Metti due formiche in una piccola provetta per dieci minuti. Una arriva da una popolazione italiana, l’altra può essere stata raccolta a migliaia di chilometri di distanza. Si toccano con le antenne, si studiano e, se appartengono alla stessa gigantesca supercolonia di formiche argentine, la rissa semplicemente non parte. È così che i ricercatori hanno scoperto una società animale capace di estendersi per circa 6.000 chilometri lungo le coste dell’Europa meridionale, con milioni di nidi e miliardi di operaie che si comportano come membri della stessa enorme comunità.
Ed enorme è quasi riduttivo. La sua estensione venne documentata fin dal 2002, in uno studio pubblicato su PNAS, dopo aver analizzato popolazioni distribuite lungo 6.004 chilometri di costa europea. Più che una singola città sotterranea, è una rete di città che hanno smesso di considerarsi straniere.
Come si scopre una colonia grande quanto mezza Europa
La protagonista si chiama Linepithema humile, la formica argentina, una piccola specie originaria del Sud America arrivata accidentalmente in Europa attraverso le attività umane. In Portogallo era stata segnalata già alla fine dell’Ottocento; in Italia compare nelle registrazioni dall’inizio del Novecento. Fuori dalla sua area originaria ha trovato condizioni particolarmente favorevoli nei territori dal clima mediterraneo.
Nel 2000 Tatiana Giraud, Jes S. Pedersen e Laurent Keller raccolsero campioni da 33 popolazioni europee distribuite lungo 6.004 chilometri di costa e misero le operaie faccia a faccia in una lunga serie di test di aggressività. Il risultato fu quasi binario: in 1.131 prove su 1.151 le formiche o combattevano con decisione oppure si tolleravano senza mostrare antagonismo.
Emersero così due gruppi. Una piccola supercolonia catalana comprendeva tre delle popolazioni analizzate; quasi tutte le altre appartenevano alla gigantesca supercolonia principale. Tra individui di quest’ultima, anche provenienti da località lontanissime, non venne osservata aggressività. Quando invece venivano accostate operaie delle due supercolonie rivali, gli incontri erano tutt’altro che diplomatici: nei test tra i due gruppi si arrivò alla morte di un’operaia in 235 casi su 241.
È questo il meccanismo chiamato unicolonialità. I singoli nidi restano fisicamente distinti, però i loro abitanti possono mescolarsi e cooperare senza comportarsi da estranei. Operaie che vivono alle estremità opposte della supercolonia probabilmente non si incontreranno mai durante la loro breve esistenza. Socialmente, però, appartengono allo stesso sistema. La geografia per loro sembra avere confini parecchio elastici.
Miliardi di formiche che hanno smesso di farsi guerra tra vicine
Nell’areale sudamericano originario la situazione è diversa: le popolazioni di Linepithema humile presentano una struttura più frammentata e le operaie provenienti da colonie differenti possono essere aggressive tra loro. Nelle popolazioni invasive europee la perdita dell’aggressività fra un enorme numero di nidi ha eliminato buona parte dei costi legati alla difesa dei territori. Questo permette di raggiungere densità elevatissime e concentrare energie e operaie sulla raccolta delle risorse e sulla competizione con altre specie.
Gli autori dello studio del 2002 descrivevano la supercolonia europea come composta da milioni di nidi e miliardi di operaie, definendola allora la più grande unità cooperativa mai registrata. Quindi niente “mezzo miliardo” misurato uno per uno: le dimensioni vengono stimate sulla base dell’enorme distribuzione e del numero di nidi, e la letteratura scientifica parla esplicitamente di miliardi.
La faccenda è diventata ancora più strana qualche anno dopo. In uno studio pubblicato su Evolutionary Applications, i ricercatori hanno confrontato popolazioni invasive provenienti da Europa, Nord America, Giappone, Australia, Nuova Zelanda e Hawaii. Alcune delle grandi supercolonie di continenti diversi mostravano profili genetici e chimici molto simili e, quando le operaie venivano messe insieme, si accettavano come appartenenti allo stesso gruppo. Gli autori arrivarono a descrivere questa rete intercontinentale come la società animale conosciuta più popolosa.
Una città impressionante, con effetti molto meno affascinanti sugli ecosistemi
Vista dall’alto, l’idea di miliardi di formiche che cooperano dal Portogallo all’Italia ha qualcosa di irresistibile. Dal punto di vista ecologico la storia perde parecchia poesia. Linepithema humile è una specie invasiva capace di raggiungere densità enormi e di spostare le comunità di formiche native, con conseguenze che possono propagarsi anche alle relazioni tra insetti e piante.
Un esperimento condotto in un bosco mediterraneo della Spagna nord-orientale, per esempio, trovò nella zona invasa la completa sostituzione delle specie native di formiche coinvolte nella dispersione dei semi. Le formiche argentine individuavano rapidamente il cibo, però una quota molto minore delle interazioni finiva con il trasporto effettivo dei semi nel nido: il 7,4% nell’area invasa contro il 41,9% in quella dove erano presenti le specie locali. Una piccola formica può quindi cambiare anche il modo in cui una pianta riesce a spostare i propri semi.
Per l’Italia il problema è molto concreto. Una valutazione scientifica pubblicata nel 2024 ha collocato la formica argentina tra le specie aliene già insediate con il rischio invasivo più elevato, insieme alla formica di fuoco Solenopsis invicta. Gli autori sottolineano che L. humile ha già dimostrato la capacità di penetrare e deteriorare ecosistemi mediterranei ed è associata soprattutto alle zone costiere e agli ambienti fortemente modificati dall’uomo.
E continua a essere osservata. Un dataset italiano pubblicato su Scientific Data, costruito con 4.698 segnalazioni raccolte tra il 2011 e il 2024 e validate da esperti, ne conferma la presenza anche vicino a Genova e Bari. Questi dati documentano la specie; da soli non permettono di assegnare ogni popolazione italiana alla gigantesca supercolonia descritta negli esperimenti europei. Per quello servono confronti comportamentali, chimici o genetici.
La “città” lunga 6.000 chilometri, quindi, non ha un centro e neppure un’unica rete di tunnel. Ha milioni di indirizzi diversi e abitanti che possono trascorrere tutta la vita senza incontrarsi. Eppure, quando due di quelle minuscole operaie finiscono nella stessa provetta, spesso si riconoscono dalla stessa parte. Le gallerie si fermano molto prima. La cooperazione, evidentemente, no.
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Ilaria Rosella Pagliaro
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