Dopo 39 annunci coronati dall’estenuante altalena delle ultime ore, tra conferme e smentite, il memorandum tra Usa e Iran sembra realtà. Non un accordo di pace, ma una tregua effettiva di 60 giorni, scandita da due fasi negoziali, di cui la prima prevede lo scambio tra gli sblocchi di Hormuz, dei porti iraniani e di 24 miliardi di asset congelati dalle sanzioni di Washington.
Sulla bozza prenegoziale della normalizzazione aleggia l’incertezza circa i pedaggi, i risarcimenti e soprattutto il dossier nucleare. Eppure su tutto incombe ancora la dichiarata intenzione israeliana di sabotare il processo. La giornata di ieri parla da sé: gli attacchi sul Libano hanno sortito la minaccia di Teheran di far saltare il tavolo, promettendo una robusta reazione sui cieli di Israele. Tanto da suscitare in Trump parole furenti contro Tel Aviv, offrendo addirittura a Teheran 12 miliardi di dollari per farla desistere dalla reazione. Nondimeno, pur affermando che i fratelli libanesi non sono in vendita, Pezeshkian assicura “responsabilità senza inchinarsi”.
Gli ingredienti bastano a chiarire la frustrazione della Casa Bianca, stretta tra un nemico da addolcire con concessioni fino a ieri impensabili e un amico fuori controllo. Tutta la vicenda mostra quanto Teheran sia ormai consapevole della propria forza, certificata dall’intelligenza tattica di regionalizzare la lotta di sopravvivenza e di usare la propria posizione geografica come formidabile leva: agendo non solo su Hormuz e (per tramite yemenita) Bab al-Mandab, arterie vitali del commercio mondiale, ma anche sul suo essere shatter belt terrestre, anello fondamentale in linea orizzontale (est-ovest) e verticale (nord-sud) nella piattaforma euroasiatica. Sapendo altresì che, finché saranno votati al sostegno bellico ucraino, gli affanni euroatlantici non potranno immolarsi nel Golfo come richiesto da Washington, replicando l’interventismo Nato nelle due guerre contro l’Iraq.
Questa consapevolezza, che promuove l’Iran a potenza regionale di primo rango, consente di alzare il tiro pretendendo dagli Usa la demilitarizzazione del proprio estero vicino. Ma senza farsi illusioni: a Teheran sanno che il conto resta aperto e che Israele non avrà requie finché non avrà attuato l’antico programma di balcanizzare la Repubblica islamica. Motivo per cui, visto lo scadimento banditesco delle relazioni internazionali, dissipata ogni fiducia negli Usa, sarà ovvio attendersi da parte iraniana una politica di riarmo permanente tentando altresì di integrarsi in un’architettura di sicurezza e di difesa comuni con altri partner. Lo spirito di trincea non risparmierà il contesto interno, visto che l’opzione del golpe eterodiretto è una carta di cui Mossad e Cia non hanno più fatto mistero.
Ma la svolta non riguarda solo l’Iran: comunque vada, la guerra ha già prodotto i suoi effetti strutturali e ben poco, non solo nella regione, tornerà come prima.
La diplomazia coercitiva, che fino a qualche tempo fa tributava agli Usa la palma di prima potenza mondiale, appare un’arma spuntata. Gli States perdono ancora credito come gestori dell’ordine globale, svelando un volto eversivo unito a una maldestra attitudine a innescare crisi per poi rincorrere le soluzioni applicando toppe peggiori del buco. Il boomerang investe anche gli Accordi di Abramo, cui Trump può dire definitivamente addio. L’iniziativa destabilizzante, che Teheran ha voluto riversare sui protetti degli Usa, sta già incentivando le petrolmonarchie sunnite a diversificare le affiliazioni difensive, visto che le basi statunitensi anziché allontanare, attirano colpi, per via di un egemone strategicamente confuso e in ostaggio di Israele: non scudi, bensì parafulmini a detrimento di chi li ospita. Di qui i riposizionamenti che preludono al reinnesco delle rivalità quiescenti tra i Paesi del Golfo: per eterogenesi dei fini, altri potenziali varchi per la penetrazione degli interessi cinesi nell’area.
La lezione conferma altresì le quotazioni in ascesa dei sostenitori della deterrenza armata. L’insicurezza generalizzata, amplificata dall’antiamericanismo di ritorno, già prenota le preoccupazioni Usa per le ipotesi di riarmo nucleare nutrite da altri attori, ancorché formalmente “amici”: la Turchia, che si avverte nel mirino delle forzature israeliane, è il primo esempio.
Infine il capitolo Israele. L’articolazione degli eventi sin qui inanellata porta viepiù al centro delle agende internazionali i fronti aperti dall’Idf, dichiarando come implausibile la condotta delle cancellerie occidentali che, emule dello struzzo, hanno sinora dissimulato il potenziale deflagrante di Gaza, Cisgiordania e Libano, assecondando la pretesa di Tel Aviv di gestirle come affar proprio.
Né si potranno ignorare le criticità endemiche dello Stato ebraico confidando nelle prossime elezioni: i principali sfidanti di Netanyahu non promuovono un cambio di rotta, piuttosto gli rimproverano il ritmo e l’inefficacia delle mosse. Alla base resta il nodo costitutivo dell’iniziativa sionista, insistente su un’entità deliberatamente lasciata priva di confini certi, a riprova della consapevolezza originaria dei limiti strutturali, anzitutto spaziali in quanto a dimensione e collocazione, della prima soluzione territorializzante: per ciò stesso ritenuta suscettiva di espansione, per evitare un’asfissia prima o poi esiziale. E ora che le divisioni neotribali nell’eterogenea società israeliana si esasperano sulla spinta degli squilibri demografici interni, i nodi sembrano venire al pettine.
Il Grande Israele non è solo un empito religioso o un compimento messianico: oggi più che mai sembra una necessità oggettiva agli occhi della classe dirigente nazionale. Questo il dossier che la comunità internazionale, con inedito coraggio ma con irrinunciabile equilibrio, è chiamata finalmente ad affrontare assieme a tutti (davvero tutti) gli attori regionali, anziché attendere che divampino sempre nuovi incendi, senza nemmeno avere l’acqua per spegnerli.
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Andrea Canton
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