di Carmen Autuori
Prima della festa c’era il cammino. Nel Cilento il Ferragosto di un tempo non era soltanto la festa dell’estate, come siamo abituati a intenderla oggi, ma soprattutto la celebrazione dell’Assunta. La giornata cominciava nella notte tra il 14 e il 15 agosto, quando i pellegrini si mettevano in cammino verso i santuari, tra preghiere, canti e la fatica di un viaggio affrontato come atto di devozione.
Il pellegrinaggio
Tra le mete più sentite c’era il monte Gelbison, dove la Madonna del Sacro Monte di Novi Velia richiamava compagnie provenienti da tutto il Cilento e anche dalle regioni vicine, puglia e Basilicata, e la Madonna del Granato, meta soprattutto di pellegrini provenienti dalla Piana del Sele e dai paesi limitrofi. Una tradizione che, nonostante il tempo e i cambiamenti nelle abitudini, non si è spezzata: ancora oggi sono numerosi coloro che, nella notte di Ferragosto, scelgono di rinnovare quel cammino e quei riti.
La tradizione del pellegrinaggio si inserisce nel più ampio culto delle Sette Sorelle, le Madonne ctonie che, dai loro santuari, accompagnano e proteggono il Cilento: accanto a quelle già ricordate, la Madonna della Stella, della Civitella, del Carmine, di Pietrasanta e della Neve. Una devozione mariana che affonda le proprie radici nel patrimonio simbolico più antico, legato al culto della fertilità della terra e alla figura di Demetra, la dea madre della tradizione greca. Un’eredità che trova analogie anche nel culto delle Madonne dell’agro nocerino-sarnese, dove la devozione cristiana si è intrecciata nel tempo con antichi riti legati alla terra, alla fertilità e al ciclo delle stagioni.
Era il pellegrinaggio che apparteneva alla fede, ma anche alla memoria e all’identità delle comunità.
E proprio dal cammino prendeva avvio il Ferragosto cilentano: prima la devozione alla Madonna, poi la festa attorno alla tavola.
«Anch’io ho fatto due volte il percorso a piedi da Piano Vetrale fino al monte Gelbison, la notte di Ferragosto», ricorda Luigi Inverso, forestale e già presidente della proloco di Piano Vetrale, ma sempre attivo nella promozione del suo territorio. Da giovane si arrivava fino a Fiumefreddo, frazione di Novi Velia, nella mattinata del 15 agosto, per poi ricongiungersi con la compagnia giunta in pullman. Un tempo, invece, il pellegrinaggio a piedi si spingeva molto più vicino al santuario, lungo sentieri di montagna percorsi nel buio della notte.
A scandire il cammino erano preghiere e canti, diversi secondo le compagnie ma accomunati dalla stessa devozione. Tra le invocazioni più care quella del commiato: «Siamo venuti e adesso ce ne andiamo, e come facciamo senza di te?», alla quale la Madonna rispondeva idealmente: «Io ti accompagno e sotto il mio manto ti porterò».
Un tempo erano centinaia le compagnie che salivano al Sacro Monte, dal Cilento ma anche dalla Lucania e dalla Calabria. Un rito comunitario nel quale alla preghiera si univano gesti votivi particolari: le «cente», piccoli simulacri in cera e, per alcuni pellegrini, prove di devozione estreme, come affrontare a piedi lunghi tratti del percorso e percorrere poi in ginocchio l’ultima salita verso la chiesa. Inverso ricorda in particolare un padre e un figlio che, giunti davanti al santuario, si tolsero le scarpe e completarono così il loro cammino in ginocchio fino all’altare.
La devozione, tuttavia, non appartiene soltanto alla memoria. A Piano Vetrale, oltre al tradizionale pellegrinaggio del 15 agosto, continua a manifestarsi anche attraverso segni contemporanei, come il murale, che si trova a Novi Velia, dedicato alla Madonna e realizzato da un artista cilentano la cui direzione è stata curata da Luigi Inverso. E il pellegrinaggio, nel tempo, ha avuto anche una ricaduta sulla vita del territorio: l’arrivo delle compagnie ha alimentato un’economia dell’accoglienza, fatta di ristoranti e strutture ricettive.
Per Inverso il Gelbison resta dunque qualcosa di più di una meta religiosa. È una montagna attraversata dalla memoria, dai canti e dalle preghiere, un paesaggio nel quale la devozione si è fatta comunità e il cammino è diventato parte dell’identità del Cilento.
La tavola
Il pellegrinaggio non terminava con l’arrivo al santuario. La devozione alla Madonna segnava l’inizio di una giornata che aveva nella tavola il suo secondo, imprescindibile momento. Perché il Ferragosto cilentano di un tempo era insieme preghiera e convivialità, fatica del cammino e abbondanza del pranzo, rito religioso e rito familiare.
A ricordare come si svolgesse quella giornata è Giovanna Voria, custode e interprete della tradizione gastronomica cilentana. «Ferragosto lo vediamo oggi soltanto come un momento conviviale, al mare, ai monti oppure al ristorante – osserva – ma realmente è l’Assunzione di Maria al cielo. È quella la vera festa».
Per questo la giornata cominciava molto presto, quando era ancora buio, con il pellegrinaggio verso i luoghi di culto. Si andava per fede, per voto, per devozione, ma anche per rispettare un appuntamento che apparteneva alla comunità e che si rinnovava ogni anno.
Poi si tornava a casa e cominciava un altro rito, quello della preparazione del pranzo.
La tavola di Ferragosto era particolarmente importante perché attorno ad essa si riunivano le famiglie e, soprattutto, si accoglievano gli emigranti che per l’estate tornavano nei paesi d’origine. Era una delle poche occasioni dell’anno in cui le famiglie potevano ricomporsi quasi al completo e per questo il pranzo assumeva un valore che andava ben oltre quello gastronomico.
Si cominciava con i “fiorilli e le zucchine”. I fiori di zucca non venivano preparati come le frittelle che conosciamo oggi: si passavano semplicemente nell’uovo sbattuto con un po’ di farina e si friggevano. Le zucchine, invece, venivano tagliate a rondelle e fritte.
Poi arrivava la pasta, generalmente fusilli fatti in casa oppure ziti spezzati e conditi a strati con il ragù e il cacio ricotta di capra. I fusilli erano la pasta della quotidianità, più accessibile perché preparata in casa, e il loro arrivo in tavola era preceduto dal caratteristico rumore del ferretto che attraversava l’impasto. Gli ziti, invece, erano un ingrediente di nicchia che un tempo si consumava con maggiore parsimonia: “Ricordo che da piccola li andavo ad acquistare nell’unica bottega del paese e li portavo a casa avvolti in uno strofinaccio, il ‘maccaturo. Erano una cosa preziosa”.
Il condimento era quello delle grandi occasioni. Un sugo preparato lentamente, fin dalle prime ore del mattino, direttamente sul fuoco, dove il tegame rimaneva a sobbollire per ore. La carne variava secondo quello che c’era in casa, prevalentemente animali da cortile, ossia coniglio o gallo imbottito.
<<Il gallo era più diffuso del coniglio – spiega Giovanna Voria – perché proprio in quell’occasione si uccideva il vecchio per lasciare spazio ai nuovi>>.
Anche la preparazione della pasta diventava un rito collettivo. E in quella giornata gli uomini, liberi dal lavoro, partecipavano ai preparativi domestici. «Collaboravano a grattugiare il formaggio, soprattutto il cacioricotta, e a spezzare gli ziti», racconta Giovanna. Così, mentre per i fusilli si sentiva il ritmo del ferretto, per gli ziti arrivava il rumore secco della pasta spezzata e raccolta nel colapasta di ferro. Piccoli suoni quotidiani che oggi appartengono alla memoria, ma che allora scandivano la vigilia del pranzo.
Si mangiava presto, generalmente intorno a mezzogiorno. C’era l’anguria, immancabile compagna del Ferragosto estivo, e persino la gassosa aveva il sapore dell’eccezione: «Era consentita solo a Ferragosto», ricorda Giovanna Voria.
Talvolta comparivano in tavola anche le spighe di mais arrostite alla brace,
A seguire arrivavano il coniglio o il gallo, accompagnati dai fagiolini lardari all’insalata con cipolla, sedano, mentuccia e cetriolo, conditi con aceto di vino, olio extravergine e sale. E poi la “pizza roce”, il dolce cilentano per eccellenza delle grandi occasioni.
Il tratto che accomuna il racconto di Inverso e quello di Voria è un rito da consegnare alla memoria che cominciava nel buio, lungo i sentieri del pellegrinaggio, e proseguiva alla luce del giorno attorno alla tavola.
E soprattutto il ritorno degli emigranti. Perché anche loro, come i pellegrini, in qualche modo tornavano a casa: gli uni verso il santuario, gli altri verso il paese e la famiglia. Due forme diverse di ritorno che finivano per incontrarsi nello stesso giorno, intorno alla stessa tavola.
Il Ferragosto cilentano aveva così una geografia precisa: il sentiero, il santuario, la casa. E un tempo preciso: la notte della partenza, la mattina della devozione, il mezzogiorno della convivialità. Un’intera comunità che per un giorno sospendeva il lavoro e ritrovava, attraverso la fede e il cibo, il senso di appartenenza a una stessa storia.
Si ringrazia per il contributo fotografico la signora Rosa Positano.
Ricetta di Giovanna Voria raccolta da Carmen Autuori
- Tempo di preparazione 30 minuti
- Tempo di cottura 3 ore
Ingredienti per 10 persone
- 1 gallo disossato di circa 2 kg
- 6 uova intere
- 100 g di cacioricotta di capra grattugiato + quella necessaria per la pasta
- 200 g di mollica di pane raffermo bagnato e strizzato
- 1 spicchio d’aglio
- Erbe aromatiche a piacere (prezzemolo, nepetella, timo, aghi di rosmarino)
- 3 l di passata di pomodoro
- 1 bicchiere di vino bianco
- 1 kg di ziti
- Olio extravergine d’oliva
- Sale
- Pepe
Preparazione
Partiamo dal ripieno.
Laviamo ed asciughiamo con cura il gallo disossato (una volta si usava quello intero). Mescoliamo uova, formaggio, lo spicchio d’aglio tagliato finissimo, la mollica di pane, il sale ed il pepe.
Con questo composto imbottiamo il gallo e, con l’aiuto di un grosso ago, cuciamo accuratamente tutti i buchi per evitare che il ripieno fuoriesca in cottura.
Versiamo un generoso giro di olio in una casseruola capiente, aggiungiamo le erbe aromatiche, una volta caldo adagiamo il pollo e facciamolo rosolare da tutti i lati a fiamma vivace.
Sfumiamo con il vino, uniamo la passata di pomodoro, saliamo, abbassiamo la fiamma al minimo e lasciamo cuocere almeno per tre ore.
Una volta cotto, solleviamo il gallo imbottito dal sugo, avendo cura di sgocciolarlo bene e lasciamolo raffreddare.
Spezziamo gli ziti e lessiamoli in abbondante acqua salata.
Scoliamoli e condiamoli a strati in una zuppiera con il sugo e generose manciate di cacio ricotta.
Serviamo il gallo affettato come secondo piatto, cosparso con qualche cucchiaio di sugo di pomodoro e decorato con qualche fogliolina di erba aromatica fresca.
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