La mattina del 13 agosto 2026, due persone hanno perso la vita nel depuratore comunale di San Vito Lo Capo (TP): un operaio e un soccorritore del 118, intervenuto nel tentativo di rianimarlo. L’impianto, dieci anni fa, era già finito al centro di un’inchiesta della Procura per un presunto caso di inquinamento delle acque marine.
Nel momento in cui scriviamo non è ancora certa la causa dei decessi. Sarà l’autopsia ad accertare se la morte sia stata provocata dalle esalazioni o da un malore dovuto anche alle alte temperature. Ma in entrambi i casi una cosa è certa: non si muore mai “sul lavoro” si muore “di lavoro”.
Inevitabilmente questa tragedia richiama alla memoria altre stragi siciliane, come quella di Mineo nel 2008, dove sei operai furono trovati abbracciati sul fondo di una vasca, morti per inalazione di gas tossici, e quella di Casteldaccia nel 2024, dove cinque lavoratori morirono nel tentativo di salvare un collega intossicato da idrogeno solforato.
Vicende diverse, ma con una matrice comune, l’assenza di misure di sicurezza adeguate, perché le norme, in questi casi, prevedono dispositivi di protezione, rilevatori di gas e procedure di accesso controllato, ma troppo spesso queste misure non vengono adottate.
I dati Inail relativi al periodo gennaio‑giugno 2026 confermano che i lavoratori siciliani sono quotidianamente a rischio. Le denunce di infortuni sul lavoro sono aumentate dell’11% dal 2025, passando da 8.949 a 9.939 (senza contare gli infortuni in itinere). I morti, tra incidenti in occasione di lavoro e in itinere, sono stati 41 in sei mesi. Anche gli infortuni degli studenti sono aumentati, sia durante le attività scolastiche sia nel tragitto verso i percorsi di formazione-lavoro.
Questi numeri diventano ancora più significativi se rapportati al livello di occupazione. La Sicilia conta circa un milione e mezzo di lavoratori, una quota molto inferiore rispetto alle regioni più industrializzate. Eppure, l’isola registra un’incidenza di morti sul lavoro nettamente superiore alla media nazionale, con oltre 17 decessi per milione di occupati contro gli 11 della media italiana.
Anche l’incidenza degli infortuni è più alta (e addirittura probabilmente sottostimata per via del fenomeno del lavoro sommerso). La crescita dell’11% supera di oltre il doppio quella nazionale, che si attesta al 4,7%. Di contro, il tasso di malattie professionali denunciate è incredibilmente basso (1.180 nel primo semestre 2026) praticamente equivalente a una regione come il Molise (1.080 nello stesso periodo). Se si considera il numero assoluto dei lavoratori regolari (Molise, 105.000 unità, Sicilia circa 1,4/1,5 milioni) il dato è davvero impressionante. Questo denota una sotto denuncia da parte delle aziende, per non aggravare il premio assicurativo e per evitare di incorrere in sanzioni e, al contempo, la reticenza degli stessi lavoratori dipendenti per timore di eventuali ritorsioni.
Quindi in Sicilia ci si ammala ma non si denuncia, e questo la dice lunga sulla qualità stessa del lavoro e di una vita passata all’insegna della precarietà e del ricatto. In Sicilia ci si infortuna e si muore e di più, non perché si lavori di più, ma perché si lavora peggio. E non si muore per fatalità, si muore per mancanza di sicurezza.
Che non si possa parlare di “incidenti” o di “disgrazie” lo dicono molto bene Bruno Giordano e Marco Patucchi quando parlano di “operaicidio”. In Sicilia, come nel resto del paese, continua a prevalere una logica di profitto che considera la sicurezza un costo da evitare. In un sistema produttivo frammentato in appalti e subappalti, microimprese, partite IVA obbligate e lavoro nero, il costo della sicurezza, viene scaricato sui lavoratori, al rischio della propria salute e della propria vita, mentre le responsabilità si disperdono lungo catene infinite di affidamenti. Quando tutto si frammenta, nessuno è responsabile.
Ma la responsabilità c’è, è politica, ed è bipartisan. Tutti i governi degli ultimi vent’anni, di destra, di centro-destra e di centro-sinistra, hanno contribuito a precarizzare il lavoro e indebolire le tutele, rendendo lavoratrici e lavoratori più ricattabili e disponibili ad accettare condizioni insicure, favorendo chi, per rispondere solo a logiche di profitto, tratta la sicurezza come una spesa superflua, da tagliare o aggirare. Senza dimenticare che nei contesti dove operano lavoratori stranieri, il rischio di irregolarità e lavoro nero è elevato e, con esso, anche l’esposizione a un rischio maggiore.
A rendere tutto ancora più insopportabile è la retorica che puntualmente arriverà come dopo ogni tragedia. Non sono più accettabili le dichiarazioni di circostanza da parte di chi ha contribuito a indebolire le norme sulla sicurezza, ridurre le sanzioni e introdurre regole che permettono alle aziende di essere avvisate prima dei controlli. Con un numero di ispettori così ridotto da rendere possibile un’ispezione ogni diciotto anni, e con il preavviso obbligatorio, la vigilanza diventa un rituale formale che non incide sulla realtà dei luoghi di lavoro.
In Sicilia il quadro è reso ancora più complesso dal sistema istituzionale perché lo Statuto speciale assegna alla Regione la responsabilità esclusiva dei controlli sul lavoro e questo significa che la vigilanza non è gestita dall’Ispettorato nazionale, ma da una struttura regionale che da anni opera con organici insufficienti e mezzi limitati. Da tempo la FP CGIL sollecita l’istituzione di un presidio stabile dell’INL nell’isola, come indicato anche dalla Corte dei conti, mentre si attende ancora che vada a compimento il concorso per 52 nuovi funzionari ispettivi, indispensabili ma del tutto insufficienti, per rafforzare un sistema di controllo oggi troppo debole per essere efficace.
Gli strumenti per invertire la rotta esistono. Servirebbe riconoscere l’omicidio sul lavoro come reato specifico, ripristinare un sistema sanzionatorio che scoraggi davvero le violazioni, ridurre la giungla dei contratti precari, istituire il salario minimo, eliminare gli appalti a catena che frammentano le responsabilità, rivedere la Bossi‑Fini che spinge molti migranti nell’irregolarità, potenziare i servizi di prevenzione delle ASL, istituire una Procura nazionale dedicata alla sicurezza sul lavoro e restituire pieno ruolo alle rappresentanze dei lavoratori. La prevenzione deve tornare a essere un processo reale e condiviso, non un insieme di adempimenti formali.
Gli omicidi sul lavoro sono la conseguenza diretta di un modello economico che considera la sicurezza un ostacolo e il lavoratore una variabile sacrificabile. Finché la tutela della vita sarà subordinata ai profitti e la precarietà renderà i lavoratori ricattabili, la strage continuerà. Solo scelte politiche chiare e coraggiose potranno interrompere questo “operaicidio” e rendere veramente giustizia a tutti, ai troppi, morti di lavoro.
Stefania De Marco, Comitato Politico Nazionale
Partito della Rifondazione Comunista – Sinistra Europea
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