L’economia digitale viene frammentata dall’azione dei governi autoritari lungo linee geopolitiche, ma il mercato digitale preme per allargare comunque il suo perimetro, mentre si concentra il controllo delle tecnologie abilitanti e delle infrastrutture necessarie. L’azione europea é limitata e a volte impedita dall’impasse politico in cui si dibattono le sue istituzioni nel tentativo, ancora senza risultati, di superare la frammentazione interna.
Frammentazione dell’Unione Europea tra autoritarismo e mercato
L’Unione dispone di strumenti istituzionali più efficaci per disciplinare il potere di mercato altrui che per smantellare le barriere interne. La volontà di controllo dei governi autoritari introduce barriere e limitazioni nei mercati digitali e concentra potere nelle mani delle autorità. Ma dall’altro lato questa volontà di controllo della rete concentra potere anche nelle mani delle aziende, soprattutto i cosiddetti gatekeeper, la cui collaborazione è necessaria al controllo della rete. Lo scambio tra protezionismo offerto dal governo cinese alle grandi aziende tecnologiche, per ottenere la loro disponibilità a sostenere le politiche di controllo e chiusura del governo, ha fatto scuola negli Stati Uniti e altrove. Ne risulta una concentrazione di poteri sul lato delle autorità e sul lato delle imprese “gatekeeper”, che di fatto favorisce una riduzione della possibilità di accedere al mercato e di sviluppare offerte innovative da parte delle aziende in crescita.
Le tensioni tra governo e aziende impegnate nell’AI, sia in Cina sia negli Stati Uniti, dimostrano che nella parte più innovativa dell’imprenditoria le mosse del governo sono guardate con sospetto nonostante l’opportunistica condiscendenza. L’Europa deve cambiare la strategia di politica industriale per i mercati dove non è presente, deve ridurre l’ossessione sanzionatoria e regolatoria e deve impegnarsi per aprire il mercato europeo, agli investimenti esteri, alla dislocazione in Europa delle aziende innovative.
Soprattutto deve impegnarsi nell’unificazione dei suoi mercati interni superando le resistenze sovraniste e corporative. E’ questa la risposta alla frammentazione imposta dagli stati autoritari e accettata – pro domo propria – dai gatekeeper. Questo non significa rinunciare alla tutela dei diritti del consumatore e delle piccole imprese. Che invece va garantita e rafforzata, perché sono condizioni che rendono più attrattivo il mercato interno. Se, invece, il mercato interno all’Unione viene isolato da normative onerose e rimane frammentato, le aziende innovative scapperanno altrove, cosa che già sta succedendo.
Frammentazione della rete e libertà di accesso
La prima frammentazione è un processo politico, guidato dagli stati autoritari come la Cina, la Russia, l’Iran etc, ma a cui si stanno associando anche sistemi democratici, come gli Stati Uniti. La rete è troppo importante e troppo poco controllabile con gli strumenti tradizionali utilizzati con la carta stampata e con i media, per non suscitare una attenzione diretta da parte di chi vuole orientare l’opinione pubblica con interventi diretti.
La sua crescita e la sua diffusione si accompagnano sempre più non ad un aumento della democrazia, ma ad una sua contrazione: i dati recenti dell’Università di Gothenburg lo attestano: “Quasi tutti gli aspetti della democrazia registrano un declino significativo…. Una drammatica inversione di tendenza rispetto a 25 anni fa.”[1] Le democrazie liberali sono oggi il regime meno diffuso nel mondo, con un declino da 45 a 31 paesi tra il 2009 e il 2025, mentre aumenta il numero delle “democrazie elettorali”, che aumenta da 46 a 56. Ma il voto, senza check and balances, ovvero senza bilanciamento e controlli tra i diversi poteri dello Stato, non assicura il rispetto dei diritti civili, l’applicazione equa delle leggi: “che aumenti il numero delle democrazie elettorali è un fatto che non va interpretato di per sé come una buona notizia”.
Abbiamo elaborato un grafico sulla base dei dati V-Dem dei regimi classificati in base al grado di democrazia e sulla base dei dati della popolazione mondiale della Banca Mondiale. La rielaborazione vuole evitare gli effetti distorsivi presenti nell’originale presentazione di V-Dem.[2] Il cambiamento principale che mettiamo in evidenza rispetto alla figura del Democracy Report è lo spostamento dell’India e della sua popolazione (1,4 miliardi) dalla classe delle democrazie elettorali a quella delle autocrazie elettorali. Le democrazie liberali arretrano in termini percentuali e si indeboliscono anche per effetto dello scivolamento degli Stati Uniti in direzione dei regimi meno liberali, perché i check and balances caratteristici della tradizione americana sono soggetti all’azione corrosiva delle politiche dell’attuale Presidente.
Figura 1. Quota della popolazione mondiale distribuita per regime di governo
L’azione dei governi (di tutti i governi) è rivolta al controllo e alla limitazione della libertà di accesso alla rete. Solo un efficace controllo del Parlamento e degli altri poteri (magistratura in particolare) può evitare l’adozione di misure restrittive. “Non c’è giorno in cui non ci sia una chiusura dell’accesso ad internet…Nel 2025 milioni di persone hanno subito isolamenti, interruzioni e disconnessioni dal mondo esterno”[3]. L’estensione delle guerre rafforza l’esigenza di controllo da parte dei governi: il numero delle chiusure cresce più del numero dei paesi coinvolti.
L’Unione Europea garantisce ai suoi cittadini un grande spazio di libertà ma assicura insufficiente spazio di contendibilità nel suo mercato interno, anche a causa della sua frammentazione. Ma molti stati membri intralciano ogni tentativo di aprire alla concorrenza i mercati che sono sostanzialmente controllati dai governi e dalle aziende pubbliche ben disposte ad accondiscendere alle volontà degli esecutivi.
Figura 2. Le chiusure crescono più rapidamente dei paesi coinvolti

L’estensione dei conflitti favorisce la concentrazione delle chiusure di internet nei paesi coinvolti, come si vede dalla figura 3.
Figura 3. Chiusure di internet durante i conflitti

Il ruolo di garante della libertà di accesso, dei diritti degli utenti e delle piccole imprese è una risorsa importante che l’Europa deve valorizzare anche per favorire la dislocazione sul suo territorio delle aziende innovative. Il suo impegno contro l’autoritarismo e per la difesa dei diritti civili è una risorsa anche per la politica industriale dell’Unione. Ma la sua attenzione deve focalizzarsi sul grado di apertura del terreno di gioco europeo per le nuove aziende innovative.
Frammentazione interna dell’Unione Europea e mercato digitale
L’attacco autoritario contro il libero accesso alla rete è la causa primaria della frammentazione della rete globale in isole dove l’autorità impone l’interruzione dei collegamenti. Ma c’è un’altra frammentazione che è, invece, il risultato del mancato processo di unificazione europeo. Rispetto alla nuova frammentazione autoritaria, quella europea è il retaggio del passato, l’effetto di mancate riforme, il risultato inerziale di processi decisionali abortiti, il frutto ammuffito di antiche divisioni e orgogliosi arroccamenti. Diverse analisi, diffuse in particolare oltre Atlantico, sostengono che l’Unione Europea alimenta la frammentazione dell’internet globale con le proprie politiche regolatorie invece di unificare il mercato interno.
Nella iniziale memoria critica contro il DMA, ITIF sosteneva che l’applicazione delle nuove regole al solo settore digitale creava una serie di disincentivi che avrebbero penalizzato proprio il settore digitale, considerato il punto debole dell’economia europea: “La normativa sui mercati digitali (DMA) distingue arbitrariamente i mercati digitali da quelli non digitali, sebbene la distribuzione digitale sia solo uno dei tanti modi in cui le aziende raggiungono gli utenti finali. Dovrebbe valutare la concorrenza in modo esaustivo anziché discriminatorio.
Il concetto nebuloso di “gatekeeper” digitale previsto dalla DMA consolida la posizione delle grandi aziende digitali e le scoraggia dall’innovare per competere, creando inoltre un effetto soglia per le piccole e medie imprese, poiché ne ostacola l’espansione. (…) Distorcendo gli incentivi all’innovazione anziché potenziarli, il modello di “antitrust precauzionale” della DMA minaccia la vitalità, il dinamismo e la correttezza competitiva dell’economia europea, a danno dei consumatori e delle imprese di tutte le dimensioni.”[4]
Le risposte dell’ITIF alla consultazione pubblica della Commissione sul DMA[5] (2025) sostengono che le divergenti attuazioni a livello nazionale rischiano di compromettere l’obiettivo di un regime di enforcement uniforme a livello UE, creando problemi di ne bis in idem, ossia di doppio processo per la stessa presunzione di reato. Inoltre, inquadrano l’intera politica europea sul digitale come rivolta sostanzialmente contro le grandi aziende americane, con l’effetto di creare detrimento per la qualità dei servizi che esse erogano e di cui beneficiano anche le piccole e media aziende europee.
Questa critica è ora corroborata autorevolmente in Europa: il Rapporto Draghi ha segnalato come la posizione delle aziende europee nei settori innovativi sia ostacolata dalla frammentazione e dal crescente peso della regolazione. E la Commissione ha riconosciuto la validità di questa osservazione, poiché la proposta di Digital Omnibus del novembre 2025 ammette che il quadro regolatorio digitale dell’UE è diventato frammentato e oneroso, e propone di modificare di conseguenza il GDPR.
Anche qui occorre distinguere: l’Omnibus relativo all’intelligenza artificiale sta facendo passi in avanti verso una semplificazione[6], proprio perché non vi era un corpo regolamentare consolidato come nel caso del Digital Compact, che richiede una revisione molto più complessa delle diverse norme (GDPR, ePrivacy, Data Act, NIS2 e AI Act),dove ci si scontra apertamente con il potere di veto degli stati membri. L’accusa più grave contro la iper-regolazione europea sostiene che essa è uno strumento protezionistico che frammenta il mercato globale colpendo le imprese statunitensi. Il rapporto ITIF sui “dazi di fatto” indica che le sanzioni UE alle principali imprese tech statunitensi sarebbero salite da circa 2,03 miliardi di dollari nel 2023 a quasi 6,7 miliardi nel 2024, con 9 delle 10 maggiori sanzioni GDPR comminate a società statunitensi[7].
Il Rapporto del dicembre 2025 sostiene che le soglie del DMA di 7,5 miliardi di euro di fatturato e 75 miliardi di capitalizzazione sono state concepite per catturare i giganti tech statunitensi, esentando la maggior parte dei concorrenti europei. La memoria ICLE del 2025 quantifica l’onere, affermando che il DMA, il GDPR e l’AI Act impongono ciascuno alle maggiori imprese statunitensi costi di conformità superiori a 100 milioni di dollari l’anno, oltre a costi indiretti più elevati da mancata innovazione e ingresso ritardato sul mercato. Il filo conduttore, nelle parole dell’ITIF, è che l’effetto pratico si allinea spesso al protezionismo tradizionale: penalizzare le imprese straniere leader per creare spazi riservati agli operatori nazionali[8]. Ma questi spazi non sono stati creati.
Il declino del Brussels Effect
Il Brussels Effect proposto da Anu Bradford si è esaurito: nessuno sostiene più che le regole UE diventeranno standard globali e la stessa Bradford riconosce che l’era della convergenza si sta esaurendo, pur ritenendo che sia eccessivo addossare il divario europeo di innovazione al GDPR o al DMA[9]. Il divario transatlantico più che dall’eccesso di regolazione dipenderebbe da fattori strutturali – mercati dei capitali frammentati e poco profondi, norme fallimentari punitive, immigrazione restrittiva e mercati del lavoro rigidi. Una tesi che, seguendo il Rapporto Draghi, ci trova in piena sintonia.
La figura 4 riporta la gigantesca sproporzione tra la capitalizzazione delle imprese nelle diverse aree, rappresentata in termini percentuali.
Figura 4. Capitalizzazione globale: distribuzione % nel 2022 tra le principali aree internazionali

Quasi la metà della capitalizzazione mondiale è riconducibile agli Stati Uniti, mentre l’Unione europea supera di poco il 10%, ossia meno di un quarto della quota americana, pur essendo il rapporto PIL USA / PIL UE pari ad 1,41 in moneta corrente e ad 1,05 a parità di potere d’acquisto. Secondo alcuni, l’Europa risparmia e l’America investe, ma più realisticamente si può dire che l’Europa genera un eccesso strutturale di risparmio che i propri mercati dei capitali, troppo frammentati e poco profondi, non riescono ad assorbire e trasformare in investimento produttivo interno. Quel risparmio resta parcheggiato in depositi e immobili invece che in equity, e si traduce in un surplus delle partite correnti, cioè in prestito netto al resto del mondo – di cui gli USA, con i loro mercati più integrati e liquidi, sono la destinazione naturale. Non è un furto: è la conseguenza della frammentazione interna.
Frammentazione dei mercati finanziari e Saving and Investment Union
La strategia adottata il 19 marzo 2025, Saving and Investment Union (SIU), [10] unifica due agende separate – il completamento dell’unione bancaria e l’approfondimento dei mercati dei capitali. L’impostazione della Commissione si basa sulla stima di Draghi di un fabbisogno aggiuntivo di investimenti per 750-800 miliardi di euro all’anno entro il 2030.
Il provvedimento legislativo è arrivato il 4 dicembre 2025: il pacchetto sull’integrazione e la vigilanza dei mercati propone di smantellare le barriere ai flussi di capitali transfrontalieri, centralizzare l’autorità di vigilanza a livello UE ed estendere la supervisione diretta dell’ESMA ai fornitori di servizi di criptovalute. Si rivedono le principali normative finanziarie contemporaneamente – MiFID/MiFIR, EMIR, CSDR, UCITS, AIFMD, il Regolamento ESMA – e si crea un’unica licenza per gli operatori di mercato paneuropei[11].
Sui conti di risparmio e investimento si incentiva la partecipazione dei piccoli investitori attraverso le agevolazioni fiscali, l’alfabetizzazione finanziaria, la revisione della regolamentazione del capitale di rischio. Si rivedono le misure sulle procedure fiscali transfrontaliere e si propone un 28° regime giuridico (ossia unico per tutta l’Unione) per le imprese innovative. La lista degli acronimi delle norme e dei regolamenti coinvolti nella revisione è riportata per esteso nell’articolo citato di Huertas e Schmidt ed è davvero una lunga lista.
Ma rimaniamo comunque in fase di proposta: il Consiglio ha tenuto il suo primo scambio di opinioni nel marzo 2026 e la Commissione presenterà le misure nel primo trimestre del 2027; quindi, l’applicazione non è prevista prima del 2028-2029[12]. La resistenza si manifesta da parte delle diverse autorità di vigilanza nazionali che hanno già dichiarato di non sostenere la vigilanza centralizzata dell’ESMA e il settore ha già ottenuto un’esenzione: l’EFAMA (European Fund and asset Management Association) ha accolto con favore il fatto che la proposta non preveda la vigilanza diretta dell’ESMA sui gestori patrimoniali. Quindi la centralizzazione e l’unificazione viene negoziata al ribasso ancor prima della conclusione dei triloghi.
Per questo fondamentale motivo l’UE applica leggi vincolanti e direttamente applicabili alle imprese straniere, mentre ai propri Stati membri si limita a un coordinamento blando. Contro le grandi aziende tecnologiche ha il DMA (Digital Markets Act) – designazioni, obblighi, sanzioni. Contro la frammentazione interna, i suoi strumenti sono una raccomandazione sui conti di risparmio, raccomandazioni specifiche per paese nell’ambito del Semestre europeo, un dialogo accademico e un pacchetto legislativo la cui centralizzazione della vigilanza viene indebolita proprio dalle autorità che dovrebbe vincolare. La stessa Commissione ammette la diagnosi: nonostante i recenti progressi, i mercati finanziari dell’UE rimangono significativamente frammentati, di piccole dimensioni e privi di competitività, non riuscendo a sfruttare le economie di scala, mentre gli strumenti di attuazione sono sistematicamente più deboli di quelli impiegati a livello esterno.
La tempistica (2028-2029) non si concilia con un ciclo di investimenti nell’IA che si sta decidendo proprio ora: al brindisi inaugurale il vino dell’unificazione arriverà annacquato.
Imprese innovative nella frammentazione dell’Unione Europea
Nel 2025 il venture capital europeo ha toccato circa 66 miliardi di euro, pari al 22% di quanto investito negli USA, e il divario è legato a un rendimento più basso dei fondi europei e alla concentrazione degli investimenti in IA da parte di USA e Cina. In valore assoluto le società venture-backed statunitensi hanno raccolto circa 340 miliardi di dollari nel 2025, contro i ~66 miliardi di euro europei: l’Europa ha attratto appena un quinto del capitale USA pur avendo dimensione economica comparabile. E nel settore che definisce la prossima frontiera il divario è abissale: secondo l’OCSE nel 2025 l’investimento globale in IA è stato di 258,7 miliardi di dollari; le imprese USA ne hanno attratto circa il 75%, quelle dell’UE-27 solo il 6%.[13] Nel 2025 Statista censisce 90 unicorni tech in Israele, il più alto numero per abitante al mondo[14].
Il collo di bottiglia è nei fondi VC nella fascia 500 milioni, quattordici volte maggiore negli USA che in Europa, e le scale-up europee più grandi spesso si trasferiscono negli Stati Uniti, dove un ecosistema finanziario vivace offre abbondante capitale di rischio. Il risultato aggregato lo certifica la Commissione: circa il 60% delle scale-up globali ha sede in Nord America, contro appena l’8% nell’UE.
E la Banca Europea per gli Investimenti quantifica lo svantaggio nel tempo: le scale-up europee raccolgono circa il 50% in meno di capitale nei primi dieci anni rispetto alle omologhe statunitensi, in parte per la minore profondità dei mercati dei capitali[15]. Alcune città in alcuni paesi europei sono attrattive: Londra, Parigi, Amsterdam. Ma é proprio l’assenza di un sistema europeo, ciò che respinge gli investitori e ciò che spinge le aziende innovative fuori dall’area dell’Unione. In Europa vi sono 27 regimi fiscali cui debbono sottoporsi gli investitori in venture capital: 27 sistemi di tassazione delle plusvalenze. In nessun paese esiste qualcosa di simile al Qualified Small Business Stock (QSBS) che negli Stati Uniti esenta dalla tassazione buona parte dei capital gain che si determinano vendendo le azioni inizialmente sottoscritte dai venture capitalist. Anche le stock option, formula tipica di remunerazione degli imprenditori-manager delle start up, sono trattate in maniera diversificata, dall’esenzione per le start up innovative in Italia alla tassazione come reddito da lavoro in molti paesi[16].
L’investimento politico-istituzionale più urgente per l’Unione è l’abbattimento delle barriere che rallentano l’innovazione, la sua diffusione e la sua crescita. Ogni azione di revisione normativa, di riduzione degli oneri che gravano sulle nuove imprese o ne impediscono l’accesso al mercato dei capitali o ai mercati dei servi e dei prodotti aiuta l’Europa a difendere la sua competitività.
Note
[1] Nord, Marina, David Altman, Tiago Fernandes, Ana Good God, and Staffan I. Lindberg, Democracy Report 2026: Unraveling The Democratic Era? University of Gothenburg:
V-Dem Institute.↩
[2] Nella figura 6 del Report V-Dem lo spostamento dell’India da una classe all’altra dopo il 2015 era di difficile lettura↩
[3] Donna Wentworth (ed), Rising Repression Meets Global Resistence. Internet Shutdowns in 2025, KepltOn, 2026.↩
[4] Aurelian Portuese, The Digital Markets Act: European Precautionary Antitrust, May 24 2021, Information Technology & Innovation Foundation (ITIF).↩
[5] European Commission, Consultation on the First Review of the Digital Markets Act (DMA), July 2025.↩
[6] Anna Cataleta, Aurelia Losavio, Digital omnibus, come procede l’iter in Europa: le novità più importanti, Agenda Digitale, 26 marzo 2026.↩
[7] Hilal Aka, EU Regulatory Actions Against US Tech Companies Are a De Facto Tariff System, ITIF, April 2025.↩
[8] Robert D. Atkinson, Hilal Aka, Defending American Tech in Global Markets, ITIF Dec. 2025.↩
[9] Nicolas Veron, Anu Bradford, The “Brussels effect” in a fragmenting world, PIIE, November 13, 2025↩
[10] Savings and investments union strategy to enhance financial opportunities for EU citizens and businesses, Directorate-General for Financial Stability, Financial Services and Capital Markets Union, 19 March 2025.↩
[11] Michael Huertas, Fabian Joshua Schmidt, European Commission publishes Market Integration and Supervision Package, PwC Legal Germany, 22 Dec 2025. Riportiamo per esteso gli acronimi citati nel testo, sono indicativi della complessità del sistema di regolazione:
ESMA-European Securitie and Makets Authority, MiFID-Markets and Financial Instruments Directive, MiFIR-Markets in Financial Instruments Regulation, CSDR- Central Securities Depositories Regulation, UCITS – Undertaking for Collective Investment in Transferabkle Securities, AIFM- Alternative Investment Fund Managers Directive.↩
[12] European Commission, A stronger Europe through a more competitive banking sector, July 2026.↩
[13] OECD, Venture capital investments in artificial intelligence through 2025, 17 February 2026.↩
[14] Statista, Startups in Israel – statistics & facts, Dec. 17, 2025.↩
[15] European Investment Bank, The scale-up gap. Financial market constraints holding back
innovative firms in the European Union. EIB Thematic Studies, June 2024.↩
[16] Diana Hourani, Sarah Perret, Taxing capital gains: Country experiences and challenges, OECD Taxation Working Papers n. 72 2025.↩
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