La dignità ritrovata, oltre il silenzio del bosco. L’ultimo libro di Raffaella Calgaro


È un tentativo di dare dignità alle donne l’ultimo libro di Raffaella Calgaro,  Non abbiamo più paura, edito da Marcianum Press. In particolare alle donne di montagna, un tentativo di non dimenticarle. Donne diverse e straordinarie, donne del popolo, donne di montagna. Un caleidoscopio di coraggio, perseveranza, forza e anche di tanta fatica. La vita in montagna fra l’Ottocento e la prima metà del Novecento non era certo semplice. Tanto meno per le donne. Nel libro si racconta la storia di una decina di loro: c’è l’imprenditrice di uno Squero, le operaie che arrivano dall’Agordino e giungono nell’Alto Vicentino, dove molte si sposano; ci sono le donne che salgono sui sentieri impervi delle Dolomiti, con le gonne lunghe e gli scarpet ai piedi, di notte così il burro che portano a valle non si scioglie, ci sono le donne dell’Altopiano dei Sette Comuni, le balie che dalla montagna vanno nelle grandi città, le boscaiole.
«Il lavoro nei boschi da parte delle donne – racconta l’autrice – è uno dei meno analizzati e studiati insieme alle rasteladore, quelle che vanno a rastrellare il fieno. La boscaiola rappresenta un modello, un’identità piuttosto particolare perché alla fragilità e anche alla scarsa autonomia che hanno cucito addosso al genere femminile, lei risponde mostrando la forza, perché andare a far la legna nei boschi richiede forza, abilità manuale, anche coraggio. Non si tratta semplicemente di portare la legna e fare i mucchi, si tratta proprio di sramare, di fare lavori di un certo tipo. È anche difficilissimo trovare foto di queste donne. Ci sono i dipinti, come quello di Teofilo Patini, intitolato Bestie da soma nel quale ci sono tre donne sfiancate, stremate dal lavoro nel bosco, una delle quali è anche incinta».
Sull’Altopiano dei Sette Comjni, a Foza c’è Maria Gheller, nata nel 1882, fin da giovane, come tutte le ragazze di montagna, deve fare i conti con una vita dura. Perde la mamma, il papà è molto autoritario nei suoi confronti, ma lei a un certo punto, quando conosce il suo futuro marito, fa una cosa assolutamente straordinaria per l’epoca: va a convivere. «Già qui si percepisce un carattere forte e determinato. Questo fatto naturalmente alimenta pettegolezzi e chiacchiere in un paesino di poche anime. Poi si sposerà. Maria è una donna piuttosto magra, esile, che farà anche fatica a partorire, tanto che è funestata da parecchie perdite di figli. Con il marito va in Austria, nei boschi dell’Impero. Parte in primavera, ritorna in autunno. I suoi tempi, sono scanditi da un lato dal tempo della fatica, del lavoro, dall’altro dai tentativi di avere dei figli».
In Austria vive in una baracca in mezzo al bosco, costruita con pali, cortecce, rami. «Io l’ho chiamata una tana, dove dormiva e si riposava anche con altre donne. Il paese più vicino era a tre giorni di buon passo. Ad un certo punto si ritrova incinta, nel bosco le vengono le doglie, deve partorire. Le donne decidono di farla partorire sul tavolo della segheria. Partorisce una bambina, Giulietta, che di lì a poco muore e verrà sepolta vicino a un fratellino, morto anche lui poco dopo la nascita».
«Maria Gheller è un po’ un emblema di queste figure femminili che non sottostanno completamente alla figura del pater familias, riesce in qualche maniera a trovare una propria identità facendo la boscaiola, quindi facendo un lavoro durissimo. Così come le boscaiole del pittore abruzzese, anche quelle di Foza raccontano la stessa identica narrazione: donne che in silenzio hanno fatto fatiche inenarrabili, hanno sopportato, hanno sempre portato avanti un mestiere che si considera tipicamente maschile. Ci raccontano che in montagna non ci sono lavori da uomo o da donna. Nel bosco non ci sono differenze. Tutti lavorano alla stessa maniera. Vivere in montagna, soprattutto nell’Ottocento, non era piacevole, la montagna è aspra, non dà cibo, è sinonimo di fatica, sofferenza. Ma queste donne dimostrano una determinazione, una forza di reagire sorprendente. Nascono nelle avversità, eppure rimangono saldamente legate alla loro terra d’origine. Le donne che ho raccontato non decidono di lasciare la loro terra, ma decidono di ritornare, fanno mestieri periodici stagionali. Tornano sempre nel loro “luogo mondo”, come l’ho chiamato nel libro, che è un luogo rassicurante, un luogo dove non devono affermarsi come persone perché hanno già una loro identità certa. Mentre quando escono fuori dal loro “luogo mondo” non sanno esprimersi in italiano, molto spesso sono analfabete, parlano in dialetto. Vengono a contatto con mondi che hanno costumi, tradizioni, abitudini completamente diverse. Una domestica che andò a Firenze raccontava che non usciva mai perché non parlava in italiano e quando usciva, camminava rasente i muri perché si vergognava, temeva che qualcuno la fermasse e le chiedesse qualcosa. Di questo estremo disagio che vivevano se ne parla pochissimo. Queste piccole storie raccontano un’umanità che non deve essere dimenticata, restituiscono una memoria lasciata ai margini».

Dalla boscaiola al matronimico, alle frittolere

Ad Asiago, nella seconda metà dell’Ottocento c’è Anna, sposata Benetti, donna forte e intraprendente che darà l’avvio al matronimico “dell’Anna”. «Il cognome sfuma – racconta Raffaella Calgaro – e lascia spazio all’appellativo, tanto che la nuora Domenica, nata nel 1877, diventa la Nina dell’Anna. Il marito di Nina è macellaio, ma è una figura di contorno, dedita al lavoro e alla caccia. Nina invece capisce benissimo la situazione in cui versa la gente e decide di cucinare dei pentoloni di brodo che distribuisce alle persone povere che non mangiavano carne. Un gesto semplice che racconta di una donna, semplice, che non sta ai margini, agisce». Anche i figli di Nina vengono chiamati “dell’Anna”. Il matronimico scomparirà solo nel 1981,con la morte dell’ultimo discendente, Cristiano, conosciuto da tutti come Ciano “della Nina dell’Anna”. «Sono donne che non hanno avuto paura di mettersi in gioco, di affrontare le difficoltà della vita. Donne che si sono inventate anche mestieri, come le fritolere che vanno a Venezia a friggere frittelle, vendono pere cotte, semi di zucca, castagne, noci. Non avevano nulla eppure contribuivano all’economica domestica, ma anche del paese da cui venivano».

La presentazione del libro a Thiene il 13 giugno

Sabato 13 giugno alle 17.30 a Palazzo Cornaggia a Thiene Raffaella Calgaro, presenta il libro Non abbiamo più paura. Storie di donne e di montagna. Introduce la prof.ssa Lucia Trimarchi. Durante la serata vengono proiettati video d’epoca e letti brani dal libro. L’evento rientra nella rassegna “I sabati della storia”, a cura della biblioteca in collaborazione con il Gruppo storico “Storia nostra”.


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 Andrea Canton

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