Proseguiamo nella nostra rassegna del ricco calendario di iniziative andando verso il G8-25ale parlando dei libri: ben diciassette le presentazioni previste nell’arco delle prossime due settimane! E non potevamo non inaugurare la serie con l’ultimo libro di Vittorio Agnoletto “Il G8 di Genova. Ieri, oggi, domani” (a cura di Mario Scagnetti, Tab Edizioni).
Due presentazioni sono già previste a Roma a partire da domani 7 luglio (h 19 @ Zalib, via della Penitenza 35 – con Fausto Bertinotti, Raffaella Bolini e Mariangela Paone nel ruolo di moderatore) e poi il giorno successivo (h 19.30 @ Monk, Via Giuseppe Mirri 35, insieme a Riccardo Noury in dialogo con il giornalista Tommaso Proverbio); mentre la data di Genova sarà il 9 luglio (h 18, @ Music For Peace, Via Ballaydier) con il PG Enrico Zucca, già PM al processo Diaz, la giornalista Monica Di Sisto e Antonio Bruno nel ruolo del moderatore; e infine il 14 luglio a Milano h. 18 @ Arci Bellezza, via Giovanni Bellezza 16) con il PG Enrico Zucca in dialogo con la giornalista Lorenza Ghidini.
Tutte le date successive del tour le trovate nel sito di Vittorio Agnoletto ed ecco la recensione del libro realizzata per noi da Laura Tussi. (NdR).
Il G8 di Genova: la memoria che non si spegne, tra ferite aperte e domande sul presente
A venticinque anni da Genova 2001, il libro di Vittorio Agnoletto Il G8 di Genova. Ieri, oggi, domani (a cura di Mario Scagnetti, Tab Edizioni) non si limita a rievocare un evento: lo riapre come una ferita ancora pulsante nel corpo della democrazia occidentale. Non è soltanto un libro di memoria. È un atto politico nel senso più pieno del termine: un tentativo di restituire senso a ciò che Amnesty International definì senza mezzi termini «la più grave sospensione dei diritti democratici in un Paese occidentale dal secondo dopoguerra». Dentro queste pagine scorrono immagini che appartengono ormai all’immaginario collettivo e insieme lo inquietano ancora: la morte di Carlo Giuliani in piazza Alimonda, l’irruzione nella scuola Diaz, le violenze nella caserma di Bolzaneto. Episodi che non si sono mai davvero chiusi, perché continuano a interrogare la tenuta dello Stato di diritto, il rapporto tra ordine pubblico e libertà, tra sicurezza e repressione.
Vittorio Agnoletto, che è stato portavoce del Genoa Social Forum, non si sottrae alla complessità del racconto. Il filo che unisce Genova al presente è esplicito e volutamente provocatorio. Dalla globalizzazione alle nuove forme di controllo sociale, dalla repressione del dissenso alle attuali dinamiche di sicurezza pubblica, egli legge continuità più che fratture. E lo fa con una tesi di fondo che attraversa tutto il volume: ciò che accadde nel 2001 non è stato un incidente isolato, ma un laboratorio politico e istituzionale.
Sussiste poi una riflessione che attraversa il libro con particolare intensità: quella sulla trasformazione del dissenso e sulla difficoltà dei movimenti contemporanei di trovare una forma capace di incidere davvero nella realtà globale. Il rimpianto per un’occasione storica mancata si intreccia con l’idea che nuove forme di conflitto sociale siano ancora possibili, purché capaci di rielaborare quella stagione senza nostalgia paralizzante. Il risultato è un libro che non chiede soltanto di essere letto, ma di essere discusso. Perché Genova 2001, a distanza di venticinque anni, non è diventata soltanto storia: è ancora un banco di prova politico e morale per comprendere la qualità della democrazia contemporanea.
E forse è proprio questo il merito più radicale del volume: ricordare che alcune pagine della storia recente non si archiviano. Continuano a parlare, spesso in modo scomodo, al presente. Entrare nei fatti di Genova del 2001 attraverso la lente del pensiero di Vittorio Agnoletto significa, inevitabilmente, confrontarsi con il cortocircuito tra l’utopia di un modello e la crudezza della sua applicazione storica. La fine del XX secolo si era chiusa sotto il segno di una narrazione messianica: la globalizzazione dei mercati, sorretta dalla dottrina del neoliberismo, veniva presentata non come una scelta politica tra le tante, ma come l’esito naturale e inevitabile dell’evoluzione umana. In questo quadro, la teoria dello “sgocciolamento” (in inglese: trickle-down) non era soltanto una formula economica, ma una promessa etica secolarizzata. Si chiedeva alla società di tollerare l’iper-concentrazione della ricchezza in cambio di una futura, inevitabile redistribuzione per osmosi.
La riflessione di Agnoletto, e con essa l’intera impalcatura teorica del Genoa Social Forum, compie un atto di svelamento che è prima di tutto epistemologico: contesta la neutralità scientifica di quell’economia. Genova divenne il catalizzatore di un’intelligenza collettiva che vedeva ciò che la retorica ufficiale cercava di nascondere. Il movimento altermondialista non si opponeva alla globalizzazione in sé, ma alla sua declinazione esclusivamente finanziaria e mercantile.
L’errore fatale della teoria dello “sgocciolamento”, oggi evidente nelle analisi sociologiche ed economiche sulla polarizzazione della ricchezza, risiedeva nella cecità di fronte alle strutture di potere. Lasciare che i ricchi accumulassero senza vincoli non ha creato un surplus destinato a esondare verso il basso; ha invece fornito loro le risorse per riscrivere le regole del gioco a proprio vantaggio, privatizzando i beni comuni e smantellando i sistemi di protezione sociale. La “goccia” non è mai caduta perché i vasi comunicanti dell’economia globale erano stati deliberatamente sigillati: da architetture giuridiche e fiscali pensate per trattenere la ricchezza al vertice.
In questo contesto, il pensiero di Agnoletto offre una chiave di lettura profonda sulla natura della violenza di quei giorni. La sospensione dei diritti democratici alla scuola Diaz e nella caserma di Bolzaneto, non può essere derubricata a mero fallimento dell’ordine pubblico. Nella prospettiva del movimento, quella violenza fu l’espressione di un’impotenza discorsiva. Di fronte a una contestazione che non portava avanti dogmi ideologici novecenteschi, ma dati precisi sul debito dei paesi del Sud del mondo, sulla mercificazione dell’acqua e sulla speculazione finanziaria, il potere non aveva argomenti razionali con cui controbattere. La violenza di Stato divenne così lo scudo necessario per proteggere un dogma economico fragile nella teoria, ma ferreo negli interessi che custodiva.
Oggi, a distanza di un quarto di secolo, il bilancio assume i tratti di una profezia tragica e inascoltata. Le crisi sistemiche che hanno caratterizzato i primi decenni del Duemila non sono anomalie del sistema, ma le sue logiche conseguenze. La riflessione accademica attuale non può fare a meno di riconoscere che la frammentazione del tessuto sociale, la precarizzazione del lavoro e il risentimento democratico che alimenta i moderni populismi affondano le radici proprio in quella promessa mancata di “sgocciolamento”. Quello che a Genova veniva liquidato come un massimalismo ingenuo o utopico si è rivelato, alla prova della storia, un realismo lucido e rigoroso. La tragedia profonda di quella vicenda non risiede solo nel sangue versato per le strade, ma nella rimozione politica di un’alternativa possibile, la cui assenza oggi paghiamo in termini di disuguaglianza globale e crisi ecologica.
Il pensiero di Agnoletto tocca il cuore delle contraddizioni del nostro tempo, mostrando come la globalizzazione abbia progressivamente svuotato le democrazie per consegnare il potere a grandi aggregati finanziari e tecnologici. Quando parliamo di “imperi dominati dalla finanza”, descriviamo uno slittamento fondamentale: lo Stato-nazione non è più il decisore ultimo della geopolitica. Il capitale finanziario, per sopravvivere e non svalutarsi, esige un’espansione perenne che satura i mercati e cannibalizza le risorse. Questa necessità biologica di crescita genera una competizione feroce per materie prime sempre più scarse, trasformando l’economia globale in un terreno di scontro permanente dove i conflitti non sono incidenti di percorso, ma conseguenze logiche del sistema.
In questo contesto, la tecnologia ha smesso di essere un semplice mezzo di produzione ed è diventata l’infrastruttura stessa del dominio. Gli algoritmi, i flussi di dati e la finanza automatizzata permettono di esercitare una pressione e un controllo che un tempo richiedevano occupazioni militari. Il dramma umano che ne deriva è profondo: le popolazioni che non generano profitto o non servono all’estrazione di valore non vengono più solo sfruttate, ma diventano strutturalmente superflue. La “cancellazione” di cui parla l’autore è l’esito di una razionalità economica fredda, che de-umanizza chiunque si trovi al di fuori dei circuiti del grande capitale.
L’aspetto più allarmante di questa transizione è il vuoto politico in cui si consuma. I partiti tradizionali si sono ridotti ad amministratori dell’esistente, accettando i vincoli macroeconomici come dogmi indiscutibili e rinunciando a qualsiasi visione alternativa. Espellendo la critica sistemica dal dibattito istituzionale, la politica si è sterilizzata. Di conseguenza, la lucida comprensione di questi meccanismi rimane confinata nella società civile e nei movimenti sociali. Si crea così una frattura pericolosa: chi ha la sensibilità e gli strumenti per analizzare la crisi è isolato e privo di rappresentanza, mentre chi siede nei luoghi del potere formale ignora deliberatamente le cause profonde del nostro comune declino.
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