Otto contraddizioni dietro il vertice NATO “dell’amore”


«Voglio solo dire che in quella sala c’era un amore immenso», ha dichiarato il presidente Trump al termine del vertice NATO del 2026 ad Ankara.

Ma chiunque abbia guardato oltre le foto di gruppo accuratamente coreografate ha visto un’alleanza afflitta da faide pubbliche, visioni contrastanti della sicurezza e divisioni politiche sempre più profonde.

Ecco otto contraddizioni che hanno caratterizzato il vertice di Ankara e che sollevano interrogativi fondamentali sul futuro della NATO.

1. Spesa militare contro sicurezza reale

I leader della NATO avevano già concordato al vertice precedente di puntare a destinare il 5 per cento del PIL alle spese militari, ma Ankara ha messo in luce quanto tale impegno rimanga fonte di divisione. Trump ha approfittato dell’incontro per rimproverare gli alleati per non aver raggiunto nemmeno il vecchio obiettivo del 2 per cento, sostenendo che la maggior parte di essi non stesse pagando quanto avrebbe dovuto. La Spagna è diventata il bersaglio principale perché si è rifiutata di impegnarsi a raggiungere l’obiettivo del 5 per cento, spingendo Trump a definirla «un partner terribile nella NATO» e a minacciare ritorsioni commerciali.

La tempistica ha reso il dibattito particolarmente eclatante. Mentre i leader si riunivano per discutere di investire altre centinaia di miliardi in armi ed eserciti, l’Europa stava affrontando una delle ondate di caldo più gravi della sua storia documentata, con temperature letali, incendi boschivi, reti elettriche sotto pressione e una crescente pressione sui sistemi sanitari pubblici. Il contrasto ha sollevato una domanda inevitabile: in un momento in cui il cambiamento climatico sta già uccidendo persone e mettendo in ginocchio i governi, perché la priorità politica assoluta è espandere drasticamente i bilanci militari invece di investire nelle minacce che le persone stanno affrontando oggi?

2. I paesi della NATO riluttanti a sostenere Trump sull’Iran

La recente guerra tra Stati Uniti e Israele contro l’Iran ha gettato una lunga ombra sul vertice. Mentre la maggior parte dei leader europei continuava a invocare la diplomazia e l’allentamento delle tensioni, il vertice stesso è iniziato con nuovi bombardamenti statunitensi su obiettivi iraniani a seguito degli attacchi nello Stretto di Ormuz. Durante l’incontro, Trump ha dichiarato «terminato» il memorandum d’intesa tra Stati Uniti e Iran, ha liquidato ulteriori negoziati come «una perdita di tempo» e ha definito i leader iraniani «feccia».

Trump si è inoltre lamentato del fatto che gli alleati europei non avessero sostenuto la campagna militare di Washington, affermando: «Noi siamo lì per loro, ma loro non sono lì per noi». La Spagna è stata tra i critici più accaniti della guerra, e il primo ministro Pedro Sánchez ha respinto le richieste statunitensi di consentire l’uso delle basi americane in Spagna per operazioni offensive contro l’Iran. Prima del vertice, Trump ha avuto un pubblico scontro con la prima ministra italiana Giorgia Meloni dopo che anche lei si era rifiutata di consentire l’uso delle basi italiane per attacchi contro l’Iran. Anche Germania e Francia hanno rifiutato di partecipare militarmente.

La contraddizione era innegabile: la NATO si presenta come un’alleanza difensiva, eppure il suo membro più potente si aspettava che gli alleati sostenessero una guerra offensiva contro un Paese a migliaia di miglia dal Nord Atlantico che non aveva attaccato nemmeno un membro della NATO.

3. L’Europa spinge per il sostegno all’Ucraina mentre gli Stati Uniti fanno marcia indietro

Nella dichiarazione finale della NATO mancava il precedente impegno secondo cui l’Ucraina sarebbe alla fine diventata membro dell’alleanza: una notevole concessione all’opposizione di Trump. La futura adesione dell’Ucraina alla NATO, inizialmente sostenuta con forza dal presidente George W. Bush al vertice dell’alleanza tenutosi a Bucarest nel 2008, è stata a lungo una delle principali obiezioni dichiarate dalla Russia ed è stata ripetutamente citata da Putin come giustificazione per l’invasione del 2022. La sua omissione dalla dichiarazione riflette un significativo cambiamento nella posizione della NATO.

La dichiarazione ha stanziato circa 82 miliardi di dollari in aiuti militari per l’Ucraina sia nel 2026 che nel 2027, ma, a differenza degli anni precedenti, la quota preponderante proverrà dagli alleati europei e dal Canada piuttosto che dagli Stati Uniti. Dopo che Washington ha investito ben oltre 100 miliardi di dollari nello sforzo bellico dell’Ucraina, gli Stati Uniti stanno ora facendo un passo indietro. Ciò riflette un crescente sentimento tra i sostenitori di Trump secondo cui gli Stati Uniti dovrebbero smettere di finanziare quella che considerano un’altra guerra all’estero senza fine. Molti governi europei, tuttavia, continuano a considerare la Russia una minaccia diretta e rimangono determinati a fornire armi all’Ucraina piuttosto che spingere per una soluzione diplomatica.

4. L’Europa vuole ancora le truppe statunitensi mentre Trump vuole meno impegni all’estero

Prima del vertice, secondo quanto riferito, Trump avrebbe avanzato l’idea di ridurre la presenza militare statunitense in Europa fino a un terzo, sollevando interrogativi sul futuro dei circa 80.000–90.000 soldati statunitensi attualmente di stanza nei paesi della NATO.

Sebbene le basi statunitensi rimangano profondamente controverse tra i movimenti pacifisti nei paesi della NATO come Germania, Italia, Spagna e Regno Unito, i rispettivi governi continuano a considerare la presenza militare statunitense essenziale per la sicurezza europea e hanno resistito alle richieste di ritiro. La volontà di Trump di ridurre tale presenza ha messo in luce un’altra contraddizione crescente: molti governi europei vogliono che la garanzia di sicurezza di Washington rimanga saldamente in vigore, mentre molti americani si chiedono sempre più spesso perché decine di migliaia di soldati statunitensi debbano rimanere di stanza in Europa a più di tre decenni dalla fine della Guerra Fredda.

5. Trump continua a mettere in discussione la sovranità della Danimarca sulla Groenlandia

Trump ha nuovamente insistito sul fatto che gli Stati Uniti dovrebbero controllare la Groenlandia. La Danimarca, sostenuta dal resto della NATO, ha respinto con fermezza l’idea, sottolineando che spetta ai groenlandesi e alla Danimarca – non a Washington – decidere del futuro della Groenlandia. I funzionari danesi sottolineano inoltre che gli Stati Uniti godono già di un ampio accesso militare alla Groenlandia in virtù di un accordo di difesa del 1951, rendendo superflua la proprietà statunitense per proteggere i propri interessi di sicurezza.

Al vertice della NATO, la prima ministra danese Mette Frederiksen ha ribadito che la Danimarca avrebbe «difeso ogni pollice» del Regno di Danimarca, compresa la Groenlandia, sottolineando al contempo che l’isola non è in vendita e che il suo futuro deve essere deciso dai groenlandesi.

L’episodio ha messo a nudo una delle contraddizioni più evidenti del vertice: un’alleanza che sostiene di difendere l’integrità territoriale dei propri membri si è trovata costretta a confrontarsi con il proprio membro più potente che sfidava apertamente la sovranità di uno di essi.

6. La Turchia mette a nudo il dilemma della NATO sulla democrazia

C’era una sorprendente ironia nel tenere il vertice della NATO in Turchia. All’interno delle sale conferenze, i leader celebravano la democrazia, la libertà e i valori condivisi. All’esterno, le autorità turche hanno vietato le manifestazioni anti-NATO e arrestato centinaia di manifestanti, giornalisti, avvocati e attivisti impegnati in proteste pacifiche. Trump ha elogiato il presidente Recep Tayyip Erdoğan definendolo «un leader molto forte», nonostante Erdoğan abbia trascorso anni a reprimere sistematicamente il dissenso, a incarcerare i critici, a limitare la libertà di stampa e a prendere di mira gli oppositori politici.

Trump ha inoltre approfittato del vertice per segnalare la sua disponibilità a ripristinare l’accesso della Turchia alle armi avanzate statunitensi, compreso il programma dei caccia F-35, dal quale era stata sospesa in seguito all’acquisto del sistema di difesa aerea russo S-400.

La Turchia, tuttavia, non è certo un caso isolato. In tutti i paesi della NATO, i governi che proclamano il proprio impegno a favore della democrazia e dei diritti umani hanno intensificato la repressione del dissenso, in particolare dell’attivismo filopalestinese. Dalle retate della polizia e dalle restrizioni alle manifestazioni agli arresti, ai procedimenti giudiziari e ai tentativi di mettere a tacere i critici negli Stati Uniti, in Germania, nel Regno Unito e altrove, i governi della NATO hanno ripetutamente dimostrato che le libertà democratiche diventano condizionate quando entrano in conflitto con le priorità politiche e strategiche.

7. L’Europa dovrebbe difendersi da sola, ma continua a fare affidamento sulla NATO

Una domanda è rimasta in sospeso dietro le quinte per tutta la durata del vertice: se ora ci si aspetta che l’Europa investa di più nelle proprie forze armate, paghi per la guerra in Ucraina e si prepari a una ridotta presenza militare statunitense, quale sarà esattamente il ruolo futuro della NATO? I leader europei continuano a descrivere l’alleanza come indispensabile, ma Washington si aspetta sempre più che l’Europa si regga sulle proprie gambe, pur rimanendo disponibile a sostenere operazioni militari guidate dagli Stati Uniti altrove.

Questa contraddizione sta alimentando un dibattito più ampio in tutta Europa. Se ci si aspetta che gli europei paghino di più, si difendano da soli e si assumano maggiori responsabilità per la propria sicurezza, perché dovrebbero continuare a dipendere da un’alleanza dominata da Washington?

8. La NATO dovrebbe ancora esistere?

La domanda più importante che aleggiava sul vertice di Ankara non era all’interno delle sale conferenze, ma nelle strade: la NATO dovrebbe ancora esistere? Creata nel 1949 per contenere l’Unione Sovietica, l’alleanza ha costantemente ampliato la propria missione ben oltre la fine della Guerra Fredda, intervenendo in luoghi che vanno dai Balcani all’Afghanistan e proiettando sempre più la propria potenza militare ben oltre il proprio mandato originario.

Le proteste ad Ankara facevano parte di un più ampio movimento internazionale rappresentato dalla rete «No alla NATO», che riunisce organizzazioni pacifiste dei paesi della NATO e chiede che l’alleanza venga sostituita da un’architettura di sicurezza comune basata sulla diplomazia, sul disarmo e sulla cooperazione.

L’affermazione di Trump secondo cui in quella sala c’era «un amore immenso» avrà anche fornito una frase ad effetto memorabile, ma aveva ben poco a che vedere con il vertice stesso. Ankara ha messo a nudo un’alleanza divisa su spese militari, Ucraina, Iran, democrazia, sovranità e persino sul proprio scopo.

Per gli attivisti per la pace dei paesi della NATO, queste contraddizioni non fanno che rafforzare ciò che sostengono da decenni: l’Europa ha bisogno di una nuova architettura di sicurezza basata sulla diplomazia, sul controllo degli armamenti, sulla sicurezza comune e sulla cooperazione, mentre gli Stati Uniti hanno bisogno di una politica estera che si affidi alla diplomazia piuttosto che al militarismo. Per loro, la lezione fondamentale è chiara: è giunto il momento di sciogliere la NATO e sostituirla con un sistema di sicurezza che riduca le tensioni invece di alimentare la corsa agli armamenti e prepararsi a una guerra senza fine.


Fonte: Pubblicato originariamente da ZNetwork, 10 luglio 2026

https://znetwork.org/znetarticle/eight-contradictions-behind-natos-summit-of-love/

Traduzione di Enzo Gargano per il Centro Studi Sereno Regis


 


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