Nella vasta bibliografia sui fatti di Genova di 25 anni fa, si contano sulle dita di una mano i tentativi di narrazione rispetto alla saggistica, con qualche concessione alla diaristica, o al graphic novel.
“E invece io credo che, dopo tanti anni, sia finalmente arrivato il momento di riattraversare quei giorni anche in chiave narrativa” mi dice per telefono Stefano Valenti, che da qualche settimana è di nuovo in libreria con questo suo ultimo e davvero bellissimo libro dal titolo Come farfalla a luglio (Gramma Feltrinelli).
“Il romanzo però ha tempi ben diversi dalla saggistica e dopo aver a lungo sedimentato le emozioni di quei giorni, ho proprio sentito l’esigenza di ritornare su quella storia, che peraltro ho vissuto in prima persona. In quel periodo gravitavo intorno al Punto Rosso di Milano, affiliato ad Attac. Dopo un periodo di assenza dalla politica mi ero di nuovo entusiasmato per il movimento altermondialista. Avevo raccolto un sacco di materiale andando verso il G8 e naturalmente subito dopo su quanto era accaduto, per il lavoro di controinformazione che sentimmo l’urgenza di far uscire a caldo. Ed eccoci adesso in un momento in cui quegli eventi diventano dirimenti nell’interpretazione del presente. La sfida era far rivivere per i lettori di adesso la dimensione soggettiva di quei giorni: non solo ‘idee che camminano su due gambe’, ma esseri umani che quella cosa lì l’hanno vissuta e hanno pagato un prezzo altissimo”.
In più punti nel libro non nascondi di aver tratto ispirazione da un testo che lo scrittore austriaco Thomas Bernhard scrisse nel 1983, Il Soccombente.
“Sì, per l’idea dei tre amici, uniti da una grande passione. Nel caso di Thomas Bernhard è la musica, nel caso di questo mio libro è l’intensità degli anni universitari vissuti insieme, l’amore per i libri, per la filosofia, Walter Benjamin in particolare. Ma l’aspetto che più mi interessava era il legame fra di loro, senz’altro segnato dal dramma di quei giorni di luglio 2001, con la morte di Carlo Giuliani.”
Un Carlo Giuliani molto diverso da come ci è stato raccontato.
“Molto trasfigurato, sì. Consapevolmente ho scelto di non sapere più di tanto della sua biografia, né di entrare in contatto con i suoi familiari, perché sapevo che se mi fossi fatto ‘distrarre’ non sarei riuscito a procedere nel romanzo. Per me Carlo è colui che fra i tre amici dedica la propria vita a qualcosa di superiore, animato da un’idea assoluta di giustizia. Un idealista, parola che per me ha un valore altissimo. E lo fa pagando un prezzo enorme, sacrificando la sua vita, che considero un traguardo in termini di testimonianza. Mi è sembrato bello raccontarlo in questo modo per chi ha l’età che aveva lui quando è morto, 23 anni.
Carlo resta per me il 23 enne che davanti a una pistola puntata contro di lui si aggrappa alla prima cosa che gli capita a tiro, per difendere sé stesso e chi gli sta intorno. Quel gesto poi è stato usato contro di lui, come prova di un’intenzionalità violenta, per dire che tutto sommato ‘se l’è cercata’ e anche questo rientra nelle tante storie che continueranno a dividere il nostro paese. Dalla resistenza in poi, fino agli anni ‘60 e ‘70, per arrivare al G8 di Genova, continuiamo a subire queste letture ‘di parte’ che impediscono una vera ricostruzione storica. Per me Carlo resta una figura esemplare.”
Come è stato accolta questa tua versione di Carlo dai familiari?
“Solo a romanzo finito ho chiesto all’editore di sottoporre il testo alla madre, Haidi: non avrei sopportato l’idea di uscire con una narrazione che potesse in qualche modo riaprire la ferita. Con mio immenso sollievo la risposta è stata positiva. E questo per me è il più grande risultato dal punto di vista umano prima ancora che testimoniale: perché senz’altro l’autore del romanzo sono mio, il che mi da la libertà di decidere in che modo riattraversare quella vicenda; ma il fatto di esserci riuscito con il pieno consenso e persino apprezzamento di colei che ha vissuto in modo così doloroso quei giorni di Genova 25 anni fa, è stato il riconoscimento più grande.
Cosa ti resta di quelle giornate?
“Il ricordo del viaggio da Milano a Genova: in autobus, con il gruppo di Attac, giovani e spensierati. Arrivati a Genova ci siamo ritrovati come tantissimi altri al Carlini. E poi è successo quello che è successo e il 21 luglio, come descrivo nel libro, è stato un fuggi fuggi generale nel tentativo di acchiappare il primo passaggio possibile per il ritorno a Milano, e nel mio caso con un paio di amici eccoci a bordo dei pullman della CGIL-FIOM. E poi quella sera incollati a Blob abbiamo assistito alla notte della Diaz: e lì è cominciata la vera paura.”
Le descrizioni di quei momenti dentro la Diaz, e poi a Bolzaneto, sono agghiaccianti…
“E non c’è niente di inventato. La parte documentale è totalmente priva di fiction: è quanto raccolto nel corso degli anni dai vari processi, sono le testimonianze delle vittime, a cominciare da quel primo ‘Libro Bianco’ che venne congiuntamente pubblicato da L’Unità, Il Manifesto, Liberazione, Carta a un anno esatto dai fatti, come libro di denuncia. Tutti quei momenti che rievoco nel libro sono successi davvero.
L’unica parte romanzata è l’amicizia tra i tre personaggi: oltre all’io-narrante, c’è Carlo Giuliani che perde la vita durante gli scontri e infine Francesco, il professore di filosofia, che non ha mai davvero superato l’esperienza traumatica delle torture subite a Bolzaneto. E infatti decide di suicidarsi. Il libro inizia proprio con la notizia del suo suicidio così ‘a lungo premeditato’, come per il ‘soccombente’ di Thomas Bernhard. E con l’io-narrante che si mette in viaggio per l’ultimo saluto. Ed è lì, in visita all’ultima casa-rifugio di Francesco, in quello studio ormai vuoto di vita ma pieno di libri, appunti, saggi incompiuti, che si ritorna a quei drammatici momenti di luglio 2001, che non hanno mai smesso di interrogarci: come è stato possibile? E cosa è iniziato dopo?”
È straordinario rendersi conto di come questa storia continua a “parlare” ai giovani di oggi…,
“Confermo. Abbiamo inaugurato questo tour di presentazione il 18 giugno scorso alla Fondazione Feltrinelli di Milano ed era stracolma di giovani, una cosa sorprendente, oltre 300 persone, alcuni non sono neppure riusciti ad entrare. Molte le domande alla fine dell’incontro, tutte pertinenti. E oltre 150.000 visualizzazioni nell’arco di poche ore per quel breve You Tube che il sito della Fondazione ha diffuso qualche giorno fa. Credo che questo sia dovuto al fatto che, nonostante tutto, nonostante l’indubbia sconfitta rappresentata da quegli eventi di Genova, nonostante l’insistenza sul tramonto delle ideologie, non c’è niente di più persistente dei movimenti sociali, che io vedo come qualcosa di carsico: che si muove magari sotto traccia e però in continuità, e prima o poi riemerge in superfice.
Dopo Genova, abbiamo avuto le primavere arabe nel 2011, e poi la stagione di ‘Occupy Wall Street’ e poi l’infinità di mobilitazioni per la Palestina dal 7 ottobre a oggi. Noi continuiamo a registrare questi sommovimenti con il criterio dell’attualità, sempre più dominata dai social media, che decidono quel che vale la pena sapere e registrare. Ma in realtà, quel che veramente succede ha tempi ben più lunghi. E l’eredità oltre che l’attualità di quanto è successo a Genova nel 2001 non si è affatto esaurita, come infatti ci confermano questi giovani.”
Come farfalla a luglio di Stefano Valenti verrà presentato oggi a Genova, 8 luglio alle ore 18.30, alla Libreria Feltrinelli, Via Ceccardi 16/24 e in dialogo con l’autore ci saranno Haidi Gaggio Giuliani e Lorenzo Guadagnucci. Prossime tappe del tour: il 12 luglio a Castelfiorentino per la Festa dell’Unità; il 16 luglio a Saronno con un comitato locale di Attac; il 17 luglio di nuovo a Milano @ Libreria Noi; il giorno dopo a Verona per un Festival in Piazza.
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