostrato altrettanto reticente, definendolo un semplice factotum di Lavitola conosciuto nel 2019 nel suo bistrot. Esiste però una foto del 2022 che lo ritrae insieme sia a Tavares sia a Lavitola, e due anni dopo lo stesso Ranucci avrebbe chiesto all’amico: «Mi presti Tavares?».

Cosa sospettano gli inquirenti sull’ultima telefonata

Quanto Ranucci poteva sapere del ruolo di Lavitola sulla bomba fuori casa sua? Gli investigatori starebbero analizzando anche l’ultima telefonata tra il giornalista e l’«amico fraterno», come spiegano Pasquale Napolitano e Giusi Sorrentino sul Giornale. Si tratta della conversazione avuta la notte della perquisizione, in cui gli inquirenti non escludono di ritrovare eventuali segnali o messaggi in codice. Lavitola avrebbe intanto ammesso di aver fornito a Tavares l’indirizzo di casa di Ranucci per piazzare l’ordigno, pur negando sopralluoghi: «Non ho mai effettuato alcun sopralluogo. Perché non dovrei ammetterlo?». Un altro elemento sotto la lente riguarda Daniele Autieri, stretto collaboratore di Ranucci, che la sera della perquisizione avrebbe contattato Lavitola su Signal per informarlo che il conduttore lo aveva avvisato dell’operazione. La spiegazione fornita, un contatto per soli scopi giornalistici, non convincerebbe gli inquirenti, anche perché Report era già in pausa estiva. Poco dopo quel messaggio, Ranucci avrebbe chiamato Lavitola restando al telefono per due ore, conversazione ascoltata solo in parte perché il faccendiere, in auto con la compagna, a un certo punto è sceso dal veicolo.

Lavitola sarà interrogato di nuovo

Il movente fornito, l’innalzamento della scorta dell’amico, non ha convinto né il gip Iole Moricca né il pm Edoardo De Santis, che hanno respinto la richiesta di domiciliari dell’avvocato Sergio Cola. Lavitola avrebbe comunque fornito elementi utili all’inchiesta e sarebbe pronto a farsi risentire a breve. Nell’intervista rilasciata sia al Corriere della Sera sia al Messaggero, lo stesso Cola ha spiegato: «Ranucci potrebbe aver pensato, ma solo in seguito all’attentato, pianificato in autonomia, che si trattava di un progetto dello stesso Lavitola, suo amico». Agli inquirenti sarebbe stata anche sottoposta un’intercettazione in cui Lavitola diceva a Ranucci «me la vedo io», riferendosi proprio alla possibilità di far aumentare il livello della scorta.

Perché la pista israeliana non convince gli investigatori

La gip Moricca definisce la pista del Mossad una vera e propria «bufala», priva di qualunque riscontro. Come ricorda Ilaria Sacchettoni sul Corriere della Sera, nell’ordinanza si legge che Lavitola, «in evidente contraddizione con la presunta preoccupazione per l’incolumità dell’amico», avrebbe spinto proprio Autieri a indagare sulla pista dell’intelligence israeliana legata al servizio sul cantiere Vittoria, un comportamento che per la giudice rivelerebbe «una consolidata capacità di Lavitola di inquinare l’attività investigativa». Anche il presunto blitz «simbolico» affidato a Tavares, diverso dalla «gelatina da cava» piazzata dai quattro pregiudicati, viene liquidato come «totalmente inverosimile». Resta invece senza risposta, se Ranucci abbia sospettato in un momento successivo all’attentato la mano del suo «amico fraterno».

Cosa potrebbe ancora emergere dal telefono di Lavitola

I diversi punti ancora da chiarire potrebbero trovare i primi chiarimenti dal contenuto dei dispositivi sequestrati a Lavitola. Su Repubblica Giuliano Foschini ricorda che si tratta di «milioni di dati, seppure con qualche stranezza», secondo un investigatore. Da lì partirebbe la seconda fase dell’indagine, chiamata a chiarire se qualcun altro sapesse della bomba e se Lavitola abbia agito davvero da solo, magari nel tentativo di proteggere Ranucci e Report in un momento di forte pressione politica. Emblematica, in tal senso, una conversazione del 5 luglio in portoghese con un uomo di nome Ivan, in cui Lavitola racconta le due ore al telefono con Ranucci subito dopo la perquisizione: «Mi ha dato molte informazioni, mi ha aiutato a chiarire le cose». Poche ore dopo, parlando con una donna chiamata «meu amor», si dice pronto a finire in carcere «per qualche anno», convinto che tutti credano che l’attentato sia stato organizzato per aiutare, non per uccidere, l’amico giornalista. È ancora una volta il telefono di Lavitola a rivelarsi cruciale nelle indagini. Anche per consolidare un sospetto da parte dei carabinieri, secondo cui il faccendiere, quando ha intuito che le indagini si stessero orientando su di lui, ha tentato di portare a spasso gli inquirenti, accompagnandoli verso piste inesistenti, in una vera e propria strategia del depistaggio.


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Giovanni Ruggiero

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