di Evelina Bruno
Si parla tanto di experience nella ristorazione, ultimamente. E invece oggi parlo di Emozione.
L’Accanto è pura emozione, ricordo, scoperta, attesa, sorpresa, gioco e coccola: il ristorante Fine dining del Grand Hotel Angiolieri, cinque stelle in penisola sorrentina, situato in una stradina antica nella bellissima curva tra Vico Equense e Seiano. Qui l’offerta gastronomica è, appunto, emozione: bar con panorama super, ristorante e Saporì, la pizzeria premiata tra le più belle del mondo nell’edizione 2026 di 50 Top Pizza.
L’Accanto ha una deliziosa sala interna e una terrazza affacciata sulla Torre della Marina d’Equa, con il Vesuvio che si staglia netto, circondato da mare, monti e alberi. Nella serata in cui sono stata ospite io, tutto era avvolto in una luce rosa, per uno dei tramonti che l’Estate sa regalarti quando ancora non è bollente e vuole sedurti senza sforzo, proprio come la Cucina di questo angolo di penisola.
In un’atmosfera così perfetta ci sono due scuole di pensiero: chi pensa che potresti mangiare qualunque cosa e sarebbe comunque buona; chi pensa che i piatti debbano essere all’altezza dell’incanto in cui ci si trova. A L’Accanto lo chef Fabrizio De Simone ha scelto la terza via: portare direttamente nel piatto ciò che è Accanto: il mare, i vegetali dell’orto, la tradizione, l’olio.
Ho assaggiato il menu Signature, che è declinato in una proposta di mare e in una di terra.
Tutto parte in maniera autentica: pani, grissini e sfoglie sono ottimi e, soprattutto, sono accompagnati da una degustazione di tre olii della zona: niente burro alla moda francese, niente sofisticazioni inutili.
Tre amuse-bouche aprono le danze: una vongola accompagnata da una spuma di acqua di mare e liquore mentoncello, un gyoza ripieno di ragù e infine un pentolino di rame con un sughetto alla marinara: solo sugo, olio e origano, come quando ero bambina. Tre sfizi che mi hanno piacevolmente colpito: il primo per la freschezza, il secondo per l’originalità e il terzo per la semplicità.
Via libera a Signature, mare e terra:
in quello di pesce l’antipasto è stato un’Alchimia di contrasti, una seppia con il suo nero e una foglia d’argento edibile, mentre il primo è uno dei piatti iconici dello chef: spaghetto spezzato con polpo, vongole, mostarda dei limoni femminiello, crema di salicornia e caviale essiccato. In questo piatto il mare è netto, pulito ma non di difficile lettura: si sente la tecnica, la qualità della materia prima ma lo spaghetto spezzato riporta a un’idea di confort food che fa sentire bambini. Ecco, se c’è una cifra che caratterizza il posto, è questa sensazione di essere costantemente coccolati: non omaggiati, non vezzeggiati, ma accolti. Il secondo di pesce è un baccalà pil pil con cialda al cappero, una riduzione di pomodoro e un crumble di olive.
Il menu di pesce è delicato, profumato, gentile. Forse più femminile.
Ma la mia scelta è stato il menu di carne. Ho stupito un po’ maitre e addetti al per aver preferito sapori più decisi: fungo in tre consistenze, gnocchi alla genovese e lingua condita con pecorino Carmasciano, uvetta e pinoli, a mò di braciola. Il mio gusto è permeato su sapori sapidi, piccanti, su formaggi stagionati e sentori erbacei. Nonostante ciò, io la lingua non avrei mai avuto il coraggio di ordinare la lingua. E invece è stato una scoperta, il piatto della serata: morbida, succulenta, aveva sopra una foglia di argento a ricordare l’alluminio in cui le nonne avvolgono i piatti della tradizione, quale la lingua era, per far sentire sapore di casa a chi, come me, cucina poco, in velocità.
Gli gnocchi alla genovese: saporiti come le genovesi antiche, leggeri come i gusti odierni ma soprattutto inclusivi, essendo senza glutine e senza lattosio; nel 2026 non esistono più solo allergie e intolleranze ma anche scelte e diete per cui tener conto di diversi stili di nutrizione.
L’abbinamento dei vini meriterebbe un racconto a parte: scelte non banali, mediterranee, piacione
ma non banali: il rosato Cloè e lo Zibibbo Orange, entrambi di Abbazia San Giorgio, un Fiano di Terradora per il baccalà mentre per me, sulla lingua, uno dei miei vini preferiti: il Giungano di San Salvatore.
I dolci: Io ho scelto un dessert all’olio di oliva e nocciole con un gel di olio di oliva, crumble al cacao, cialda di cacao e gelato alla nocciola. Davvero un fine pasto: non stucchevole, adatto a chiudere senza appesantire.
Il menu pesce è stato terminato con una cheesecake alla crema di philadelphia, un dolce che non amo particolarmente, che mi piacerebbe sparisse da molti menu ma che aveva in questo caso una cialda al caffè notevole.
I petit four finali, la piccola pasticceria di un ristorante di fine dining, sono quella coccola che non può mancare: belli, buoni, accompagnati da un caffè nella caffettiera e dal lioquore al mentoncello che ha permesso di chiudere la cena con lo stesso aroma con cui era iniziata.Un’esperienza di cena così, non ha prezzo, ma il prezzo richiesto è in linea con l’offerta, equilibrato, bilanciato. Spesso si sottovaluta che basta rinunciare a qualche serata di mediocre street food per regalarsi una cena in un ristorante di fine dining.
A l’Accanto lo chef De Simone è presente, attento, disponibile, la cucina è a vista e tutto contribuisce alla magia di sentirsi a proprio agio, come a casa, e nello stesso tempo in un lusso speciale: dalla location ai piatti tutto ha luce, non guarda alle mode ed è pronto per interpretare il futuro della tradizione.
Scheda del 20 giugno 2026
Seiano, al Grand Hotel Angiolieri il gusto “si fa in quattro”
di Emanuela Sorrentino
Dalla pizzeria all’intimo lounge bar, dal ristorante più tradizionale al gourmet: è l’ospitalità che cambia e gli outlet ristorativi di una struttura di lusso diventano sempre più “esperienziali”. Al Grand Hotel Angiolieri di Seiano, cinque stelle a Vico Equense, all’accoglienza in camere e suite vista mare o sui profumati giardini e al relax nei curati spazi comuni tra maioliche, pezzi d’arredo classici e materiali contemporanei, si affianca una proposta food & beverage davvero unica, aperta anche agli esterni.
Quattro diversi modi di concepire il mondo dell’enogastronomia che consentono all’ospite di conoscere la cultura che c’è dietro ogni piatto, dalla scelta degli ingredienti, al rispetto della territorialità e della stagionalità delle proposte in carta, tutte accompagnate da selezione accurata di vini e bollicine e cocktail preparate dai bartender della struttura.
Lo sa bene lo chef Fabrizio De Simone, originario di Vico Equense, che dalla colazione alla cena, fino agli eventi privati in hotel, firma i menu dei due ristoranti, Lucilla e L’Accanto, passando per L’A Bar con vista su piscina e mare, e la pizzeria Saporì, pizza e qualcos’altro (chiusa il martedì dove collabora per i topping con il pizzaiolo Fernando Speranza. Responsabile della pizzeria, che ha sia l’ingresso dall’hotel che dalla strada, è Fabio Disanto).
Vista mare con la sinuosa immagine del Vesuvio a fare da sfondo la terrazza panoramica di mattina ospita la colazione, mentre di sera lascia spazio ai due ristoranti, Lucilla con 30 posti sempre aperto, che prende il nome dalla prima commedia in cui fece la sua apparizione Pulcinella che ha un menu improntato sui piatti tradizionali: dagli spaghetti a vongole ai ravioli capresi, dai mezzanelli alle zucchine al ragù, e ancora crudi di mare, parmigiana, carpaccio, tagliata di manzo, sandwich di spigola, astice e pescato del giorno per citare qualche piatto in menu e poi c’è L’Accanto, il raffinato gourmet da 15 posti chiuso il lunedì, dove ricerca, gusto ed equilibrio trovano la loro massima espressione in proposte dalla forte impronta territoriale.
In sala l’esperienza di Giovanni Starace e la competenza del sommelier Davide Campaniello sono il valore aggiunto. La cucina di De Simone (in brigata anche il sous chef Luigi Apuzzo e il pasticciere Vincenzo Nota) strizza l’occhio ad un territorio, quello della costiera sorrentina, che offre tanto: dalle proposte di mare agli ortaggi fino ai piatti di carne che reinterpreta con giochi di consistenze, accostamenti e piacevoli incursioni.
Tre i menu degustazione a L’Accanto: Botanica, Anima e Signature con la possibilità di scegliere piatti in carta. E poi c’è un filo indelebile di radici e famiglia, di ricordi e legami che chef De Simone fa conoscere ai suoi ospiti a cominciare dal cuzzetiello di pane (rigorosamente fatto in casa come grissini, crackers e lievitati da colazione) da intingere nel sugo, “la scarpetta della domenica – quando si andava ad assaggiare il ragù nel pentolone sul fuoco”, ricorda. Poi c’è la zuppetta di vongole all’acqua di mare con spuma aromatizzata al mentoncello, il crackers con maionese di pinoli arrostiti, il Finocchio finocchietto e limone di mare, la Canocchia riccio di mare, kiwi e peperone, le Coccioline piselli bacon di ricciola e latte di capra che presto saranno sostituite da una versione particolare di spaghetti alle cozze, il tenero pollo e poi i dessert: dalla cheesecake caffè e anice a Come una caprese fino al gioco di consistenze e temperature di Olio di oliva, limone e nocciola. Tecnica, studio, impegno e lavoro di squadra per lo chef Fabrizio De Simone che nella sua filosofia di cucina ha il rispetto delle materie prime e attinge anche dal Giardino degli Aromi che si trova in struttura con erbe aromatiche che donano ai piatti equilibrati sentori mediterranei.
Grand Hotel Angiolieri
Via Santa Maria Vecchia, 2
Vico Equense – Seiano (NA)
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Luciano Pignataro
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