Con Mario Mega, direttore del dipartimento sviluppo e innovazione tecnologica dell’autorità di sistema portuale del mare adriatico meridionale, scopriamo quali sono i rischi in ambito portuale e quali strategie e soluzioni tecnologiche utilizzare per contrastarli in modo efficace e innovativo
I porti sono nodi critici, dove la sicurezza non riguarda solo il blocco operativo ma anche danni generali come l’interruzione delle catene logistiche e altri effetti domino che ricadono su settori vari (energia, trasporti, approvvigionamenti ecc.). Per i porti di interesse nazionale e internazionale, di competenza delle autorità di sistema portuale, transita infatti la quasi totalità delle merci sia in import che in export; queste infrastrutture sono inoltre sempre di più hub energetici a servizio del Paese.
In una fase di forti tensioni internazionali, i porti devono poter contare su un sistema di sorveglianza capace di prevenire e contrastare intrusioni e anche attacchi cyber fisici, garantendo la protezione delle aree operative e delle sale controllo, che rappresentano il cuore decisionale dell’infrastruttura. Ecco perché questi luoghi stanno diventando ecosistemi digitali complessi, grazie a investimenti in nuove telecamere e sistemi integrati di diverso tipo che consentono il monitoraggio di varchi e gate automatizzati, la sorveglianza perimetrale su moli e aree interdette, il controllo del traffico dei mezzi logistici e dei container, la prevenzione di possibili intrusioni via mare.
Per approfondire come i porti dovranno evolvere sul piano della sicurezza, abbiamo intervistato l’ing. Mario Mega, direttore del dipartimento Sviluppo e innovazione tecnologica dell’autorità di sistema portuale del mare Adriatico meridionale.
Perché i porti stanno investendo in nuove telecamere? Verso quale direzione stanno evolvendo?
dell’autorità di sistema portuale del mare Adriatico meridionale
«Garantire la sicurezza delle strutture portuali richiede il monitoraggio continuo di varchi, banchine e zone sensibili, insieme a misure che impediscano intrusioni fisiche o digitali nei centri nevralgici da cui si gestiscono traffico, emergenze e operazioni critiche.
Il porto del futuro sta puntando verso telecamere più intelligenti e più integrate, nell’ottica di diventare sempre più normative driven: un sistema in cui le decisioni operative e tecnologiche sono guidate soprattutto dagli obblighi normativi. Più che l’innovazione autonoma, la priorità sta diventando la conformità a leggi e regolamenti su sicurezza, ambiente, dogane e concessioni.
La sfida non è scegliere la tecnologia più avanzata, ma progettare un ecosistema coerente, dove sensori, piattaforme e attori diversi lavorano insieme senza creare nuove vulnerabilità».
Quali tipologie di telecamere e sensori ritenete oggi indispensabili per garantire sicurezza e controllo nelle diverse aree del porto?
«Nei porti e nelle control room si usano telecamere industriali e di sicurezza progettate per ambienti critici, con funzioni avanzate per monitorare banchine, varchi, traffico navale e aree operative. Le categorie principali sono poche, ma molto specializzate. Le tipologie di telecamere più usate nei porti sono:
- telecamere PTZ (Pan Tilt Zoom): ruotano a 360 gradi e possono avere funzionalità di zoom ottico molto potenti (20x-40x); sono ideali per seguire navi, mezzi e movimenti sospetti su lunghe distanze;
- telecamere termiche: rilevano le fonti di calore e funzionano con nebbia, buio totale e pioggia. Sono usate soprattutto per sorvegliare specchi d’acqua, banchine e perimetri;
- telecamere a visione notturna IR con illuminatori a infrarossi ad alta potenza: vengono impiegate per il monitoraggio di aree portuali scarsamente illuminate;
- telecamere LPR/ANPR (lettura targhe): si utilizzano per il controllo degli accessi ai varchi, il tracciamento di mezzi e l’integrazione con sistemi doganali e di sicurezza;
- telecamere multisensore/panoramiche (a 180 e 360 gradi): hanno più sensori in un unico corpo e sono ideali per piazzali container e aree molto estese;
- telecamere rugged IP66/IP67/ IP68: sono resistenti a salsedine, vento, vibrazioni, temperature estreme».
Perché servono telecamere così specializzate e quali sono i limiti dei dispositivi attualmente in uso?

sigillate, sensori efficienti anche in condizioni estreme
«Le telecamere nei porti devono essere altamente specializzate perché l’ambiente marittimo è uno dei più ostili in assoluto per l’elettronica. La salsedine corrode metalli e circuiti, il vento porta micro gocce che penetrano nelle giunzioni, l’umidità costante accelera l’usura e le vibrazioni delle banchine mettono sotto stress le ottiche.
A questo si aggiungono condizioni di luce difficili: controluce violento sulle acque, nebbia, pioggia, notti buie in aree molto estese. Per garantire continuità operativa e sicurezza, le telecamere devono quindi essere costruite con materiali anticorrosione, custodie sigillate, sensori capaci di vedere anche in condizioni estreme e sistemi di stabilizzazione che mantengano l’immagine leggibile nonostante il movimento dell’ambiente circostante».
Quali requisiti di continuità operativa, cybersecurity e integrazione con altri sistemi guidano la scelta delle telecamere?
«La scelta delle telecamere deve rispondere a precisi requisiti che riguardano vari aspetti, come la continuità operativa, la sicurezza informatica e l’integrazione con gli altri sistemi critici. Questo perché la telecamera non è più un sensore isolato ma un nodo intelligente dell’ecosistema portuale. Le infrastrutture devono garantire funzionamento H24 con ridondanza di rete, registrazione locale di emergenza e monitoraggio dello stato dei dispositivi per evitare interruzioni.
Sul fronte cybersecurity, servono cifratura end to end, autenticazione forte, firmware firmato e integrazione con i sistemi di logging e analisi degli incidenti previsti dalle normative come NIS2. L’integrazione con i sistemi VTS (Vessel Traffic Service), inoltre, richiede sincronizzazione temporale e scambio di eventi per coordinare le riprese con i movimenti delle navi. Per il controllo accessi, invece, è essenziale correlare badge, pass, varchi e immagini, mentre con le piattaforme logistiche occorre gestire metadati su mezzi e container per supportare tracciabilità e analisi operative».
Quanto è importante nei porti la convergenza IT/OT?

emergenza e monitoraggio dello stato dei dispositivi per evitare interruzioni
«In un porto, i sistemi IT e i sistemi OT rappresentano due mondi distinti ma sempre più interconnessi. La distinzione è fondamentale per capire come funziona l’infrastruttura portuale moderna. I sistemi IT (Information Technology) gestiscono dati, comunicazioni e processi informativi. In un porto includono tutto ciò che riguarda la gestione amministrativa, logistica e digitale delle operazioni. Il loro obiettivo è garantire integrità, disponibilità e riservatezza dei dati.
I sistemi OT (Operational Technology) controllano e monitorano processi fisici e infrastrutture operative. Oltre ai sistemi di controllo delle gru (STS, RTG, RMG), agli impianti di movimentazione container, ai sensori e attuatori per monitorare banchine, fondali, traffico navale comprendono anche i sistemi di sicurezza fisica: barriere, cancelli, telecamere, accessi. L’OT è progettato per garantire continuità operativa, sicurezza fisica e affidabilità dei processi. La digitalizzazione portuale (smart port) richiede che i due mondi dialoghino».
Quali sono oggi le vulnerabilità più critiche che emergono dall’interconnessione tra sistemi OT e IT?
«La principale vulnerabilità nasce dal fatto che sistemi nati per essere isolati – come quelli che governano impianti, movimentazione merci o infrastrutture energetiche – sono oggi sempre più interconnessi con il mondo IT e con l’esterno. Questa integrazione è necessaria per l’efficienza operativa, ma amplia enormemente la superficie di attacco.
In molti casi parliamo di sistemi obsoleti, sviluppati senza criteri di cybersecurity-by-design e gestiti con risorse specialistiche non sempre adeguate. Un’anomalia limitata a un sistema di controllo o monitoraggio industriale, se non correttamente isolata, può propagarsi verso i sistemi informativi gestionali, alterando dati e flussi decisionali senza produrre allarmi immediati».
Quali tecnologie stanno offrendo i risultati più promettenti?
«Le tecnologie sono importanti, ma non risolutive da sole. Sistemi di monitoraggio avanzato, sensoristica e telecamere, analisi dei dati e strumenti di automazione possono migliorare la capacità di individuare anomalie e anticipare le crisi, ma solo se inseriti in una strategia complessiva di governo del rischio. Il punto centrale non è adottare l’ultima tecnologia disponibile, ma sapere cosa si sta proteggendo, quali servizi devono essere garantiti anche in condizioni degradate e come coordinare la risposta tecnica, decisionale e istituzionale in caso di incidente».
Il Port Community System è un nodo strategico: quali misure ritiene indispensabili per proteggerlo da minacce cyber?
«Il Port Community System è uno dei nodi più sensibili dell’ecosistema portuale, perché concentra e smista informazioni strategiche che collegano il porto al resto del mondo. Una sua indisponibilità, anche parziale, non impatta solo sull’ente che lo gestisce, ma su spedizionieri, operatori logistici, forze di controllo e imprese, con effetti immediati sulla fluidità delle operazioni portuali.
La sua protezione non può limitarsi a firewall o controlli di accesso: occorre garantire continuità operativa, piani di risposta agli incidenti, capacità di isolamento rapido delle componenti compromesse e procedure di ripristino periodicamente testate. In altre parole, deve essere trattato come un servizio essenziale, al pari delle infrastrutture fisiche, in linea con l’impostazione introdotta dalle direttive europee NIS2 e CER, che spostano l’attenzione dalla sola aderenza formale alla responsabilità effettiva nella gestione del rischio».
Guardando ai prossimi cinque anni, quali saranno le priorità per rafforzare la resilienza dei porti italiani?
«La priorità assoluta sarà governare il cambiamento, non rallentarlo. Questo significa investire non solo in infrastrutture fisiche, ma anche in competenze, organizzazione, pianificazione della continuità operativa e integrazione tra sicurezza fisica e digitale. Serve quindi la consapevolezza che non esiste la certezza di non essere attaccabili, ma una sottovalutazione del problema ci espone in maniera esponenziale, con effetti devastanti non solo per il singolo porto ma per il sistema Paese, vista la forte interconnessione esistente tra le attività portuali e quelle logistiche, di produzione energetica e in generale con il sistema produttivo e distributivo».
AI, VALORE AGGIUNTO
Il vero valore dell’AI non è la sorveglianza generalizzata, ma la capacità di filtrare grandi volumi di immagini e dati, evidenziando solo gli eventi realmente rilevanti per l’operatore. Questo consente di ridurre il carico sulle sale controllo, migliorare i tempi di reazione e supportare decisioni più informate, soprattutto nelle situazioni critiche. In questo contesto, l’adozione di soluzioni di AI deve avvenire in modo coerente con i requisiti di sicurezza, governance e responsabilità previsti dal quadro normativo europeo, per garantire che l’innovazione tecnologica rafforzi – e non indebolisca – la resilienza complessiva del porto.
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