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Le corde si tendono, i piedi nudi cercano aderenza sull’asfalto delle vie del centro, mentre una voce si alza sopra la folla. L’atmosfera è unica, carica di suggestione. Una struttura di circa otto tonnellate, alta 13,50 metri, viene trascinata da oltre mille devoti: forza e passione si mescolano a sudore, canti e preghiere. È la Vara, non soltanto una processione, ma un rito antico e profondamente radicato nella storia di Messina. Da oltre cinque secoli, ogni 15 agosto, la città si ferma e sembra trattenere il respiro. Le strade si chiudono al traffico e le voci riecheggiano verso il cielo. È la celebrazione dell’Assunta: una tradizione religiosa dalle intense espressioni popolari, conosciuta ben oltre i confini della Sicilia.

Un’intera città intorno alla Vara

Applausi, canti, preghiere e fotografie accompagnano il passaggio della Vara lungo via Garibaldi e per le strade del centro. È un momento nel quale devozione, memoria popolare, ricordi personali e festa collettiva si intrecciano. Molti messinesi rientrano in città proprio per non perdere questa esperienza, portando con sé non soltanto le tradizionali immagini dell’Assunzione di Maria, ma anche, quando possibile, piccoli frammenti delle corde utilizzate per trascinare la macchina votiva. Custoditi nelle case, diventano simboli di protezione e buon auspicio.

La Vara di Messina, il teatro sacro che attraversa la città - Be Sicily Mag - 3 1

La Vara ha una struttura imponente, di forma piramidale, concepita come una vera rappresentazione scenica dell’Assunzione. Alla base si trova un enorme ceppo dotato di slitte, sul quale si innalza un’ossatura metallica campaniforme, articolata in più livelli e popolata da figure sacre e simboli cosmici. Sulla prima piattaforma è raffigurata la Vergine morta, circondata dagli Apostoli, secondo l’iconografia bizantina della Dormitio Virginis, derivata dai racconti apocrifi del Transitus Mariae.

È la parte inferiore della macchina, chiamata “Bara”. Procedendo verso l’alto viene rappresentato il viaggio dell’anima di Maria attraverso i sette cieli, sintetizzati da cortine di nuvole e accompagnati dalle immagini del Sole e della Luna, concepite secondo il sistema tolemaico. Più in alto si trova un globo celeste decorato con stelle dorate, nelle quali Sergio Todesco riconosce una possibile raffigurazione delle stelle fisse. Schiere di angeli accompagnano l’ascesa della Vergine fino alla sommità, dove Gesù Cristo tiene sulla mano destra l’Alma Mater, l’anima di Maria ormai assunta in cielo.

Un teatro sacro in movimento

All’interno della struttura metallica è custodito un complesso sistema di ingranaggi che, azionato manualmente, permette alle figure della macchina di ruotare in senso orizzontale e verticale. In origine i personaggi erano interpretati da persone in carne e ossa, successivamente sostituite da statue. Proprio questo elemento, secondo l’antropologo Sergio Todesco, confermerebbe la natura teatrale della Vara: non un semplice fercolo da trasportare, ma una rappresentazione animata del mistero dell’Assunzione. Anche il nome ne conserverebbe una traccia. Secondo Domenico Puzzolo Sigillo, infatti, il termine “vara” deriverebbe dal basso latino e non indicherebbe soltanto una bara, ma anche un cavalletto, un palco o una struttura teatrale. La Vara sarebbe, dunque, un vero teatro mobile: una scena sacra che attraversa la città e porta il mistero religioso dentro lo spazio urbano.

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Le origini della Vara tra storia e ipotesi

Le origini della Vara vengono generalmente collocate nel XVI secolo, ma alcune ipotesi le fanno risalire addirittura al Quattrocento. L’antropologo Sergio Todesco precisa che la datazione esatta e la paternità della grande macchina rimangono questioni storiche ancora irrisolte, nonostante la sua nascita venga spesso collegata all’apparato trionfale realizzato in occasione dell’arrivo a Messina dell’imperatore Carlo V.

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Risalendo al XVI secolo, e forse ancora più indietro nel tempo, gli studi di Todesco mostrano come le celebrazioni messinesi di Ferragosto fossero già caratterizzate dalla presenza di numerosi apparati mobili. Queste macchine venivano condotte in processione o fatte sfilare in giorni prestabiliti, lungo percorsi definiti e con una grande partecipazione popolare. Le fonti d’archivio disponibili sono piuttosto scarse, ma lascerebbero intravedere una matrice colta nella progettazione degli apparati, successivamente trasformati dalla partecipazione popolare in elementi centrali della cultura tradizionale messinese.

La prima cronaca cittadina che descrive una macchina trionfale assimilabile alla Vara è quella di Colagiacomo d’Alibrandi. L’autore racconta i festeggiamenti organizzati dal Senato e dal popolo di Messina per accogliere Carlo V, giunto in città nel 1535 dopo la vittoriosa spedizione contro Tunisi. Per l’occasione venne allestito un carro trionfale nel quale la disposizione dei personaggi e dei simboli cosmici appariva sostanzialmente analoga a quella della Vara.

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Da questa testimonianza derivano due differenti ipotesi: la Vara potrebbe essere esistita già prima del 1535 ed essere stata temporaneamente adattata per celebrare l’imperatore, arrivato a Messina nel mese di ottobre; oppure potrebbe essere nata successivamente, attraverso la trasformazione del carro trionfale costruito per quella visita. Nel volume L’immaginario rappresentato. Orizzonti rituali, mitologie, narrazioni, Sergio Todesco considera la questione ancora aperta. Nella ricostruzione più diffusa, tuttavia, la nascita della Vara continua a essere associata all’ingresso trionfale di Carlo V.

Antonino Ravesi fu davvero l’inventore?

La tradizione attribuisce l’invenzione della Vara a Radese, identificato da Sergio Todesco, attraverso i documenti raccolti da Domenico Puzzolo Sigillo, con Antonino Ravesi, attivo tra il 1504 e il 1532. Ravesi, tuttavia, non sarebbe stato l’ideatore della macchina, ma uno dei suoi responsabili tecnici, chiamati nelle fonti Magistri, mastri o parrini della Vara.

Queste competenze, insieme alle conoscenze simboliche legate alla macchina, sarebbero state trasmesse da padre a figlio o da suocero a genero. Un documento del 1507 attesta che Ravesi ricevette dalla municipalità di Castroreale l’incarico di costruire una Vara in ferro alta ventuno palmi: una prova della sua esperienza, ma non della paternità della Vara messinese. Gli studi di Puzzolo Sigillo metterebbero così in discussione la testimonianza di Giuseppe Costanzo Buonfiglio, che nel 1606 lo indicò come inventore.

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Il dogma dell’Assunzione

La devozione per Maria Assunta precede di molti secoli la proclamazione ufficiale del dogma. Sebbene il Nuovo Testamento non racconti la morte né l’ascesa al cielo della Vergine, già dal II secolo le narrazioni apocrife del Transitus Mariae, o Dormitio Virginis, contribuirono a diffonderne il racconto. Intorno all’anno 600 l’imperatore d’Oriente Maurizio fissò la celebrazione al 15 agosto, mentre il riconoscimento come dogma sarebbe arrivato soltanto nel 1950 con papa Pio XII. In Sicilia la festa assunse una dimensione gioiosa e trionfale: celebrata nel cuore dell’estate e nel tempo della maturazione dei raccolti, divenne anche simbolo della vita che vince sulla morte.

Il dogma dell’Assunzione

Oltre cinque secoli di tradizione raccontano la fede, le attese e le emozioni di un’intera comunità. Intorno alla Vara si rinnova ogni anno un’identità collettiva costruita attraverso la memoria. Infatti proprio quest’anno, in occasione del centenario della ripresa della processione, dal 24 al 31 luglio Palazzo Zanca ha ospitato un’esposizione straordinaria degli apparati del Sole e della Luna, normalmente difficili da osservare durante il passaggio della Vara. L’iniziativa, promossa dall’Assessorato alla Cultura d’intesa con il sindaco Federico Basile, si è affiancata all’allestimento della Cripta del Duomo, dove è stata esposta la parte sommitale della Vara con le statue di Gesù e dell’Assunta.

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La grande macchina, dunque, non è un semplice elemento folkloristico. Come osserva Sergio Todesco, è uno degli emblemi attraverso i quali la comunità messinese ha attribuito senso alla propria storia. Perché, mentre la Vara attraversa la città, è Messina stessa a riconoscersi ancora una volta nel suo passaggio.

Immagini da:
Sergio Todesco, L’immaginario rappresentato. Orizzonti rituali, mitologie, narrazioni, Palermo, Edizioni Museo Pasqualino, 2021

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Valentina Di Salvo

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