A maggio il Teatro Libero di Palermo ha ospitato l’ultima edizione del Festival PresenteFuturo, pensato per offrire sostegno e promozione alle creazioni performative under35, per la curatela di Luca Mazzone.
A maggio si è tenuta la ventesima edizione di PresenteFuturo, Festival del Teatro Libero al quale ho partecipato anche in qualità di giurata. Il Festival intende porsi come uno spazio dedicato alle nuove proposte nell’ottica di sostenerne e promuoverne i successivi sviluppi. Il programma ha accolto progetti molto differenti per codici e livelli di coscienza estetica. Tuttavia, è doveroso registrare un prevalente interesse nei confronti di lavori il cui sguardo si è poggiato più volte sul femminile, con un’attenzione particolare alla declinazione più meridionale della questione. In questo senso, il cartellone del festival ha consentito di soffermarsi anche su quale possa essere, nel nostro momento storico, il senso di un discorso che proviene da sud.
Il corpo femminile, la costrizioni entro cui si trova a dover agire se stesso e il proprio movimento, è una questione che attraversa il Festival in più momenti. In Manuale di autodistruzione, di Carmen De Sandi, con Francesca Capurso, la danzatrice passa da un’iniziale oscillazione quasi compiacente nei confronti dell’osservatore, a una progressiva liberazione, raggiunta attraverso la rottura e la caduta: dalle rette entro cui l’incedere della danzatrice era organizzato come lungo il perimetro di un ring, si arriva a una progressiva decostruzione del gesto e dello spazio attraverso il disvelamento del corpo. In Lemmy B, di e con Nunzia Picciallo, la performer vibra spezzata, stretta tra il rumore di due casse puntate sulla sua persona nuda. Il corpo accoglie la distorsione, con oscillazioni minime e continue che infine riescono a imporsi con pienezza sempre maggiore. Quando le casse vengono puntate sulla platea, allora la danzatrice può abitare lo spazio con una libertà imprevista. In Two Much – After wave, le due performer (Sara Ferrigno e Virginia Picchi) dovrebbero agire un’indagine sulla «eredità emotiva e culturale della New Wave negli anni ’80 e ’90». Tuttavia, il lavoro si presenta come una divagazione di cui non cogliamo il senso: il tentativo improvvisativo si risolve in schemi in cui prevale l’iterazione del gesto, o in episodi (la vestizione e la svestizione, il cibarsi) in cui non è chiara la cifra dell’influenza musicale cui si allude – richiamata solo dalle note di Personal Jesus.
I corpi si muovono in uno spazio che non è vuoto, ma anche sociale; tanto più è necessario indagare la relazione tra essi e il contesto in cui l’individuo agisce. In Sulo ‘e femmene chiagneno sang’, di e con Giulia Ruggiero, la storia è quella di un femminiello: una figura ibrida, come una sirena. L’interprete ha una significativa presenza scenica; vive lo spazio con una frontalità a tratti disarmante, scagliando la sua storia come una freccia all’indirizzo della platea. Tuttavia, il lavoro si presenta ancora in una forma piuttosto disorganica, nella quale prevale un’abbondanza di segni e riferimenti non del tutto armonizzati: il ricorso al teatro di figura, la rottura della quarta parete per appellarsi al pubblico circa la farsa in atto, la stessa vicenda del femminello costituiscono fili di una trama a tratti incoerenti. Affine difficoltà riscontriamo in PELLE – Che sia luce o fuoco purché bruci, del collettivo Sante di Lana, parte di un progetto incentrato sull’opera kafkiana. In questo lavoro, il Processo è lo spunto per mettere in scena un processo alle streghe, che ripercorre quelli più noti della cronaca italiana (il caso Uva, le dichiarazioni di Pacciani, mostro di Firenze). Momento davvero divertente, ma all’interno di uno spettacolo che complessivamente vive di varie fasi con difficoltà ascrivibili a un discorso drammaturgico coerente. Tonia, una fiaba di provincia, di Ornella Bavaro e Pietro Barbanente, con la stessa Bavaro nel ruolo della protagonista, ha il merito invece di proporre un racconto unitario, di solida ispirazione politica e sociale. Bavaro è convincente, lo è anche la sua operaia di provincia quando, impacciata, calca la scena stupita dalla platea che la osserva e a cui omaggia una mozzarella. Ma nel momento in cui veste la tuta, la signorotta diventa essa stessa una macchina, un congegno da catena di montaggio, rivelando un’inattesa, rabbiosa energia. Con ironia, Tonia ha dimostrato l’urgenza di un teatro che ancora può essere politico, e per questo ha vinto il Premio Per un teatro necessario, ovvero 10 giorni di residenza presso il teatro La Fenice di Arsoli
La coppia rimane comunque uno dei luoghi più interessanti entro cui indagare le dinamiche di relazione. Il rapporto con l’altro è al centro di Opal, di Silvia Ospina, con Ospina e Ante Pavić. Qui il rimando è a una ritualità ancestrale, fondata sulla specularità degli opposti: un uomo e una donna, come presenze archetipiche, si confrontano al buio e alla luce di un notturno scaldato da una fiaccola. Nel loro scontro, nel reciproco riconoscersi, i gesti arrivano a coincidere come in una creatura androginica. La loro è una danza vibrata sull’armonia e sulla disarmonia degli opposti: l’atmosfera suggestiva suscitata dalla performance è valsa a questa coreografia il premio di una residenza presso il Teatro San Materno di Ascona. Dive, di e con Marianna Basso e Daniel Tosseghini, è la storia di una difficoltà ostinata: quella tra due individui troppo diversi per comprendersi. Alla fissità di lui, costretto in una gabbia ossessiva, corrisponde la fluida mobilità di lei, totalmente protesa verso il partner. Ridondante appare la scelta di ricorrere a un registrato che, tutto sommato, niente aggiungeva alla comunque interessante performance, come oltretutto avviene anche in Fa’atama, di Angelo Egarese, con Elena Alessia Hodor e Julie Lalanne. Qui l’avvio è dato da «un matrimonio accettato non come scelta individuale, ma come atto di conformità». Sfugge la relazione tra la performance, un passo a due gradevole ma poco incisivo, con tale assunto.
La relazione familiare è al centro di due spettacoli tra i più interessanti del programma, entrambi in lingua napoletana. A stesa, di Adriano Fiorillo, è la toccante storia di una tragedia vissuta tra pezze e stracci: da questi emerge una figlia, Annalisa (Erica Tortorizio), accolta dall’abbraccio, affettuoso ma coercitivo, di una madre (Giulia Piscitelli) che vorrebbe l’altra troppo simile a sé e a ciò che ci si aspetta da una donna. Sarà un crimine a porre fine alle aspettative di entrambe. Anche La madonna della monnezza si svolge in un interno affollato da cose, accumulate da un ex-netturbino in un’abitazione dove, come sulla luna, sembra affollarsi quanto è perduto sulla terra. E poco importa che il rapporto con la figlia (Alessandra De Concilio), sia segnato dall’incomunicabilità: pure nella bruttura è possibile un cantuccio, un momento di surreale bellezza al seguito di un imprevisto Astolfo (Antonio Somma). Titta (Gennaro Maresca) persevera e ritrova se stessa in un’arte che, ancora, nonostante tutto, può salvarci. Questo barlume è stato accolto con il premio Festival Presente Futuro, per la sua capacità di riconquistare «uno spazio di vita che ci viene sempre più sottratto dall’incombenza del contemporaneo, con una tecnica straordinaria al servizio di una toccante poeticità»
Tiziana Bonsignore
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