“Rompepiernas” le chiamano così, le salite di questo tratto di costa. E dire che, da ligure, le salite le conosco bene. Significa “spezza gambe” e mai nome fu più appropriato. Non ho molti ricordi della strada, dopo diciassette anni, forse è la mia memoria, forse vale per tutti, i miei ricordi sono fatti di impressioni, emozioni, lampi, fotografie. Quello che sicuramente ricordo del camino del norte è la fatica, tanta, continua, interminabile. La costa da queste parti è fatta di falesie a picco sul mare, strade tortuose, spesso nascoste in vallate interne. Lascio formica, ancora addormentata e attraverso Llanes, finalmente libera dalla moltitudine di turisti della sera precedente. Per la prima volta riesco a non sbagliare strada, solamente perché ne esiste una sola, a senso unico, e prendo subito la via della costa. Faccio fatica a ingranare chilometri, le gambe sono dure ma gestisco, pedalando in agilità per alleviare la fatica. Supero un edificio, probabilmente una chiesa, completamente abbandonata e semi distrutta che dà al paesaggio campestre un tocco malinconico e cupo. Supero Naves, più bel pueblo delle Asturie del 1982, e improvvisamente, uno dei tradizionali e continui cartelli con la conchiglia gialla e l’indicazione “Camino di Santiago, itinerario cultural de Europa” ha sopra la scritta: “Tourists go home”.

Provo a ricordare come mi erano apparse le Asturie al mio primo “Camino” e mi rendo conto di come questi luoghi siano profondamente cambiati. Nel 2000, con l’apertura dell’autostrada per Santiago e La Coruna, la A8, questi territtori, da sempre punto di passaggio commerciale verso la Galizia, avevano perso gran parte del loro traffico, ormai indirizzato sulla strada più veloce. Il risultato più evidente, come appare anche oggi a chi percorra l’Aurelia da Mattarana a Sestri Levante, facendo il passo del Bracco, è la chiusura delle strutture ricettive, prime tra tutte gli Hotel. Nel duemila il sistema turistico “Spagna Verde”basato proprio sui due Cammini, quello francese e quello del Norte, provava a recuperare fette di mercato attraverso i pellegrini, a piedi e in bici, così come è avvenuto sul Bracco con motociclisti e bikers.

Oggi tutto è di nuovo cambiato, il turismo qui è arrivato di nuovo in massa, complici le enormi spiagge, i luoghi selvaggi e la possibilità di campeggiare ancora liberamente. Rimango colpito da Lastres, un paese molto simile a una delle nostre cinque terre ma con quel fascino Atlantico che i solo gli autentici porti del Nord riescono a comunicare. Mi fermo a timbrare la credenziale all’ufficio del turismo e apprendo come questo pueblo abbia una tradizione marinara molto forte, in una lotta continua con maree ed elementi naturali. I chilometri sono ormai ottanta quando una lunga e piacevole discesa mi porta alla insignificante Villaviciosa da dove affronto l’ultima salita della giornata, una, non ripidissima ma continua ascesa che precede la volata verso Gijon, città natale di Sepulveda. L’appuntamento con formica e la famiglia è all’Orto Botanico Atlantico dove nel parcheggio faccio la mia prima doccia “esterna”. Il van infatti è dotato di un rubinetto, collocato nel lavandino interno che può essere allungato fuori dal finestrino diventando, temperature permettendo, una vera e propria doccia. Come anticipato con il furgone salto la città di Gijon per concludere la giornata in un enorme campeggio a Las Gaviotas, dopo Aviles, rubando al cammino circa trenta chilometri.

Il luogo è bellissimo, spiaggia atlantica con di fronte due meravigliose isole infuocate del tramonto. Il campeggio invece è un mostro. Centinaia di caravan, bungalow, tende indiane, glamping, mobil home, sembra di stare in Nomadland. Gruppi enormi di persone che probabilmente passano da sempre le vacanze qui, l’opposto di quello che il paesaggio naturale trasmette. Sì, forse comincio a capire di più quel “tourists go home” visto in mattinata. Anche oggi sono novanta i chilometri percorsi e 120i 0 metri di dislivello. La mattina, quando parto, il “campeggio mostro” sta ancora dormendo e me ne vado via facendo meno rumore possibile, spaventato dall’idea di risvegliarlo. La tappa è volutamente breve, settanta chilometri con 1300 metri di dislivello, il sito del turismo asturiano la definisce la più dura nella regione. Non devo pedalare molto per capire che è davvero così. Prima però, un nuovo incontro: percorro una decina di chilometri con un ragazzo di cui non saprò mai il nome. Sta facendo il mio stesso cammino, ieri sera era a Llanes, questa mattina a Pueblo Blancos, non lontano dal “campeggio mostro”. Ci scambiamo qualche impressione sulla strada e sulla destinazione di giornata. Ognuno poi procede con il suo ritmo come giustamente accade sul cammino.

Camino del Norte

La cosa tipica del pellegrinaggio a piedi è proprio il fatto di continuare a incontrare le stesse persone. Impostato un percorso, è molto probabile che durante la giornata e alla fine della stessa si incontrino sempre le stesse facce. Questo in biciletta, ed è un limite oggettivo, è più complicato: distanze maggiori e velocità anche molto diverse. Oggi invece succede proprio l’opposto, ci incontriamo e lasciamo quattro o cinque volte, salutandoci dalla seconda in poi come vecchi amici che non vedevamo da giorni. Supero il paese di Soto de Luina con la sua statua di “Giacomino”e mi porto dentro la domanda sul perché abbia dovuto scendere otto chilometri a 50 all’ora per vedere un paese di cento abitanti che non ha neanche il mare e risalire altri otto chilometri con pendenze proibitive. Attraverso Novellana, di cui avevo scritto nel precedente reportage, premio “Principe de Asturias, pueblo mas bonito” anno 1962. Della desolazione degli anni duemila è rimasto solo l’Hotel a inizio paese, che non è una bella presentazione, ma è comunque l’unica cosa abbandonata rimasta. Il paese è rinato le case ristrutturate, i negozi riaperti.

La tappa si deve per forza concludere con la visita ad uno dei miei luoghi preferiti del cammino del Norte: “Casa Fernando”. Mi era piaciuta così tanto questa osteria, bar, rifugio, che vi avevo fatto una breve
sosta anche in un viaggio in macchina. Casa Fernando era come formica, un viaggio nel tempo. Bancone anni Trenta, ritagli di giornale della polisportiva sponsorizzata, maglie della locale squadra di ciclismo, porta chiavi, oggetti vari disposti in vetrinette museo. Tutto condito dalla gente del posto che si alcolizza a qualunque ora. La gente del posto che si alcolizza c’è ancora, tutto il resto no, sostituito da una maiolica decorata con le tappe asturiane del cammino del Norte. Si, tourists go home. Bevo la mia coca cola (ok, lo so cosa state pensando) e riparto verso Luarca, la fine della tappa. Sono stravolto, stanchissimo. Per fortuna Luarca è sempre la stessa, un vero porto atlantico di pescatori, pochi turisti. Tanti anni fa ci abbiamo vissuto una delle feste più belle delle Asturie, oggi ci accontentiamo di un polpo alla gallega in una sidreria un po’ sporca. Buonissimo, come il rueda che lo accompagna. Ovunque casse di pesce fresco e giusto un bazar che prova a diventare negozio di souvenir. Si, tourists go home.

Camino del Norte


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Fabio Lugarini

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