valore medio nelle aziende italiane dopo l’esenzione fiscale portata a 10 euro


Un buono pasto elettronico da 6,75 euro è il valore medio effettivamente ricevuto dai lavoratori rilevato da Anseb e Altis, centro di ricerca dell’Università Cattolica, su un campione di circa 16.000 percettori e 2.400 esercenti. Il dato arriva dopo l’aumento, dal 1° gennaio 2026, della soglia fiscale a 10 euro. Tra il limite fissato dalla legge e il ticket che viene davvero riconosciuto al dipendente rimangono quindi più di 3 euro.

Per chi usa il buono ogni giorno non è una differenza soltanto sulla carta. La pausa pranzo costa in media 15,10 euro e, secondo la rilevazione, richiede un’integrazione personale indicativa di 8,10 euro.

La domanda, allora, è molto concreta: quanto vale davvero il buono pasto aziendale dopo l’aumento dell’esenzione? La risposta non è automaticamente 10 euro. La norma indica fino a quale importo il beneficio può rimanere escluso da imposizione fiscale e contributiva; non stabilisce la cifra che ogni impresa deve riconoscere.

L’importo effettivo dipende dal contratto collettivo applicato, dagli accordi aziendali e dalle regole interne, quando non esiste un obbligo specifico.

Il valore medio resta sotto la soglia dei 10 euro

La rilevazione Anseb-Altis descrive un mercato nel quale il tetto fiscale e il valore del ticket non coincidono. Il buono elettronico medio preso in esame vale 6,75 euro, mentre l’esenzione arriva a 10 euro per ogni giornata. La distanza supera dunque i 3 euro ogni volta che il lavoratore matura il beneficio.

Il campione comprende circa 16.000 persone che utilizzano i buoni pasto e 2.400 esercizi convenzionati. È un riferimento utile per misurare la distanza tra la regola fiscale e la prassi delle aziende. Non rappresenta, però, un obbligo generalizzato e non descrive allo stesso modo tutti i settori, le imprese o i territori.

Quel valore medio non significa che ogni dipendente riceva un ticket da 6,75 euro. C’è chi può avere un importo più basso e chi uno più alto, a seconda della contrattazione e delle scelte del datore di lavoro. Il dato serve soprattutto a chiarire un punto: l’aumento del tetto esentasse non ha trasformato automaticamente i buoni pasto in ticket da 10 euro.

La modifica in vigore dal 1° gennaio 2026 ma l’esenzione fiscale non fissa il valore del ticket

La Legge di Bilancio 2026 ha innalzato da 8 a 10 euro al giorno la soglia di esenzione per i buoni pasto elettronici. Entro questo limite, il valore nominale del ticket non entra nel reddito imponibile del lavoratore e non è soggetto alla relativa contribuzione, secondo il regime previsto.

Per il buono cartaceo la soglia resta invece di 4 euro al giorno. La distinzione tra formato digitale e cartaceo pesa quindi sul trattamento fiscale: un ticket elettronico da 10 euro e uno cartaceo dello stesso importo non vengono trattati nello stesso modo.

La modifica riguarda il limite di esenzione, non l’importo minimo del buono. L’azienda può riconoscere un valore più alto senza perdere l’agevolazione fino al limite stabilito. Il piano tributario, però, resta distinto da quello contrattuale.

La soglia fiscale è un limite di esenzione previsto dalla legge. Il valore aziendale è l’importo scritto sul buono assegnato al lavoratore. Sono grandezze differenti, anche quando coincidono numericamente.

Se l’impresa riconosce un ticket elettronico da 6,75 euro, il dipendente riceve 6,75 euro. Non gli viene accreditata la differenza fino a 10 euro. Quando invece il buono è da 10 euro, l’intero importo rientra nella soglia esente.

Che cosa accade oltre il limite? La parte eccedente diventa imponibile e viene sottoposta a tassazione e contribuzione. Un buono elettronico da 12 euro, per esempio, conserva l’esenzione sui primi 10 euro; i 2 euro aggiuntivi sono trattati fiscalmente come quota eccedente.

Questo meccanismo non obbliga l’azienda a scegliere un ticket da 12 euro. E nemmeno da 10.

Il costo effettivo della pausa pranzo

Ipsos Doxa, per Pluxee, ha stimato in 15,10 euro la spesa media per la pausa pranzo. Il numero chiarisce perché il valore nominale del buono non coincide con il costo totale del pasto: anche un ticket da 10 euro non basterebbe a coprire tutta la spesa media rilevata.

Con un buono medio da 6,75 euro, la differenza aritmetica rispetto a 15,10 euro è di circa 8,35 euro. La cifra indicativa di 8,10 euro al giorno riportata nella rilevazione ha però un’origine diversa: rappresenta la distanza media osservata tra spesa e buono utilizzato. Non è un calcolo universale valido per ogni dipendente o per ogni esercizio.

Il conto cambia in base al prezzo del pasto, al tipo di esercizio convenzionato e alle modalità con cui il ticket può essere usato per gli acquisti alimentari. Incidono anche le regole del circuito. La stessa persona può quindi spendere somme diverse in giornate diverse, pur ricevendo sempre un buono dello stesso importo.

Il territorio modifica la spesa

La pausa pranzo non costa uguale in tutte le zone d’Italia. La spesa media arriva a 22,30 euro nel Nord-Est e scende a 19,90 euro nel Sud e nelle Isole. In entrambi i casi il ticket copre soltanto una parte dell’importo pagato.

Il confronto va letto insieme al valore medio nazionale del buono. Non consente di stabilire automaticamente quanto debba mettere di tasca propria ogni singolo lavoratore: prezzi, abitudini alimentari, presenza di mense e diffusione degli esercizi convenzionati cambiano la spesa concreta.










Parametro Valore Che cosa indica
Soglia elettronica esente dal 2026 10 euro al giorno Limite fiscale e contributivo
Buono elettronico medio rilevato 6,75 euro Valore medio effettivo del ticket
Spesa media pausa pranzo 15,10 euro Costo medio del pasto
Quota residua indicativa 8,10 euro al giorno Parte media a carico del lavoratore
Spesa media nel Nord-Est 22,30 euro Differenza territoriale del costo
Spesa media nel Sud e nelle Isole 19,90 euro Differenza territoriale del costo

Da dove nasce l’importo e cosa può decidere l’azienda in piena autonomia

Il valore del buono può derivare da fonti diverse:

  • contratto collettivo nazionale, quando prevede un importo o una disciplina specifica;
  • accordo aziendale o territoriale, che può stabilire condizioni più favorevoli;
  • regolamento interno o decisione dell’impresa, se non esiste un vincolo contrattuale diverso;
  • organizzazione interna del servizio mensa o del beneficio sostitutivo.

Con la soglia a 10 euro, l’azienda dispone di uno spazio più ampio per riconoscere un ticket elettronico fiscalmente agevolato. La modifica non sostituisce la contrattazione e non cambia da sola gli importi già indicati nei contratti individuali o collettivi.

Un’impresa può dunque continuare a erogare buoni da 5, 6 o 7 euro, oppure di altro importo, anche quando avrebbe la possibilità fiscale di arrivare a 10 euro. La decisione dipende dai costi del welfare, dagli accordi con i lavoratori e dalle politiche di remunerazione.

La soglia di 10 euro indica, dunque, il limite entro cui un buono pasto elettronico può restare esente, ma non stabilisce l’importo che l’azienda deve riconoscere. Il valore effettivo dipende dal contratto collettivo, dagli accordi aziendali e dalle regole interne.

Per verificare il beneficio reale, il dipendente deve controllare l’importo del ticket, il numero di giornate maturate e la spesa sostenuta per i pasti. Solo confrontando questi dati è possibile capire quanto copre il buono e quale integrazione resta a suo carico.

Che cosa cambia davvero in busta paga

Il vantaggio fiscale consiste nel fatto che, entro i limiti previsti, il valore riconosciuto non viene trattato come normale retribuzione imponibile. Rispetto a una somma equivalente pagata come salario lordo, il welfare può quindi avere un valore netto maggiore. Il confronto va fatto sull’importo effettivo del ticket e sulle giornate in cui viene maturato.

Un buono da 6 euro per 18 giornate non produce lo stesso risultato di un ticket da 10 euro per lo stesso numero di giorni. Cambia anche la frequenza: chi matura il beneficio soltanto in alcune giornate avrà un valore mensile diverso da chi lo riceve più spesso. La soglia giornaliera, dunque, non è un importo mensile fisso.

Il ticket non compare necessariamente come denaro disponibile sul conto corrente. Il suo valore si misura nella spesa alimentare consentita e nella quota che il lavoratore non deve pagare direttamente al momento dell’acquisto.

Le verifiche che può fare il dipendente

Per capire quanto vale davvero il beneficio, il lavoratore può controllare:

  • l’importo nominale del ticket, indicato nell’applicazione, nel portale aziendale o nella documentazione del welfare;
  • il numero di buoni caricati o maturati nel mese;
  • le giornate di assenza, lavoro agile, part-time o turnazione, che possono incidere sulla frequenza;
  • gli esercizi convenzionati e le condizioni previste dal circuito;
  • il prezzo medio del pasto e la quota pagata oltre il buono;
  • l’eventuale presenza di una mensa aziendale o di regole alternative stabilite dal contratto.

 

Dott. Giovanni Matano

Il Dott. Giovanni Matano è un esperto di fiscalità pratica e consulente fiscale con oltre 15 anni di esperienza nel settore. Laureato in Economia e Commercio presso l’Università Bocconi di Milano, ha dedicato la sua carriera a supportare piccole e medie imprese nella pianificazione fiscale e nell’ottimizzazione delle agevolazioni fiscali. La sua competenza si estende anche …


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