Da bambino pescava 20 chili di pesce in pochi minuti. Oggi, racconta, una notte intera può non bastare per prenderne solo tre. Lui è Bubaraye Dakolo, Re del regno di Ekpetiama, nello Stato nigeriano di Bayelsa, che ha trasformato la devastazione ambientale del suo territorio in una battaglia giudiziaria contro Shell.
A luglio un tribunale nigeriano ha respinto la sua causa, ma il sovrano ha già presentato appello e promette di arrivare fino alla Corte Suprema.
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Tra tutte, c’è una immagine che forse racconta meglio di qualsiasi rapporto scientifico cosa sia successo nel Delta del Niger ed è proprio quella risalente agli anni ’70, quando Bubaraye Dakolo era un bambino e bastavano pochi minuti per pescare anche 20 chili di pesce nei corsi d’acqua del sud della Nigeria. Ad oggi, invece, un pescatore può trascorrere l’intera notte con le reti in acqua e tornare a casa con appena tre chili. Come mai?
Beh, il perché è semplice intuirlo: in mezzo ci sono decenni di estrazione petrolifera, oleodotti, gas flaring, sversamenti e acque contaminate.
Ed è da qui che è partita la battaglia di Bubaraye Dakolo, Agada IV, una battaglia che non riguarda soltanto Shell, ma una domanda molto più grande: può una multinazionale lasciare un territorio dopo decenni di estrazione senza prima riparare i danni ambientali accumulati?
Chi è Bubaraye Dakolo, il Re ambientalista del Delta del Niger
Dakolo non è soltanto un sovrano tradizionale, ma è un ex militare, scrittore, attivista per i diritti umani e ambientali e presidente del Bayelsa State Traditional Rulers Council, ed è diventato negli ultimi anni una delle voci più riconoscibili nella denuncia dell’impatto dell’industria petrolifera sulle comunità del Delta del Niger.
È autore di diversi libri, tra cui The Riddle of the Oil Thief e Once a Soldier, nei quali esperienza personale, storia del Delta e sfruttamento petrolifero inevitabilmente si intrecciano. La sua, del resto, è una biografia cresciuta letteralmente accanto al petrolio. Da bambino, andava a scuola camminando sugli oleodotti scoperti che attraversavano il territorio. Suo padre lavorava in una raffineria e Dakolo dice di essere nato vedendo quella che allora non era ancora in grado di riconoscere come una catastrofe ambientale.
Sono nato con questa calamità davanti agli occhi.
Una consapevolezza arrivata col tempo e diventata poi azione politica, culturale e infine giudiziaria.
Già prima della causa contro Shell, Dakolo partecipava direttamente alle denunce degli sversamenti nella regione: nel 2021, ad esempio, HOMEF lo citava durante un sopralluogo relativo al grave blowout del pozzo OML 29 nella zona del Santa Barbara River. Per lui difendere il territorio non è un’attività accessoria al ruolo di capo tradizionale. È il ruolo stesso.
Se sei un capo tradizionale o un leader e non difendi l’ambiente, allora non stai facendo il tuo lavoro.
Un territorio avvelenato dal petrolio
Bayelsa occupa un posto simbolico nella storia petrolifera nigeriana: proprio qui, nel 1956, Shell perforò il primo pozzo petrolifero commerciale del Paese. Da allora l’estrazione ha trasformato radicalmente l’economia della Nigeria, ma ha lasciato dietro di sé un’eredità ambientale enorme. Nel 2023 la Bayelsa State Oil and Environmental Commission, dopo quattro anni di indagini, ha stimato in un report che sarebbero necessari circa 12 miliardi di dollari e 12 anni di lavoro per ripulire lo Stato dalle conseguenze di decenni di inquinamento petrolifero.
@Justice for Bayelsa
Il rapporto parla di contaminazione di acqua e suolo e di conseguenze pesantissime sulla pesca, sull’agricoltura e sulla salute delle popolazioni. Analisi condotte nell’ambito dell’inchiesta hanno inoltre rilevato in alcune comunità livelli preoccupanti di metalli pesanti nei campioni biologici raccolti sulla popolazione. Ed è in questo scenario che Dakolo ha portato Shell in tribunale.
La causa contro Shell
Il Re di Ekpetiama ha accusato la compagnia di voler abbandonare le proprie attività petrolifere onshore senza aver prima bonificato il territorio, smantellato le infrastrutture obsolete e risarcito le comunità colpite. La causa coinvolgeva Shell e Renaissance, oltre ad autorità federali nigeriane, e chiedeva che il trasferimento degli asset fosse subordinato alla soluzione delle responsabilità ambientali accumulate nel territorio di Ekpetiama. Le organizzazioni ambientaliste che hanno sostenuto l’azione parlano di sversamenti, gas flaring, distruzione di aree di pesca e terreni agricoli e infrastrutture petrolifere deteriorate nel Gbarain oil field, che ricade nel territorio del regno.
@Ed Kashi/Justice for Bayelsa
Agli albori della vicenda, Dakolo chiedeva inoltre circa 2 miliardi di dollari di risarcimento per il proprio regno, cifra che non va confusa con i 12 miliardi di dollari stimati dalla Commissione ambientale per la bonifica dell’intero Stato di Bayelsa.
Ma intanto Shell ha venduto e mentre la battaglia sulle responsabilità ambientali proseguiva, il passaggio di proprietà è diventato realtà: il 13 marzo 2025 Shell ha completato la vendita della Shell Petroleum Development Company of Nigeria, SPDC, a Renaissance, un consorzio formato prevalentemente da società nigeriane. La stessa SPDC è stata poi ribattezzata Renaissance Africa Energy Company Limited. Tuttavia, Shell non ha però abbandonato la Nigeria, ma ha scelto piuttosto di concentrare il proprio portafoglio sulle attività petrolifere offshore in acque profonde e sul gas integrato.
In pratica: le grandi compagnie internazionali cedono asset onshore vecchi, complessi e fortemente impattanti, mentre rimane aperta la questione di chi dovrà sostenere concretamente i costi della loro eredità ambientale. Un problema che non riguarda soltanto Shell. Nel luglio 2026 diverse organizzazioni hanno avviato in Francia anche un’azione contro TotalEnergies per ottenere documenti ambientali relativi alla prevista vendita della sua quota negli stessi asset nigeriani.
Il tribunale respinge la causa
Il 17 luglio 2026 il Federal High Court di Yenagoa ha respinto la causa di Dakolo. Il giudice Ayo Emmanuel l’ha infatti definita sostanzialmente prematura e giuridicamente inammissibile, ritenendo tra l’altro che alcune richieste fossero state presentate oltre i termini previsti dalla legislazione nigeriana. Secondo il tribunale, inoltre, la causa riguardava prevalentemente risarcimenti per danni ambientali, negligenza e blocco di una cessione commerciale, e non poteva quindi essere configurata principalmente come un’azione per la tutela dei diritti fondamentali.
Attenzione, però: il tribunale non ha stabilito che l’inquinamento non esiste e non ha esaminato nel merito se Shell sia o meno responsabile dei danni ambientali denunciati dalla comunità, ma la causa è caduta sulle questioni preliminari e procedurali.
Shell ha accolto con favore la decisione e ha ribadito una posizione sostenuta da anni: la maggior parte degli sversamenti nella regione sarebbe riconducibile a furti di petrolio, sabotaggi e raffinazione illegale. La compagnia sostiene inoltre che la propria ex controllata abbia provveduto alla bonifica degli sversamenti provenienti dai suoi impianti indipendentemente dalle cause.
Le comunità e le associazioni ambientaliste contestano in un rapporto, da tempo, l’attribuzione della maggior parte dell’inquinamento al solo sabotaggio. Anche la Commissione ambientale di Bayelsa ha raccolto testimonianze e dati che descrivono un quadro assai più complesso.
@Justice for Bayelsa
Dakolo non si arrende
Il 27 luglio 2026 Dakolo e la comunità di Ekpetiama hanno avviato formalmente il procedimento di appello contro la decisione del Federal High Court. Secondo loro, considerare prescritte le pretese ambientali significa ignorare il fatto che molti dei danni denunciati sarebbero continuativi e non semplicemente riconducibili a un episodio avvenuto decenni fa e ormai chiuso.
La difesa contesta inoltre la conclusione secondo cui Dakolo non avrebbe titolo sufficiente per portare avanti alcune delle rivendicazioni e sostiene che questioni così complesse avrebbero dovuto essere discusse attraverso un processo sul merito delle prove.
La storia di Bubaraye Dakolo rischierebbe di essere raccontata come quella, suggestiva, di un re africano contro una delle più grandi compagnie petrolifere del mondo, ma sarebbe riduttivo. In realtà, dietro ci sono milioni di persone che abitano in uno dei territori simbolo dell’industria fossile globale. Una domanda, quindi, è destinata a diventare sempre più urgente man mano che le multinazionali occidentali venderanno i loro vecchi giacimenti: chi paga per ciò che resta?
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Germana Carillo
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