Pur non costituendone una garanzia sufficiente, l’aumento della produttività rappresenta una delle precondizioni necessaria per una crescita strutturale delle retribuzioni italiane: non può però essere ridotta a una semplificazione dei ritmi di lavoro a una compressione del costo del personale, ma passa anche e innanzitutto da investimenti strategici in capitale umano e competitività
L’Italia rappresenta oggi uno dei casi più particolari e complessi tra le economie avanzate. Mentre negli ultimi trent’anni gran parte dei Paesi industrializzati ha registrato una crescita significativa dei salari reali, il nostro Paese è rimasto sostanzialmente fermo, diventando l’unica grande economia europea ad aver visto una riduzione del potere d’acquisto delle retribuzioni nel lungo periodo.
Il dibattito pubblico tende spesso a concentrare l’attenzione esclusivamente sul livello dei salari, trascurando tuttavia il principale fattore che ne determina la sostenibilità nel tempo: la produttività del lavoro. Salari elevati e duraturi non possono infatti prescindere dalla capacità delle imprese di generare maggiore valore aggiunto attraverso investimenti, innovazione, competenze e organizzazione del lavoro. La debole dinamica salariale italiana trova origine in alcune criticità strutturali ormai consolidate: insufficienza degli investimenti pubblici e privati; ritardo nell’adozione delle tecnologie digitali e dell’automazione; eccessiva frammentazione del sistema produttivo; prevalenza di settori a medio-basso valore aggiunto; elevato peso della burocrazia e delle inefficienze infrastrutturali; ampia diffusione del lavoro precario e irregolare.
Particolarmente rilevante appare la struttura dimensionale delle imprese italiane. Oltre il 95% delle aziende appartiene infatti alla categoria delle micro e piccole imprese, realtà che spesso incontrano maggiori difficoltà nell’accesso al credito, negli investimenti in innovazione e nella costruzione di competenze manageriali avanzate. Il confronto europeo evidenzia come il problema non riguardi indistintamente tutto il sistema produttivo nazionale. Le medie e grandi imprese italiane mostrano livelli di produttività pienamente competitivi rispetto alle principali economie continentali e, in alcuni comparti industriali, superiori alle corrispondenti imprese tedesche e francesi.
Il vero dualismo italiano si colloca quindi tra un tessuto diffuso di piccole imprese a bassa produttività e una fascia più ristretta di imprese strutturate e altamente competitive.
Il ruolo strategico delle politiche attive del lavoro
In questo contesto le politiche attive del lavoro assumono una funzione centrale e non più soltanto compensativa o assistenziale. Per molti anni gli strumenti pubblici si sono concentrati prevalentemente sulla gestione delle crisi occupazionali attraverso misure passive di sostegno al reddito. Oggi il contesto economico richiede invece politiche capaci di accompagnare le trasformazioni organizzative e tecnologiche delle imprese e di aumentare il capitale umano disponibile.
Le politiche attive possono incidere sulla produttività attraverso almeno cinque direttrici principali:
- Aggiornamento continuo delle competenze. La rapida evoluzione tecnologica rende obsolete molte competenze nel giro di pochi anni. Percorsi di reskilling e upskilling consentono ai lavoratori di acquisire competenze digitali, tecniche e organizzative maggiormente coerenti con i nuovi modelli produttivi.
- Riduzione del mismatch tra domanda e offerta. Uno dei principali limiti del mercato del lavoro italiano è rappresentato dal disallineamento tra le professionalità richieste dalle imprese e quelle disponibili sul mercato. Le politiche attive permettono di orientare la formazione verso i reali fabbisogni delle aziende e dei territori.
- Supporto alle transizioni occupazionali. Strumenti come il Programma GOL, la Dote Unica Lavoro e i percorsi di ricollocazione per lavoratori coinvolti in processi di riorganizzazione aziendale consentono di ridurre i tempi di inattività e di preservare il patrimonio professionale accumulato dai lavoratori.
- Accompagnamento ai processi di innovazione. La trasformazione digitale e la transizione ecologica richiedono nuove competenze tecniche e manageriali. Le politiche attive possono diventare il principale strumento di accompagnamento delle imprese nei processi di innovazione organizzativa.
- Crescita della qualità del lavoro. Investire sulle competenze aumenta il livello di professionalità disponibile all’interno delle imprese, favorendo una maggiore autonomia operativa, migliori performance e una più elevata capacità di generare valore aggiunto.
Dalla produttività alla partecipazione economica dei lavoratori
L’aumento della produttività rappresenta la precondizione necessaria per una crescita strutturale delle retribuzioni, ma non costituisce di per sé una garanzia sufficiente.
Negli ultimi anni molte grandi imprese italiane hanno registrato incrementi della produttività superiori alla crescita del costo del lavoro, evidenziando come una parte rilevante del valore aggiunto prodotto sia stata destinata prevalentemente alla remunerazione del capitale. Per questo motivo diventa sempre più attuale il tema della partecipazione economica dei lavoratori ai risultati aziendali.
Un modello retributivo moderno potrebbe prevedere una struttura articolata su due componenti:
- una quota fissa, finalizzata a garantire stabilità economica, tutela del potere d’acquisto e valorizzazione delle competenze professionali;
- una quota variabile collegata al raggiungimento di obiettivi misurabili di produttività, qualità, innovazione, efficienza e redditività aziendale.
Tale impostazione consentirebbe di allineare maggiormente gli interessi dell’impresa e quelli dei lavoratori, favorendo la diffusione di una cultura orientata al miglioramento continuo e alla partecipazione ai risultati. La produttività come progetto condiviso. Affinché i sistemi premianti producano effetti positivi, è tuttavia necessario che gli indicatori utilizzati siano trasparenti, verificabili e condivisi con le rappresentanze dei lavoratori.
La produttività non può essere ridotta a una semplice intensificazione dei ritmi di lavoro o a una compressione del costo del personale. Essa deve essere il risultato di investimenti in tecnologia, formazione, organizzazione e innovazione. Solo in presenza di tali condizioni il salario variabile può trasformarsi da strumento occasionale di incentivazione a vero meccanismo di redistribuzione del valore generato dall’impresa.
La sfida italiana dei prossimi anni non sarà però “semplicemente” aumentare i salari, ma creare le condizioni economiche affinché salari più elevati siano sostenibili e duraturi. In questa prospettiva le politiche attive del lavoro non rappresentano un costo per il sistema, ma un investimento strategico in capitale umano e competitività.
La crescita della produttività, l’aggiornamento continuo delle competenze e la diffusione di modelli retributivi maggiormente partecipativi possono diventare i pilastri di una nuova alleanza tra imprese, lavoratori e istituzioni, capace di rafforzare la competitività del sistema produttivo italiano e di restituire centralità al lavoro come principale fattore di sviluppo economico e coesione sociale
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Mara Guarino
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