Quasi diecimila adesioni in pochi giorni alla petizione online per chiedere l’annullamento della stagione venatoria 2026 in Calabria. È il dato rilanciato dall’Opat, l’Osservatorio permanente Ambiente e Territorio, che torna a rivolgersi al presidente della Regione Roberto Occhiuto contestando l’approvazione, il 6 agosto, del calendario venatorio calabrese.
L’iniziativa era stata avviata il 5 agosto, quando l’Osservatorio aveva chiesto di fermare la stagione di caccia alla luce della «condizione eccezionale e ingestibile» determinata dai numerosi incendi boschivi, alcuni dei quali ancora in corso, e dal caldo torrido. Alla petizione sono seguiti l’appello del Wwf nazionale ai presidenti delle Regioni per annullare le preaperture e le prese di posizione del Pai e del consigliere regionale Ferdinando Laghi indirizzate a Occhiuto.
«Non riusciamo a comprendere in virtù di cosa sia stato approvato il calendario venatorio calabrese il 6 agosto – sostiene l’Opat –. Da una parte ci sono stati video tragici, articoli e dati pubblicati dal responsabile della Protezione civile; poi, di colpo, la pubblicazione del calendario sembra essere stata opera di altri fulminei attori».
L’Osservatorio riferisce di avere analizzato la relazione tecnico-scientifica della Regione Calabria, riscontrando «una notevole quantità di falle argomentative e tecniche» e ripetuti riferimenti critici alle valutazioni dell’Ispra, l’Istituto superiore per la protezione e la ricerca ambientale, ente pubblico di ricerca nato nel 2008.
In particolare, l’Opat richiama alcuni passaggi del documento regionale nei quali il parere dell’Istituto viene definito una «posizione di principio». In relazione alla preapertura di settembre, sconsigliata dall’Ispra, la relazione afferma inoltre che «è necessario puntualizzare che l’Ispra non è un organo competente in materia e la sua tesi può ritenersi una mera supposizione». In un altro punto si contesta la mancanza di «reali e concreti riferimenti alla specifica situazione faunistica e territoriale della Calabria».
Da qui la domanda sollevata dall’Osservatorio: «Chi avrebbe dovuto fornire agli organi nazionali preposti i dati aggiornati sulla situazione faunistica calabrese?». Secondo l’Opat, sarebbe la stessa Regione, attraverso uffici, enti, commissioni e consulenti, a non produrre da 23 anni dati scientifici validi da trasmettere a livello nazionale. A dimostrarlo sarebbe il piano faunistico regionale, risalente al 2003, strumento ritenuto indispensabile per la predisposizione del calendario venatorio.
«Su quali basi, dati, riscontri scientifici e realtà oggettive si fonda la relazione utilizzata per giustificare la preapertura della stagione di caccia?», domanda ancora l’Opat, secondo cui anche in presenza di una programmazione già definita sarebbe necessario adeguare piani e calendari alle condizioni ambientali eccezionali prodotte dall’aridità e dagli incendi.
L’Osservatorio chiama in causa anche le associazioni venatorie, che a suo giudizio avrebbero dovuto rinunciare alla preapertura e all’intera stagione in coerenza con l’attenzione per la natura dichiarata nella propria attività e con il ruolo di «bioregolatori» rivendicato sui social. «Per quale motivo i loro interessi privati devono scavalcare situazioni oggettive e problemi derivanti da criticità emergenziali? È solo un ricatto elettorale? Non può davvero tutto ridursi a questo».
L’appello viene nuovamente indirizzato a Occhiuto, al quale l’Opat riconosce la sensibilità dimostrata con l’ordinanza regionale per la tutela degli animali d’affezione durante l’estate. Un provvedimento che, ricorda l’Osservatorio, ha richiamato l’attenzione nazionale sulla Calabria, prima regione italiana a introdurre indicazioni chiare in materia.
L’Opat riprende anche le parole pronunciate dal presidente: «Il livello di civiltà di una comunità si misura anche da come si trattano gli animali», chiedendogli ora di estendere la stessa attenzione alla fauna selvatica. «Quale civiltà potremmo dimostrare noi calabresi se permettessimo ai cacciatori di sterminare i pochi animali stremati da questo periodo di aridità e incendi continui?».
Nella nota viene richiamata anche la facoltà delle Regioni e delle Province autonome di vietare o ridurre la caccia per periodi prestabiliti, prevista dall’articolo 19 della legge statale 157 del 1992 per tutelare la fauna in presenza di particolari condizioni climatiche, ambientali o sanitarie. «Quale migliore occasione per avvalersi di questo potere normativo?», domanda l’Osservatorio.
Un’altra contestazione riguarda le osservazioni contenute nella relazione regionale sui danni provocati dal piombo presente nei pallini. L’Opat richiama la proposta dell’Echa, l’Agenzia europea per le sostanze chimiche, relativa alla restrizione complessiva dell’impiego del piombo nelle munizioni da caccia e da tiro all’aperto e nella pesca.
L’obiettivo della proposta europea è proteggere ambiente, fauna selvatica e salute umana dai rischi della contaminazione tossica. La graduale eliminazione di pallini e proiettili di piombo servirebbe a prevenire l’avvelenamento degli uccelli e l’inquinamento di suoli e acque. Secondo i dati riportati nella nota, ogni anno la caccia disperderebbe nell’ambiente europeo una quantità di piombo superiore, per peso, a quella di due Torri Eiffel.
«Il piombo è un metallo pesante e neurotossico che contamina la terra, le falde acquifere e la catena alimentare arrivando fino a noi», sostiene l’Opat, chiedendo perché gli interessi di una categoria stimata in circa 400mila cacciatori in tutta Italia debbano produrre conseguenze sulla collettività e sull’ecosistema.
L’Osservatorio sollecita quindi il passaggio «dalle belle parole ai fatti», sostenendo che nessun danno si abbatterebbe sulla Calabria se, per un anno, i cacciatori rinunciassero alla propria attività. «La natura stremata ce lo chiede. La tutela della biodiversità unica di cui disponiamo dovrebbe diventare un imperativo per tutte le forze politiche, al di sopra delle promesse elettorali».
La conclusione è un nuovo appello politico e istituzionale: «È ora che la Calabria diventi la prima Regione in grado di assumersi questa responsabilità con coscienza».
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Maria Rita Galati
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