La settimana scorsa Papa Leone XIV ad Assisi è intervenuto a il Franciscan Youth Meeting. L’ultimo atto del grande incontro internazionale promosso nell’Anno dell’VIII Centenario del Transito di san Francesco, che per quattro giorni ha trasformato Assisi nel cuore della gioventù francescana. Il Papa ha pronunciato uno straordinario discorso ai giovani davanti a Santa Maria degli Angeli. Il Papa non ha adulato i giovani. Li ha chiamati a decidere. Leone XIV non ha usato frasi di comodo, Papa Leone XIV ha scelto una strada diversa. Ha ascoltato domande vere e ha risposto mostrando che il Vangelo può ancora chiedere tutta la vita. È stato un incontro limpido, profondo, sorprendentemente esigente.
“Le domande hanno toccato la testimonianza cristiana, la vocazione e l’amore alla Chiesa ferita. Nessuna concessione al giovanilismo. Nessuna fede ridotta a emozione, entusiasmo collettivo o generico desiderio di un mondo migliore. Il Papa ha parlato ai giovani come a persone capaci di prendere sul serio Cristo e di consegnargli l’intera vita” (Mario Proietti, Il Papa non ha adulato i giovani, li ha chiamati a decidere, 6.8.26) Il Papa nell’omelia pronunciata a Santa Maria degli Angeli, non ha offerto ai giovani una fede addomesticata. Li ha chiamati alla santità: «Qui tutto sussurra che la nostra vita può cambiare forma, sprigionare luce, riparare il mondo». Parlando della Trasfigurazione, Leone XIV, riferendosi a Francesco e Chiara ha detto che “furono trasfigurati perché accolsero il Vangelo sine glossa, senza sconti, permettendo alla vita di Gesù di ricominciare in loro”.
Pertanto, il Papa ha chiesto ai giovani di non restare spettatori della luce. Li ha invitati a entrare nella storia di Cristo e a prendere decisioni capaci di scrivere nuove pagine nella storia del mondo. Poi ha pronunciato parole che difficilmente potranno essere dimenticate: «Oggi l’Europa e il mondo intero cercano in voi nuovi santi». «Non un mondo da difendere, ma da abbracciare». Questa frase non invita alla resa. Indica il modo cristiano di custodire la verità: senza costruire nemici, senza usare la paura, senza trasformare la tradizione in ostilità. Francesco non conquistò il mondo imponendosi. Lo abbracciò da povero, scrive Proietti. Tra le tante domande poste dai giovani al Papa, c’è quella della paura delle scelte definitive. La risposta del Papa è stata fortissima: «Il coraggio di compiere una scelta definitiva è forse l’atto più rivoluzionario». Oggi si moltiplicano esperienze, contatti e possibilità, mentre cresce la paura di scegliere. Si pensa di proteggere la libertà evitando ogni legame definitivo.
Alla fine, si resta fermi, interiormente vuoti, incapaci di percorrere davvero una strada. Leone XIV ha spiegato che il “per sempre” non è una gabbia. È una grazia. Amare significa entrare in un cammino che Dio percorre con noi. La vocazione non consiste nel provare qualcosa per un certo periodo. Chiede di alzarsi, decidere e continuare a rispondere ogni giorno. Poi ha pronunciato una frase decisiva, scrive don Mario Proietti: «La radicalità evangelica è l’opposto del fondamentalismo». La radicalità evangelica conduce alla sequela di Gesù, allarga il cuore e rende capaci di accogliere. Il fondamentalismo irrigidisce l’identità e alimenta la contrapposizione. Il cristiano fedele non ha bisogno di inventarsi nemici per sapere chi è. Guarda Cristo, lo segue e impara da Lui la forza umile della pace. Infatti, Seguendo il ragionamento di don Proietti, quando diciamo che una persona «si è radicalizzata», pensiamo quasi subito a qualcuno diventato estremista, fanatico, forse persino pericoloso. La parola radicalità è entrata lentamente nel vocabolario della paura. Per questo mi hanno colpito le parole pronunciate da Papa Leone XIV ad Assisi: «Da San Francesco imparate la radicalità evangelica, che è l’opposto del fondamentalismo».
È una distinzione decisiva. Il Papa separa ciò che il nostro linguaggio tende ormai a confondere. Essere radicali non significa diventare estremisti. Significa tornare alla radice. E per il cristiano la radice è Cristo. Il problema nasce quando, per paura del fondamentalismo, cominciamo ad avere paura anche della radicalità. Se tutto ciò che è radicale diventa sospetto, allora il cristianesimo accettabile sarà inevitabilmente un cristianesimo moderato, accomodante, incapace di disturbare troppo.
Eppure, il Vangelo disturba. «Amate i vostri nemici» è radicale. Prendere la croce è radicale. Perdonare senza tenere la contabilità del torto ricevuto è radicale. La scelta di Francesco è radicale. Niente di tutto questo è fondamentalismo. Il fondamentalismo nasce quando qualcosa prende il posto della radice: una posizione, una forma, un’identità ecclesiale, un’ideologia. Può accadere nel mondo tradizionale quando la Tradizione viene trasformata in una barriera attraverso cui classificare gli altri. Può accadere nel progressismo quando il presente diventa il criterio con cui decidere ciò che del Vangelo è ancora accettabile. Gli estremi finiscono così per assomigliarsi molto più di quanto immaginino. Il rischio più grave arriva quando, per evitare ogni possibile “radicalizzazione”, cominciamo ad addomesticare il cristianesimo. Continuiamo a usare le parole del Vangelo, togliendo loro lentamente la capacità di convertire l’uomo. A quel punto non sarà più il Vangelo a giudicare il nostro tempo. Sarà il nostro tempo a decidere quale Vangelo può ancora essere annunciato. San Francesco ci mostra una strada diversa. Fu radicale fino alle estreme conseguenze e proprio per questo non ebbe bisogno di essere fondamentalista. Non costruì la propria fedeltà contro qualcuno. Tornò alla radice. Forse dovremmo recuperare questa parola prima di perderla del tutto. Il contrario del fondamentalismo non è un cristianesimo più tiepido. È un cristianesimo che ha ritrovato Cristo. L’argomento viene approfondito e sviluppato meglio nel blog di don Mario.
Domenico Bonvegna
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