Sogno e sono desta. Dallo Scenica Festival di Vittoria 


A maggio si è tenuta la diciottesima edizione dello Scenica Festival di Vittoria, provincia di Ragusa. L’organizzazione è dell’associazione Santa Briganti, per la direzione artistica di Andrea Burrafato

Foto di Giovanni Battaglia

Possiamo ancora meravigliarci, se cerchiamo nei luoghi più imprevisti. Può accadere, ad esempio, che nella piazza centrale di una certa cittadina, si materializzi un teatrino uscito da non si sa da quale remota fiera. Oppure, che ci si trovi col naso puntato al sole, verso la cima di una torre di bastoni su cui un uomo, appollaiato, mangia una mela. È quanto è avvenuto allo Scenica Festival di Vittoria (Ragusa), quest’anno alla diciottesima edizione. A guardarci dall’alto, sornione e un poco beffardo, è Julian Bellini, nella storica performance Heinz Baut di George Traber: una sfida alla gravità, combattuta attraverso la costruzione di un enorme shangai proteso in direzione del cielo. Il sorriso di Bellini, seduto a vari metri da terra, sembra volerci ricordare che nessuna impresa è impossibile. Lo sa bene l’associazione Santa Biganti, che ha condotto lo Scenica fino alla maggiore età nonostante diaspore, ritorni e ripartenze; nonostante le difficoltà logistiche proprie di un piccolo centro, su un’isola grande e frastagliata; nonostante il dialogo con amministrazioni non sempre incoraggianti. Il risultato degli sforzi è una ricca proposta di performance aperte alla contaminazione con circo contemporaneo, clownerie, teatro di figura. Non sono le cifre a definire la qualità artistica di una proposta: ma se, date le precedenti premesse, a Vittoria si registra ogni sera il sold-out, questo festival qualche magia è in grado di esercitarla.  

Foto di Toto Clemenza

Di certo, magie sono quelle messe in atto da Novas (Luca Terranova) in Ricordati, di Giacomo Costantini. Qui il mago dismette i panni dell’incantatore per divenire un uomo fragile, vittima della tenera goffaggine con cui si trova ad agire sulla scena. La performance di Novas è tutta tesa sul filo della rimembranza, inseguita tra appunti e registrazioni (un po’ Ultimo nastro di Krapp). La tenuta drammaturgica dell’insieme appare poco organica in alcuni punti e talvolta l’interpretazione cede a un sentimentalismo non sempre necessario. Tuttavia, questo mago, così umano, è in grado di stabilire genuina empatia con il pubblico e crea connessione con il vissuto dei presenti. Più solida l’altra produzione di El Grito vista pure a Scenica, La vertigine del desiderio, di e con Giacomo Costantini, per la consulenza magica dello stesso Luca Terranova. La piccola sala del Wunder – la casa di Santa Briganti – si trasforma in una nebbiosa stazione; tra ritardi e imprevisti, Costantini trascina il pubblico in un viaggio lungo la spinta che induce l’uomo a proiettarsi verso i propri sogni. Lo spettacolo coniuga felicemente magia e circo contemporaneo in una prova fisica sostenuta con fluida plasticità. 

Foto di Toto Clemenza

Sempre al Wunder abbiamo visto Finzioni, di e con Lupa Maimone. La performer, in abito rosso, sottopone la sua persona a una continua deformazione. L’alterazione del corpo, la distorsione della voce sono il residuo di una post-umanità che si osserva incredula nel proprio trasformarsi. Arti, occhi, membra, si aggiungono come superfetazioni grottesche in un susseguirsi di pose spezzate in jump cut. Il gesto di Maimone, disgregato dalla luce intermittente, si impone sul tempo: ora lo restringe, accelerandolo, ora lo dilata al rallentatore. L’artista si confronta con i codici del linguaggio cinematografico giocandovi con precisione chirurgica. Circondata da un’eleganza decadente, attinge all’immaginario body horror stilizzandolo nella parvenza di un incubo surrealista. Il corpo, pure stravolto da apparenti mutazioni, conserva sempre una sua poesia. Questa elegia corrotta, disturbante nella sua finzione, offre allo spettatore una visione dai tratti onirici. 

Foto Compagnia Nando e Maila

Lettori e lettrici ricorderanno come proprio nel corso di un sogno l’Alice di Carroll può ingrandirsi e rimpicciolirsi, attraverso l’ingestione di cibi e bevande sconosciute. Forse il teatrino di Nadia Addis ha consumato un pasto non dissimile, riducendosi fino a divenire una scatola in cui, attraverso piccole fessure, è possibile sporgersi su un interno domestico. In Brigitte et le petit bal perdu tutto è ricreato con struggente tenerezza. L’arredo, i quadri appesi alla parete, la vecchina e il suo cane, manovrati dalla stessa Addis, riempiono un ambiente ridottissimo, ma in cui non manca lo spazio per una piccola occasione di bellezza: il racconto del ricordo successivo alla perdita. La protagonista, seduta sulla sua poltroncina, osserva la sua vita proiettarsi in visioni d’incanto. Ma la tristezza si stempera su di un fondo appena amaro, reso sostenibile dall’incursione, dolcissima, dell’immaginazione.  

Foto di Giovanni Battaglia

Di scala diversa è lo straordinario teatro di Théatre Jaleo, capolavoro gitano di legno e ferro, costruito con recupero attento della tradizione ferial. Davvero sembra di trovarsi per inciampo in qualche fiera tra banditori e spezie orientali; eppure, siamo nella bella piazza liberty del centro di Vittoria, di fronte alla chiesa e al teatro comunale, agli inizi del secondo millennio. All’interno della struttura, sulle sedute di legno, assistiamo a Eden, cabaret per “una danzatrice, nove marionette e sette peccati capitali”: lo spettacolo accoglie echi di cultura giullaresca e picaresca, in una successione di numeri che, attraverso vari simboli, si addentrano nelle debolezze dell’uomo rivelandone l’oscurità. Così, accade che in questo teatrino barocco, ci si possa ricordare quali siano le origini popolari della parodia e quanto sia straordinario il potenziale di ribellione di questa arte, capace di conoscere il mondo mettendolo a rovescio. Spiace proprio vedere, il giorno dopo, la piazza tornare alla sua forma consueta, senza pannelli dipinti. Proviamo una malinconia vecchia di secoli, quella che proverbialmente resta alla fine della fiera, ma anche il senso dell’attesa, la speranza, la fiducia nella possibilità che l’incanto possa di nuovo verificarsi, ancora e ancora. 

Tiziana Bonsignore 


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 Tiziana Bonsignore

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