Nel suo profilo Instagram si definisce “fotografo in divenire”, oltre che produttore di audiovisivi e studente in comunicazioni sociali. Un giovane come tanti, che si è trovato travolto dal terremoto che ha praticamente distrutto la sua città, Catia La Mar, che fa parte del conglomerato urbano costiero che ha come capoluogo La Guaira. Da una settimana, la vita del ventiduenne Rubén Darío Castillo si divide tra due attività: quella di volontario della locale Caritas, per aiutare i sopravvissuti del terribile sisma, e quella di fotografo. In questi giorni, in particolare, è stato un punto di riferimento anche per la stessa Caritas nazionale, e le sue immagini sono state diffuse in tutto il Continente, in qualche caso pure oltre. Anche questo un modo per aiutare la sua gente, per far conoscere cosa è accaduto e cosa sta accadendo, per dare corpo alla distruzione, ma anche alla speranza.
“Lavorare come fotografo nel bel mezzo del doppio terremoto in Venezuela è stato davvero molto duro, a dire il vero – ci racconta –. Ma, grazie alla Caritas nazionale, ho potuto essere lì e sentire che il mio lavoro serviva a qualcosa. Vedere come aiutano le persone senza badare a nulla ti fa ritrovare la speranza. Sono stati giorni difficili, ma mi porto dietro quell’esperienza e tutte queste persone”. Il Sir ha scelto di dare spazio e voce a Rubén Darío, per raccontare, con immagini e parole, questa terribile settimana.
Una madre riceve aiuti umanitari
“Non importa se si tratta di un’arepa (torta salata, molto diffusa in alcuni Paesi sudamericani, ndr) di mais o di aiuti che attraversano i confini. Ciò che davvero nutre è il sacrificio delle nostre madri nel portarla in tavola – scrive il giovane –. Dietro ogni piatto c’è una lotta silenziosa, una stanchezza che non si negozia e un amore che trascende qualsiasi bandiera. Per loro, per la loro resistenza, oggi più che mai, costruiamo insieme il futuro del Venezuela”, è l’auspicio.
Aiuti consegnati a una persona con disabilità
Spiega Rubén Darío: “Non importa se il cammino è difficile o il gesto piccolo. Ciò che ci definisce non è la crisi, ma il modo in cui la affrontiamo: spalla a spalla, spingendo una sedia a rotelle se necessario, affinché nessuno rimanga indietro. Perché in ogni mano tesa non solo diamo cibo, ma restituiamo dignità. Siamo così. È così che andiamo avanti a La Guaira”.
Il salvataggio di una bambina
Uno dei momenti più intensi, che in diverse circostanze si sono ripetuti, in questi giorni: “I soccorritori non aspettano guanti, né momenti di riposo. Sono uomini e donne dalla fede incrollabile, che si convertono in battito dove c’è solo silenzio. Le loro mani, anche se ferite, passano in secondo piano di fronte all’urgenza di un battito sepolto. Perché loro non misurano il dolore, misurano la speranza. A ogni maceria che rimuovono, riportano alla luce delle vite. Con ogni goccia di sudore, scrivono l’unico inno possibile: quello di non arrendersi mai. Sono angeli della terraferma, e la loro missione non è altro che riportare in superficie la vita”.
Uno dei tanti edifici distrutti
Afferma il fotografo, di fronte alle rovine di questo alto condominio: “Non importa se oggi le altezze comunicano un grido di pericolo; ciò che conta davvero è la memoria. Perché prima dei crolli, quegli edifici erano finestre sul Caraibi, belvedere di intere famiglie che si abbracciavano, di fronte al tramonto. E anche se ormai pochi possono ancora salire lassù, quella vista rimane viva in ogni abitante, che la porta tatuata sul cuore. Le strutture crolleranno, ma ciò che abbiamo costruito insieme, quella cartolina di luce, quell’orizzonte condiviso, non crollerà mai. Questo, nessuno ce lo può togliere”.
Volontari Caritas davanti alla chiesa
“Non importa la bandiera né la lingua: i volontari non chiedono il passaporto per donare – è il racconto del giovane, anch’egli volontario Caritas –. Davanti alle chiese, non distribuiscono solo generi di prima necessità, ma anche certezze. Perché nel cuore della notte, il loro dono più grande non sta nei sacchi, ma nel loro sguardo risoluto, in quella mano che non molla la presa. Sono la luce che decide di accendersi quando tutto si spegne”.
Un motociclista con bandiera e aiuti umanitari
“La doppia scossa non li ha fermati, e non c’è blocco che tenga: sono arrivati in moto, senza aspettare il permesso, con acqua e cibo sul sellino. Non sono eroi, sono vicini – il commento di Rubén Darío –. E a Los Corales hanno dimostrato che quando la bandiera è una sola, nemmeno il peggiore dei terremoti ci spezza”.
Il quadro messo al sicuro
Il fotografo coglie un’immagine personale e delicata: “Il pavimento si è spaccato, i muri sono crollati, ma un quadro è ancora al suo posto, una lettera aspetta di essere letta, un gesto di qualcuno che amiamo rimane intatto. Perché in mezzo alla polvere e alle macerie, la cosa più preziosa non è ciò che si costruisce con il cemento, ma ciò che si scrive con l’anima. Quei ricordi sono la nostra vera casa, e nulla, nemmeno la peggiore delle tragedie, può strapparceli via”.
Uomo immobile a Playa Grande
“I panorami di Playa Grande lasciano ancora senza fiato, ma ora assumono un significato diverso – la considerazione del giovane –. Quegli edifici che un tempo erano case sono oggi macerie, eppure, tra il cemento frantumato, brillano ancora scintille di vita: un battito, un ricordo, una luce che non si spegne. È difficile non rimanere immobili di fronte a tanto silenzio. Ma la vita, ostinata, ci chiede di fare un passo in più, di fronte al mare che ha visto tutto”.
Vigili del fuoco impegnati nei soccorsi
Per le squadre di soccorso, “ogni maceria è una promessa. Non misurano né il tempo né la stanchezza; sanno solo che sotto la polvere c’è ancora un battito che aspetta. Anche se la speranza è un filo sottile, loro la trasformano in una corda”.
Una signora che torna alla sua casa distrutta
Un’immagine dolorosa, eppure c’è speranza anche in una situazione disperata: “Tornare a casa e trovarla ridotta in polvere è come ritrovarsi di fronte a un fantasma. Perché non era solo un tetto: era il tavolo dove si riunivano le risate, la parete che custodiva i segni lasciati dai bambini, l’angolo dove si piangeva in silenzio. Il terremoto non ha fatto crollare solo i muri; ha fatto crollare ricordi, abitudini, abbracci. Ma guardando le rovine, si capisce che la casa non è mai stata nel cemento, ma in ciò che abbiamo fatto vivere lì. E questo, anche se fa male, continua a esistere”.
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Andrea Canton
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