– Advertisement –

Il 16 agosto di un anno fa moriva Pippo Baudo. E forse il modo peggiore per ricordarlo sarebbe celebrarlo. Elencare i suoi Sanremo, i suoi Fantastico, le sue Domenica In. Ripetere che ha scoperto Lorella Cuccarini, che ha attraversato oltre mezzo secolo di televisione italiana, che è stato uno dei volti più riconoscibili della Rai. Tutto vero. Tutto già detto.

Pippo, che cosa avresti pensato di Temptation Island?

Forse, a un anno dalla sua morte, sarebbe molto più interessante fargli una domanda: Pippo, che cosa avresti pensato di Temptation Island? Non è una domanda irriverente, neanche il pretesto per contrapporre la televisione “bella di una volta” a quella “brutta di oggi”, esercizio nostalgico che Baudo, probabilmente, avrebbe detestato. È una domanda sulla televisione, ma non solo. Perché tra uno studio televisivo governato da Pippo Baudo e un falò davanti al quale una coppia discute pubblicamente del proprio tradimento non sono cambiati soltanto i programmi, siamo cambiati noi. Sono cambiati il nostro rapporto con l’intimità, il concetto di successo, il confine tra pubblico e privato, il linguaggio, i tempi dell’attenzione. È cambiato persino ciò che siamo disposti a fare pur di essere guardati. E la televisione, che da sempre è uno degli specchi più spietati della società, non ha fatto altro che seguirci. Qualche volta precedendoci. Molto spesso assecondandoci. Pippo Baudo quello specchio lo ha abitato per più di mezzo secolo, ed è forse questa la ragione per cui ricordarlo oggi significa raccontare la storia della televisione italiana e, attraverso quella storia, osservare la trasformazione culturale di un Paese. Baudo apparteneva a una generazione di uomini di spettacolo per i quali presentare non significava semplicemente leggere una scaletta.

Bisognava sapere. Sapere parlare, certamente. Ma anche ascoltare, conoscere la musica, il teatro, il cinema, l’attualità. Capire chi si aveva davanti. Improvvisare ed essere capaci di riempire un silenzio. Tenere il palco. Tenere, soprattutto, il senso del programma. Pippo Baudo era musicista, autore, uomo di spettacolo, talent scout, intervistatore. Aveva una cultura generalista vastissima e quella curiosità che dovrebbe essere il primo requisito di chiunque abbia la pretesa di raccontare qualcosa agli altri. Non era semplicemente dentro la televisione. Conosceva la televisione. E questa differenza, oggi, pesa. Perché Baudo era popolare senza essere banale. Ed è forse questa la parola che abbiamo smarrito: popolare.

Dalla televisione che univa l’Italia alla televisione dell’attenzione

Per decenni la televisione italiana ha dimostrato che parlare a milioni di persone non significava necessariamente abbassare il livello. La Rai delle origini aveva addirittura una missione pedagogica. Entrava nelle case di un Paese ancora attraversato da enormi differenze sociali, culturali e linguistiche e contribuiva, nel bene e nel male, a costruire un immaginario comune. Poi arrivò il grande varietà. Il sabato sera. Le famiglie davanti allo stesso schermo. Un Paese che il giorno dopo commentava la stessa battuta, la stessa canzone, lo stesso vestito. E poi arrivarono gli anni Ottanta con la televisione commerciale che cambiò tutto. Con Berlusconi e Fininvest entrò definitivamente in scena un’altra idea di televisione: più veloce, più colorata, più seduttiva, costruita intorno alla pubblicità e alla competizione per l’audience. Fu una rivoluzione enorme.

E sarebbe intellettualmente disonesto raccontarla soltanto come una degenerazione. Quella televisione inventò linguaggi, produsse grandi professionisti, liberò energie, spezzò il monopolio culturale della Rai e rese il sistema televisivo italiano più competitivo. Poi arrivarono gli anni Novanta. E poi i Duemila. Il reality trasformò la vita privata in spettacolo. Il talent trasformò il talento in competizione. Il talk show trasformò spesso il confronto in conflitto. La cronaca diventò racconto permanente. Il dolore entrò nei palinsesti. Le lacrime diventarono attrattive. Le liti, clip. E infine arrivarono i social. A quel punto la televisione dovette competere con Instagram, TikTok, YouTube, le piattaforme, lo smartphone che teniamo in mano mentre guardiamo un altro schermo. La soglia dell’attenzione si è accorciata. Il silenzio è diventato pericoloso. Un programma deve poter essere ritagliato, commentato, trasformato in meme. Ed eccoci al falò. Benvenuti a Temptation Island. Sarebbe facile liquidarlo come il punto più basso della televisione contemporanea. Sarebbe volendo anche consolatorio.

La televisione è cambiata, o siamo cambiati noi?

Il problema è che Temptation Island fa ascolti enormi. E allora la domanda diventa più scomoda. Se milioni di italiani vogliono sapere se una fidanzata cederà al tentatore, se un fidanzato tradirà, chi piangerà davanti al falò e chi chiederà il confronto anticipato , possiamo davvero continuare a raccontarci che il problema sia soltanto la televisione? Forse la televisione non ci ha semplicemente cambiati. Forse ha imparato a conoscerci molto bene, ha capito che l’intimità degli altri ci interessa. Che una frase assurda può valere più di un ragionamento intelligente se il giorno dopo sarà condivisa milioni di volte.

Adv

E allora viene quasi da sorridere pensando a Pippo Baudo al suo incredibile talento e alla sua grandissima competenza. Oggi forse gli chiederebbero prima quanti follower ha. Ma Pippo Baudo dimostrava che si poteva essere nazionalpopolari e allo stesso tempo competenti. Forse per questo, a un anno dalla sua morte, sentiamo che insieme a Pippo Baudo non è scomparso soltanto uno dei grandi padri della televisione italiana. È diventata improvvisamente più visibile la distanza tra due idee di televisione. E allora forse non ha molto senso domandarsi se oggi potrebbe nascere un altro Pippo Baudo. I talenti nascono ancora. La domanda vera è un’altra: la televisione di oggi saprebbe che farsene?

Adv


#Adessonews seleziona nella rete articoli di particolare interesse.
Se vuoi leggere l’articolo completo clicca sul seguente link
Licia Raimondi

Source link

🚀 #Finsubito | Gruppo Retefin

Affianchiamo imprese e professionisti in tutta Italia nell’accesso alle migliori opportunità di Finanza d’Impresa, Finanza Agevolata, Sostenibilità e Compliance. 🇮🇹

💼 Operiamo esclusivamente attraverso mediatori e operatori autorizzati, offrendo un servizio professionale, trasparente e orientato alle reali esigenze della tua impresa.

Consulenza gratuita e zero costi di istruttoria: analizziamo la situazione della tua azienda, individuiamo le opportunità più adatte e ti supportiamo nella valorizzazione del tuo profilo finanziario e aziendale nei confronti di banche e partner.

📈 Dalla diagnosi iniziale alla strategia finanziaria, siamo al tuo fianco per trasformare le esigenze della tua impresa in concrete opportunità di crescita, investimento e sviluppo.

🔎 Scopri come possiamo supportare la tua impresa. 👉 Contattaci per una prima valutazione.