La grande ambizione europea sull’intelligenza artificiale rischia di scontrarsi con una realtà molto più prosaica: quella dei capitali che non arrivano, delle startup che fanno più fatica a raccogliere e degli investitori che cominciano a chiedersi se il Vecchio Continente sia davvero il luogo giusto dove costruire la prossima generazione di imprese tecnologiche. È una distanza che non riguarda soltanto le dichiarazioni politiche o la quantità di risorse annunciate, ma soprattutto il rapporto tra ciò che le istituzioni promettono e ciò che imprese e investitori riescono concretamente a vedere sul mercato.
Il problema emerge con particolare evidenza nel settore dell’intelligenza artificiale, diventato ormai uno dei principali terreni della competizione industriale globale. Stati Uniti e Cina stanno accelerando sulla capacità di sviluppare modelli, infrastrutture e applicazioni, mentre l’Europa continua a muoversi tra grandi piani strategici, nuove regole e iniziative ancora in fase di attuazione. Il risultato è una sensazione di frammentazione che sta alimentando la preoccupazione degli operatori: l’Europa rischia di essere molto efficace nel regolamentare l’AI, ma molto meno nel costruire le condizioni industriali e finanziarie necessarie per far nascere e crescere le aziende che dovrebbero guidare questa trasformazione.
È questo, in sostanza, il cortocircuito che emerge dalle parole degli imprenditori e degli investitori del settore. “Il piano europeo è totalmente inefficace. Se l’obiettivo è creare una OpenAI europea, siamo totalmente fuori strada”, osserva un imprenditore dell’AI interpellato da La Stampa e rimasto anonimo. Il punto non è necessariamente contestare l’idea di regolamentare l’intelligenza artificiale, quanto evidenziare lo squilibrio tra gli obblighi introdotti e gli strumenti messi effettivamente a disposizione di chi deve trasformare la tecnologia in imprese, prodotti e capacità industriale.
Quarantquattro miliardi in Europa, 200 milioni in Italia
I numeri aiutano a fotografare meglio questa distanza. Negli ultimi sei mesi, secondo i dati riportati nell’inchiesta, gli investimenti nelle imprese tecnologiche europee hanno raggiunto complessivamente 44 miliardi di euro. Una quota molto significativa, circa il 60%, è stata destinata a imprese che operano nell’intelligenza artificiale. La corsa globale all’AI, dunque, non ha lasciato l’Europa completamente ai margini: i capitali ci sono e gli investitori riconoscono il potenziale della tecnologia.
Il problema è la capacità italiana di intercettare questa massa di risorse. Nel nostro Paese gli investimenti destinati alle startup tecnologiche early stage sono diminuiti del 30% nei primi sei mesi del 2026, secondo il dato citato da Francesco Cerruti, direttore generale di Italian Tech Alliance. E all’interno di un mercato europeo che nei sei mesi considerati ha raccolto 44 miliardi di euro, l’Italia si è fermata a circa 800 milioni di euro complessivi, dei quali appena il 25%, cioè circa 200 milioni di euro, è andato a imprese legate all’intelligenza artificiale.
La proporzione è significativa. Mentre in Europa l’AI assorbe circa sei euro ogni dieci investiti nel comparto tecnologico, in Italia la quota si ferma a un euro ogni quattro. Non è soltanto una differenza quantitativa: è il segnale di una capacità ancora insufficiente di trasformare la domanda di innovazione in nuove imprese capaci di raccogliere capitali, crescere e competere su scala internazionale.
E proprio il confronto con il resto del continente rende più evidente il problema. L’Italia non parte necessariamente da una posizione di assoluta debolezza sul piano delle competenze o della ricerca, ma fatica a costruire quel ponte tra innovazione, capitale e industrializzazione che consente a una tecnologia di diventare un’impresa scalabile. È la vecchia difficoltà italiana nel trasformare la ricerca in business, solo che questa volta la posta in gioco è molto più alta e il ciclo tecnologico è molto più rapido.
L’Europa produce ricerca, ma non abbastanza grandi aziende
Il tema non è nuovo e trova una delle sue rappresentazioni più autorevoli nel rapporto sulla competitività europea firmato da Mario Draghi. Il documento ha evidenziato la debolezza dell’Europa nelle tecnologie avanzate e soprattutto la difficoltà del continente nel trasformare la propria capacità scientifica e di ricerca in valore industriale.
L’intelligenza artificiale rende questa fragilità particolarmente evidente. Nel 2024 gli Stati Uniti hanno prodotto 40 modelli di AI, contro i 15 della Cina e appena 3 dell’Europa. Il divario non riguarda quindi soltanto la disponibilità di capitali, ma la capacità di trasformare capitali, ricerca, infrastrutture e competenze in piattaforme tecnologiche capaci di competere globalmente.
A questo si aggiunge una dipendenza tecnologica che rende la questione ancora più delicata. Oltre l’80% del digitale utilizzato in Europa proviene da altri Paesi. In un’economia nella quale il digitale e l’intelligenza artificiale stanno diventando infrastrutture essenziali per industria, servizi, pubblica amministrazione e finanza, una simile dipendenza significa che una parte rilevante del valore creato dalla trasformazione tecnologica rischia di essere catturata altrove.
La questione, dunque, non è soltanto riuscire a creare una startup europea capace di competere con i grandi campioni americani. È costruire un ecosistema nel quale le imprese europee possano sviluppare tecnologia proprietaria, accedere al capitale necessario per crescere, disporre di infrastrutture di calcolo e raggiungere rapidamente dimensioni internazionali. Senza questi elementi, il rischio è che l’Europa diventi soprattutto un grande mercato per tecnologie sviluppate negli Stati Uniti e in Cina.
Il paradosso dell’AI Act: regole prima della scala industriale
È qui che entra in gioco la critica più dura degli operatori. L’Europa è stata pioniera nella regolamentazione dell’intelligenza artificiale attraverso l’AI Act, ma proprio questa leadership normativa rischia, secondo alcuni imprenditori, di trasformarsi in un handicap se non viene accompagnata da altrettanta velocità sul fronte industriale.
«Ci sono troppe regole, troppe richieste per essere in regola con l’Ai Act», sostiene l’imprenditore citato dall’inchiesta, secondo il quale non sarebbe stato fatto abbastanza per agevolare concretamente chi fa innovazione. La preoccupazione è quella tipica delle startup: ogni obbligo aggiuntivo ha un costo, soprattutto per un’impresa giovane che dispone di risorse finanziarie e organizzative molto inferiori rispetto a una grande multinazionale.
La regolamentazione, naturalmente, non è di per sé il problema. La partita consiste nel trovare un equilibrio tra sicurezza, trasparenza, tutela dei cittadini e capacità di innovare. Ma se una startup europea deve sostenere costi e tempi regolatori significativamente superiori rispetto a un concorrente che opera in un altro mercato, il rischio è che il capitale scelga semplicemente un’altra destinazione.
Ed è proprio il capitale il vero termometro della competitività. Gli investitori non finanziano soltanto l’idea o la qualità tecnologica di un’impresa: valutano anche il mercato potenziale, la velocità con cui l’azienda può crescere, la prevedibilità delle regole e la possibilità di realizzare un ritorno sull’investimento. Quando l’ambiente diventa troppo complesso o incerto, il rischio è che il capitale si sposti verso ecosistemi considerati più favorevoli.
Gigafactory e piano da 200 miliardi: l’Europa deve passare dagli annunci ai cantieri
Bruxelles non è però ferma. Tra le iniziative considerate più interessanti dagli operatori ci sono le AI gigafactories, grandi infrastrutture pensate per aumentare la capacità europea di calcolo necessaria per sviluppare e addestrare sistemi di intelligenza artificiale.
È una direzione importante perché la disponibilità di potenza di calcolo è diventata uno degli elementi strategici della nuova economia digitale. Addestrare modelli avanzati richiede enormi quantità di dati, chip e capacità computazionale. Senza infrastrutture adeguate, anche un ecosistema dotato di ricercatori e startup di qualità rischia di rimanere dipendente dai grandi fornitori stranieri.
Resta però il problema della percezione. L’Europa ha annunciato il piano InvestAI da 200 miliardi di euro, ma tra gli operatori rimane la sensazione che la distanza tra gli annunci e l’attuazione concreta sia ancora troppo ampia. «Molto spesso l’Europa fa annunci. Si concentra su cosa ha intenzione di fare piuttosto che raccontare cosa ha già messo in campo», osserva Cerruti.
È una critica che tocca un nervo scoperto della politica industriale europea: la capacità di mobilitare risorse finanziarie è importante, ma altrettanto importante è riuscire a tradurre rapidamente quelle risorse in infrastrutture, investimenti, programmi accessibili alle imprese e risultati misurabili. In una fase tecnologica nella quale i cicli di innovazione si misurano in mesi e non in decenni, il tempo necessario per trasformare un piano in realtà può diventare esso stesso un fattore di competitività.
E in Italia il problema è ancora più grande
Se Bruxelles viene accusata di muoversi troppo lentamente e di produrre troppi annunci, a Roma il problema appare quasi speculare: secondo gli operatori, l’attenzione politica verso il venture capital e le startup tecnologiche non sarebbe sufficiente.
“Come settore sappiamo che dalla Manovra non possiamo aspettarci nulla», dice Cerruti. Il riferimento è soprattutto alle misure fiscali destinate a favorire gli investimenti nelle startup. Italian Tech Alliance ha chiesto il ripristino dell’incentivo fiscale al 30% per gli investimenti in startup, congelato dalla fine del 2025, oltre a un deciso passo avanti verso un testo unico delle startup.
Il dato politicamente più rilevante è che il ripristino dell’incentivo era stato annunciato nel giugno scorso dal ministro delle Imprese e del Made in Italy, Adolfo Urso, ma, secondo quanto riportato nell’inchiesta, a quel momento la misura non risultava ancora ripristinata. Per gli operatori è proprio questa distanza tra l’annuncio e l’effettiva entrata in vigore delle misure a indebolire la fiducia.
In un mercato nel quale il capitale è mobile per definizione, la prevedibilità delle politiche pubbliche conta quasi quanto la loro generosità. Un investitore che decide oggi di finanziare una startup deve poter valutare un orizzonte pluriennale. Se gli incentivi cambiano, vengono congelati o restano in sospeso, il rischio aumenta e l’attrattività dell’investimento diminuisce.
Il rischio è perdere il momento giusto
La contrazione del 30% degli investimenti early stage italiani nei primi sei mesi del 2026 va letta quindi dentro una trasformazione più ampia. Non significa che il venture capital italiano sia scomparso, né che non esistano startup interessanti. Significa piuttosto che proprio mentre l’intelligenza artificiale sta aprendo uno dei più grandi cicli di investimento tecnologico della storia recente, l’Italia rischia di non riuscire a intercettarne una parte proporzionata.
È una questione industriale prima ancora che finanziaria. Una startup che non raccoglie capitale nei primi anni di vita può non riuscire ad assumere talenti, sviluppare tecnologia, acquistare capacità computazionale, conquistare mercati esteri e sostenere il confronto con concorrenti più capitalizzati. E quando quella finestra si chiude, recuperare terreno diventa molto più costoso.
Il paradosso è che l’Europa dispone di competenze scientifiche, università, imprese manifatturiere e un mercato interno di grandi dimensioni, ma continua a faticare nel trasformare questi asset in grandi piattaforme tecnologiche. L’Italia aggiunge a questa fragilità una dimensione ancora più problematica: un ecosistema di startup e venture capital più piccolo, una capacità di raccolta inferiore e un quadro di incentivi percepito dagli operatori come incerto.
La vera sfida dell’AI europea, allora, non sarà soltanto stabilire quali algoritmi potranno essere utilizzati e con quali garanzie. Sarà capire se l’Europa vuole essere regolatore, consumatore o produttore della nuova economia dell’intelligenza artificiale. Perché i 44 miliardi di euro investiti nel continente negli ultimi sei mesi dimostrano che il capitale, almeno in parte, c’è. I circa 200 milioni intercettati dall’AI italiana raccontano invece quanto sia difficile trasformare quella disponibilità in crescita domestica.
#Adessonews seleziona nella rete articoli di particolare interesse.
Se vuoi leggere l’articolo completo clicca sul seguente link




