di Tonia Credendino
A Fishtë, nel nord dell’Albania, Altin Prenga ha scelto il vino come strumento per custodire e raccontare l’identità del proprio Paese. Fondatore di Mrizi i Zanave, è un ambasciatore della cultura vitivinicola albanese: recupera le varietà autoctone, ne ricostruisce il rapporto con i territori d’origine e le conduce nel presente attraverso vini capaci di esprimere storia, tradizioni e una nuova consapevolezza produttiva.
Al centro del suo lavoro si trova il Kallmet, uno dei vitigni a bacca rossa più rappresentativi dell’Albania. Il nome rimanda all’omonimo villaggio della regione di Lezhë, mentre la sua coltivazione è storicamente radicata nel nord e nel nord-ovest del Paese, soprattutto nelle aree comprese tra Lezhë e Shkodër. È un’uva profondamente legata alla memoria agricola di questi territori e capace di dare vini caratterizzati da frutto, freschezza e trama tannica, con una struttura che ne sostiene l’evoluzione.
Nella visione di Altin, il Kallmet supera la semplice dimensione produttiva e diventa una testimonianza culturale. Recuperarlo, studiarlo e interpretarlo significa restituire valore a una parte della storia enologica albanese e affermare un’identità riconoscibile anche fuori dai confini nazionali. Una scelta particolarmente significativa per un Paese la cui viticoltura contemporanea nasce dalle profonde trasformazioni attraversate nel Novecento.
Durante il regime comunista, infatti, la produzione vinicola venne inserita nel sistema agricolo collettivizzato. La transizione degli anni Novanta determinò una forte contrazione del vigneto e aprì una lunga fase di ricostruzione. Oggi l’Albania sta recuperando il proprio patrimonio ampelografico e guarda a varietà come Kallmet, Shesh i Bardhë e Shesh i Zi per costruire una viticoltura capace di misurarsi con il panorama internazionale attraverso un linguaggio autentico, legato ai luoghi e alla loro storia.
A guidarmi nella degustazione è stato lo stesso Altin, umile nei modi quanto determinato nella visione. Racconta i suoi vini con la concretezza di chi conosce il territorio e con la consapevolezza di chi sente la responsabilità di rappresentarlo. Nelle sue parole, ogni bottiglia appartiene a una narrazione più ampia: quella di una cultura enologica che, dopo le fratture del secolo scorso, sta recuperando le proprie uve, la propria memoria e la capacità di parlare al presente.
La cantina traduce questa volontà in un progetto contemporaneo. Acciaio, tecnologia e grandi botti di legno definiscono spazi produttivi organizzati, mentre nella sala di degustazione il racconto prende forma intorno a un lungo tavolo ricavato da una quercia aperta longitudinalmente. La struttura naturale del tronco rimane visibile e riconduce il legno utilizzato per l’affinamento alla materia dalla quale proviene, stabilendo un rapporto diretto tra vino, lavorazione e paesaggio.
Anche l’arte contribuisce alla costruzione dell’identità della cantina. Le etichette, affidate a volti, pittura e riferimenti alla cultura albanese, trasformano le bottiglie in superfici narrative, mentre gli ambienti accolgono opere ed esposizioni temporanee.
Durante la mia visita era presente quella dell’artista Ndue Pepa, inserita in un dialogo naturale con il vino, il legno e l’architettura degli spazi. Produzione enologica e creatività contemporanea concorrono così a restituire l’immagine di un’Albania consapevole delle proprie radici e capace di rappresentarle attraverso linguaggi nuovi.
Nel bicchiere, il Kallmet trova in Gêg Kallmet Superior la sua interpretazione in purezza. Sono state soprattutto le annate 2019 e 2020 a offrirmi la lettura più interessante del vitigno, spostando l’attenzione dalla curiosità per un’uva ancora poco conosciuta alla sua reale consistenza enologica.
Con il tempo il frutto acquista profondità, la trama tannica raggiunge un equilibrio più compiuto e la freschezza mantiene riconoscibile l’impronta varietale. Il confronto tra le due annate conferma un dato essenziale: il Kallmet possiede la struttura necessaria per evolvere conservando la propria identità.
La degustazione ne mostra anche la versatilità. Altin crede con particolare convinzione nel rosato e Roza, prodotto da Kallmet in purezza, conduce la varietà verso un registro differente, definito da freschezza, frutto e tensione. Il rosso e il rosato raccontano due possibilità espressive della stessa uva, dimostrando come un vitigno profondamente radicato nella tradizione possa assumere forme contemporanee senza perdere il legame con la propria origine.
La gamma prosegue con Zabël Shesh i Bardhë Rezervë, dedicato a un’altra cultivar storica albanese, e con KuVen, nel quale Kallmet, Shesh i Zi e Sangiovese costruiscono un incontro tra patrimonio locale e differenti esperienze varietali.
Sono vini che delineano una possibile direzione per l’enologia del Paese: partire dalle uve che appartengono alla sua storia, approfondirne la conoscenza e trasformarle in interpreti credibili dei rispettivi territori.
Il lavoro di Altin Prenga assume qui il suo significato più autentico. La sua figura non coincide soltanto con quella del produttore, ma con quella di un ambasciatore della storia, della cultura e delle tradizioni enologiche albanesi. Attraverso il vino recupera nomi, varietà e memorie rimaste a lungo ai margini del racconto internazionale, restituendo loro dignità e prospettiva.
Assaggiare il Kallmet 2019 e 2020 significa riconoscere in questa varietà la capacità di evolvere, distinguersi e diventare una voce autentica dell’Albania. Nel tempo, il Kallmet rivela la propria identità e restituisce al vino albanese una storia che merita di essere conosciuta oltre i suoi confini.
Mrizi i Zanave Winery
Fishtë, Lezhë, Albania
4505 Fishtë
Tel. +355 69 210 8032
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Luciano Pignataro
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