Memorandum Usa-Iran. Bertolotti (Start Insight): “Non è pace ma una sospensione armata del conflitto”


Slitta la prevista firma del memorandum tra Stati Uniti e Iran, in Svizzera. Il vicepresidente americano JD Vance ha annullato il viaggio e i colloqui che avrebbero dovuto segnare un passo decisivo verso la formalizzazione dell’accordo preliminare tra Washington e Teheran, sono stati rinviati. Il rinvio è dovuto a una combinazione di problemi tecnici immediati, nuove tensioni militari (in particolare in Libano) e questioni politiche ancora aperte sull’accordo definitivo. Al momento l’intesa quadro non risulta in discussione. Le parti confermano la volontà di proseguire il negoziato, ma la firma dell’accordo definitivo appare più lontana.

Come è noto il documento era stato firmato il 17 giugno scorso in via elettronica. La firma è avvenuta a distanza: Donald Trump ha firmato mentre si trovava in Francia per il G7, il presidente iraniano da Teheran. Il memorandum è un’intesa preliminare che prevede, tra le altre cose, la cessazione immediata delle ostilità e impegno a non usare la forza; la riapertura dei negoziati entro 60 giorni per un accordo definitivo; il coinvolgimento dell’Aiea, l’Agenzia internazionale per l’Energia atomica, sul dossier nucleare; l’alleggerimento delle tensioni economiche e militari, con rimozione progressiva del blocco navale Usa, con la possibile revoca di alcune sanzioni e sblocco di fondi iraniani; le garanzie sulla sicurezza marittima, in particolare nello Stretto di Hormuz. Si tratta, dunque, di un accordo di de-escalation temporanea che mira a fermare le ostilità dopo settimane di campagne militari, ma che lascia sul tavolo molte questioni decisive. Per comprenderne la portata e i limiti, abbiamo intervistato Claudio Bertolotti, direttore del think tank Start InSight (www.startinsight.eu) ed esperto dell’Ispi.

Come definire questo memorandum?
Non come una pace, ma come una sospensione armata del conflitto. Utile, necessaria, fragile, che ha evitato – almeno per ora – che la crisi degenerasse in una guerra regionale aperta, che gli Stati Uniti, in primis, non vogliono. Ma lascia tutto in sospeso.

A cosa sono serviti i bombardamenti e l’escalation delle ultime settimane?
Sono serviti, molto concretamente e con una lettura realista del conflitto, a riportare gli attori al tavolo negoziale dopo aver ridefinito i rapporti di forza. È il paradosso della coercizione, in cui si distrugge il più possibile per negoziare da una posizione migliore.

Con quale risultato?
Nel complesso è un risultato politico molto modesto. Se il memorandum si limita a congelare il conflitto per 60 giorni, senza sciogliere davvero i nodi su nucleare, proxy regionali, missili, sanzioni e sicurezza israeliana, allora la montagna ha davvero partorito il topolino. Possiamo dire che il prezzo pagato sia stato altissimo mentre il vantaggio strategico sia molto incerto.

Quali sono i punti più significativi dell’accordo e le principali fragilità?
I punti più rilevanti sono tre: cessazione immediata delle ostilità, riapertura dei negoziati entro 60 giorni e coinvolgimento dell’Aiea sul dossier nucleare. A questi si aggiungono la rimozione progressiva del blocco navale americano, l’impegno iraniano alla sicurezza della navigazione nello Stretto di Hormuz, la possibile revoca graduale delle sanzioni e il rilascio di fondi congelati. I punti deboli non sono pochi, perché il memorandum rinvia le questioni decisive, non chiarisce pienamente il destino dell’uranio arricchito, non definisce in modo stringente il rapporto tra Iran e i suoi proxy regionali, non vincola Israele in maniera diretta e lega concessioni economiche enormi a un meccanismo di verifica ancora da costruire.

È un’intesa di de-escalation, e questo è bene, ma non è un accordo di sicurezza.

Israele può minare la tenuta dell’accordo?
Sì, Israele può mettere in discussione l’accordo, e questo è uno dei punti più critici. Se mantiene le proprie zone di sicurezza in Libano, Siria e Gaza, Teheran potrà sostenere che il cessate il fuoco non è realmente regionale e che Hezbollah, o altri attori dell’asse filo-iraniano, restano sotto pressione militare.

Fonti di stampa riportano che Israele ha già ribadito la volontà di restare in tali aree, mentre l’accordo menziona la cessazione delle operazioni anche sul fronte libanese: questa asimmetria può diventare il principale detonatore politico dell’intesa.

Possiamo parlare di svolta rispetto al Joint Comprehensive Plan of Action (Jcpoa), l’accordo sul nucleare iraniano, firmato nel 2015 dall’Iran e da Usa, Russia, Cina, Francia, Regno Unito, Germania e Ue?
È una svolta solo in parte. Il Jcpoa del 2015 era un accordo tecnico-nucleare molto più strutturato, centrato su qualcosa di verificabile nel contesto del programma atomico iraniano. Il memorandum attuale è invece un’intesa politico-strategica ampia e generica, nata dopo una fase di conflitto militare, che intreccia nucleare, sanzioni, navigazione marittima, sicurezza regionale e ricostruzione economica. La differenza è sostanziale perché, se il Jcpoa cercava di congelare una capacità nucleare, questo memorandum tenta di congelare un conflitto. La fragilità è intrinseca in questo meccanismo, che deve anche rispondere alle pressioni domestiche statunitensi legate alle elezioni di metà mandato.

L’accordo è stato definito Memorandum di Islamabad, per il peso avuto dal Pakistan nella mediazione. Che ruolo possono, invece, giocare l’Ue e gli altri attori internazionali nel garantire la tenuta dell’accordo e accompagnare i negoziati futuri?
L’Aiea sarà decisiva sul nucleare; l’Onu potrà fornire una cornice giuridica a un eventuale accordo finale; l’Ue può contribuire su sanzioni, canali finanziari, verifica economica e diplomazia di accompagnamento. In realtà il ruolo futuro di Bruxelles è marginale.

Oggi il rinvio a data da destinarsi della firma ufficiale: quali scenari si aprirebbero se il negoziato fallisse definitivamente?
Se entro pochi mesi non si arrivasse a un accordo definitivo, gli scenari possono essere tre. Il primo è una ripresa controllata della pressione: nuove sanzioni, minacce militari, azioni cibernetiche e interdizione marittima, più probabile nel medio periodo. Il secondo è una escalation indiretta, attraverso Hezbollah, milizie irachene, Houthi o altri attori dell’asse iraniano, molto probabile già nel breve periodo. Il terzo, più grave, è il ritorno a uno scontro diretto tra Stati Uniti, Iran e Israele.

Onestamente penso che tutti gli attori utilizzeranno i 60 giorni, previsti dal memorandum, non per ridurre la pressione, ma per riorganizzarsi. In quel caso il memorandum si confermerebbe per quello che temo sia in realtà: una pausa tattica prima della fase successiva del conflitto.


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 Andrea Canton

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