I persiani o della vanità della guerra


Recensione. A Genova, I persiani di Eschilo, con la regia di Giovanni Ortoleva e la produzione del Teatro della Tosse. Con Enrico Campanati, Pietro Giannini, Valentina Picello e con Marco Santi

Foto Giulia Lenzi

È una sera di inizio giugno a Genova. Nel cortile dell’ex-caserma Gavoglio, in via del Lagaccio, il pubblico ha preso posto sugli spalti, in attesa che la messinscena cominci. Non sono pochi i curiosi che, affacciandosi dai balconi dei condomini che si ergono intorno alla caserma, cercano di intravedere uno spiraglio di quanto sta per accadere. Lo spiazzo che si apre di fronte ai nostri occhi è piuttosto spoglio, se non fosse per qualche luce puntata sullo scheletro ligneo di un letto a baldacchino. L’essenzialità della scena si conferma, ancora una volta, cifra stilistica della regia di Giovanni Ortoleva, che porta l’attenzione del pubblico a concentrarsi su una centralità a tratti claustrofobica, in contrasto con l’ampio spazio scenico a disposizione.

È infatti nell’intimità dello spiazzo davanti al palazzo, a Susa, che il coro di vecchi persiani (la cui pluralità è condensata nella figura di Enrico Campanati) cerca di rassicurare la regina Atossa (Valentina Picello), moglie di Dario e madre di Serse (Pietro Giannini, che interpreta anche il messaggero e il fantasma di Dario). Il proemio è accompagnato dal rumore cadenzato, in sottofondo, dei piedi di Giannini che battono ritmicamente al suolo, mentre il coro si pone domande sulla sorte di un esercito immenso e apparentemente imbattibile. La corsa disperata di Serse, che ancora non si configura come presenza scenica vera e propria, preannuncia già, sullo sfondo, la grande disfatta: quel passo che prima si muoveva solido e sicuro verso la vittoria, lento nel suo incedere, ora si fa rapida ritirata macchiata di sangue e onta, verso Susa.

La regina attende con ansia notizie della spedizione militare che il figlio ha compiuto contro i greci a Salamina e verso la quale nutre un terribile presentimento, dovuto a un sogno che ha avuto. Nella visione onirica in questione, due donne, una vestita secondo i modi persiani e una secondo la moda greca, vengono messe al giogo da Serse. Ma mentre la donna persiana si mostra conciliante, quella greca si ribella e si divincola, fino a sottrarsi alla morsa del giogo. Poco dopo aver finito di narrare il suo sogno, arriva un messaggero che annuncia la sconfitta della Persia e l’annientamento dell’esercito, composto dal fiore dei combattenti persiani. Atossa, disperata, comincia a girare intorno al baldacchino ossessivamente, dando voce al suo lamento nella reiterazione di singulti strozzati, come se cercasse di preservare un focolare ormai spento e violato, spogliato delle sue coltri: il cuore della Persia si è fermato e ha smesso di palpitare.

ph. Giulia Lenzi

Un sottofondo sonoro teso e stridulo accompagna questa scena, mentre Valentina Picello, vincitrice del Premio Ubu 2025 come miglior attrice e del Premio della critica ANCT 2025, fa mostra di un ventaglio esteso e particolareggiato di emozioni che le attraversano il viso sconvolto. Dalla distanza ravvicinata da cui sto osservando la messinscena, non mi è difficile distinguere, nella disperazione imperante che le anima il volto, la sconsolata incredulità, l’apprensione per le sorti del figlio, il dolore per gli uomini caduti. Da regina fiera di un regno invincibile, Atossa accoglie su di sé i pianti delle donne che hanno perso il marito in battaglia, facendosi vedova di Persia.

Risvegliato dalle libagioni in suo onore, lo spirito di Dario fa la sua comparsa. Il corpo di Giannini cade a peso morto, le membra apparentemente pesanti e prive di forza, mentre uno figura vestita di nero (Marco Santi), alle sue spalle, lo tiene su, agitandone le braccia, accomodando la testa con una tirata di capelli. Sussurra per metà, lo spirito di Dario, gli occhi vitrei e trasognati del fantasma che vede oltre il velo, domanda che gli siano fornite risposte, e giudica gravemente l’operato del figlio che, pur rispondendo alle invettive di un vaticinio, aveva osato soggiogare terra e mare, creando un ponte di navi sull’Ellesponto e mancando così di rispetto agli dèi.

ph. Giulia Lenzi

Giannini, vincitore del Premio Ubu 2025 come miglior attore under 35, dà prova di essere un interprete versatile e camaleontico, mentre si alterna tra i tre ruoli che gli sono stati assegnati. Nel rispetto delle convenzioni del teatro greco, infatti, non potevano esserci più di tre attori parlanti sulla scena, e spesso e volentieri, in presenza di più ruoli, non era insolito che finissero per interpretare più di una singola parte. A petto nudo, dipinto d’oro come se fosse una statua, le linee della pittura che emulano il rivestimento sfavillante di un’armatura, Giannini incarna tanto il messaggero superstite che ha negli occhi l’orrore di quanto vissuto sul campo di battaglia, tanto la dura rassegnazione del fantasma di Dario che, evocato dai lamenti di Atossa, spiega che il figlio è andato incontro a una luttuosa disfatta a causa della sua tracotanza, quanto lo stesso Serse, gravato dalla consapevolezza di aver mandato a morire i suoi stessi uomini.

La figura del saggio e stanco Dario, si interseca a quella di un Serse nudo e sconfitto che non è riuscito a distinguersi in battaglia e ad assecondare le aspettative poste dall’ombra del padre e che ora paga il prezzo di una decisione che grava in maniera esclusiva sulle sue spalle. Serse incarna la figura del potente che con una sua parola o un suo gesto condanna un’intera nazione ad assecondarne i capricci di conquista, lasciandosi alle spalle una scia di orme insanguinate e di vedove e orfani in lacrime. Marco Santi incarna quel “demone” di sciagura, ostile ai persiani, che ne ha segnato le sorti e che, come un uccello del malaugurio, vortica intorno al baldacchino, che si fa tomba per il coro, Atossa e Serse, soffocandone i lamenti finali.

I tre attori parlanti sulla scena sono legati a doppio filo alla città di Genova, ognuno in modo diverso: Campanati vi ha trascorso la maggior parte della sua carriera, Giannini è stato accompagnato dallo stesso Campanati in veste di maestro nella sua formazione, mentre Picello vi ha lavorato negli anni precedenti. Sono tre le generazioni a confronto, nel tentativo di creare una continuità di intenti che dalla nascita del Teatro della Tosse, ormai cinquant’anni fa, arriva fino ad oggi. La partecipazione di Campanati, in particolare, costituisce l’anello di congiunzione tra la nuova produzione firmata da Ortoleva e la messinscena della stessa opera eschilea per mano di Tonino Conte ai capannoni della Fiumara nel 1998.

ph. Giulia Lenzi

Tanto monumentale fu la rappresentazione originale, quanto dimessa nelle scene (ma non nell’intensità delle atmosfere) quella di Ortoleva. La scelta dell’ex-caserma militare Gavoglio, un luogo di natura bellica soggetto a un processo di rimodulazione urbana, considerando il contesto della tragedia, si fa particolarmente significativa. Da presidio militare a spazio dedicato all’espressione artistica, il cortile dell’ex-caserma rifiorisce in queste sere di giugno, portando una delle opere più significative del teatro occidentale sulla scena, nonché l’unica tragedia greca di guerra giunta fino a noi.

Non c’è guerra che non sia tragedia. Non c’è tragedia che non sia guerra. Ortoleva ci restituisce una riflessione lucida, attuale ancora oggi, del conflitto dal punto di vista degli sconfitti e degli oppressi. Non è difficile intravedere, nelle lacrime di Atossa, il pianto di dolore del popolo palestinese, iraniano o ucraino. Emerge, in controluce, un chiaro monito: il sacro rispetto dei confini e dei limiti si impone, ancora una volta, sulle manie di protagonismo dei potenti. Si spera solo che la mano clemente di un daimon, che ora ci invita al silenzio, intervenga a porre fine alla follia di una guerra vana.

Letizia Chiarlone

Giugno 2026, Genova, cortile dell’ex-caserma Gavoglio

CREDITI

di Eschilo
adattamento e regia Giovanni Ortoleva
traduzione Giorgio Ierano’
con Enrico Campanati (Coro), Pietro Giannini (Messaggero – Dario – Serse), Valentina Picello (Atossa)
e con Marco Santi

costumi Daniela De Blasio
assistente alla regia e disegno luci Marco Santi
musiche Pietro Guarracino

elettricista Davide Bellavia
macchinisti Fabrizio Camba e Luca Besutti
sarta Viviana Bartolini

produzione Fondazione Luzzati – Teatro della Tosse


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