La storia della Chiesa di Santa Chiara d’Assisi a Marciana Marina è un racconto corale che unisce fede, geopolitica marittima, scambi commerciali e lo sviluppo di una comunità costiera decisa a svincolarsi dal controllo dei borghi collinari. Di seguito è ricostruito l’intero percorso storico basato sulle dinamiche d’archivio e sulle ricerche storiografiche locali.
Le radici spirituali della marina non affondano in una chiesa cittadina, ma in una cappella di frontiera nota storicamente come “Santa Chiara Vecchia”. I primi verbali del Maggior Consiglio della Terra di Marciana (risalenti al 1° aprile 1652) testimoniano la presenza di un piccolo oratorio in avanzata fase di costruzione direttamente sulla spiaggia. Non abbiamo fonti certe sulla esatta collocazione, ipotesi non certe la segnalano al Cotone in un edificio circolare altri, forse più attendibile, dove c’è oggi il pozzo di Santa Chiara per capirsi tra il Bar La Perla e i Bar Il Tempo. Questo edificio non nacque per le esigenze di una comunità residenziale, bensì per scopi logistici e di assistenza. Serviva come presidio spirituale per i soldati di stanza alla vicina Torre del porto, incaricati di difendere la costa dalle incursioni piratesche. Per i pescatori e per i marittimi fungeva da punto di preghiera e di rifugio.
La vita di questa prima cappella fu interrotta bruscamente dalla geopolitica settecentesca. Il 18 agosto 1742, durante la guerra di successione austriaca, la flotta inglese guidata dal commodoro William Martin bombardò il litorale marinese, danneggiando gravemente la struttura.
Divenuta inutilizzabile, la Comunità della Terra di Marciana decise di erigere un tempio più grande e sicuro in una posizione rialzata e interna (l’attuale “Piazza di Sopra”). Per farlo, l’organo amministrativo dell’epoca — il Consiglio degli Anziani — mise in atto una precisa strategia finanziaria su suolo demaniale attraverso la sconsacrazione e la vendita (1767) dei resti della vecchia chiesetta diroccata, per la cifra di 55 zecchini, a un cittadino facoltoso di Marciana un certo Antonio Costa. Il quale non la demolì ma la trasformò in sua civile abitazione. Servivano altri denari per la costruzione della nuova chiesa e così fu messa una tassa comunitaria (era il 1770). La costruzione della nuova chiesa avvenne anche grazie alla manovalanza a titolo gratuito imposta dal consiglio degli anziani per una giornata di lavoro a tutti i maschi delle famiglie locali. La nuova Chiesa di Santa Chiara, fu ultimata nel 1776 e aperta al culto nel 1777 dall’arciprete don Pietro Murzi.
Nonostante il nuovo splendore architettonico, la chiesa di Santa Chiara rimase per decenni una “succursale” ecclesiastica sottomessa alle storiche parrocchie collinari di Poggio e Marciana Castello. La svolta storica avvenne nel 1820, quando la diocesi decretò il riconoscimento a parrocchia autonoma. Il ruolo di primo prete e parroco titolare della neonata istituzione fu affidato a Don Antonio Pieruzzini. Sotto la sua guida spirituale, e grazie alle ricche donazioni degli armatori della fiorente flotta velica locale, la parrocchia divenne il motore trainante dell’indipendenza non solo religiosa, ma anche civile di Marciana Marina (che otterrà l’autonomia comunale nel 1884). Un capitolo affascinante e avvolto nel mistero riguarda le maestranze e i muratori che lavorarono alle rifiniture e alle successive espansioni della chiesa e della piazza tra la fine del Settecento e l’Ottocento. Durante il dominio napoleonico e nei decenni successivi all’Elba, le maestranze edili itineranti (spesso provenienti dalla Toscana continentale o dalla Liguria) includevano artigiani e capomastri affiliati alle prime gilde di liberi muratori o a logge di stampo illuminista e massonico.
Il successore di Don Pierruzzini fu Don Domenico Sardi. La figura di don Domenico Sardi rappresenta una delle pagine più curiose e ribelli del Risorgimento elbano. Non era il classico parroco d’altri tempi, non era certo il Don Abbondio dei Promessi Sposi. Le note della polizia e i verbali dell’epoca delineano il profilo di un vero e proprio attivista politico in abito talare, profondamente coinvolto nei fermenti sovversivi del 1848 e 1849. Sardi sfruttava il suo ruolo pastorale per diffondere idee mazziniane. Fu accusato di professare “principii esagerati e sovversivi”, incitando la popolazione costiera alla rivolta contro il governo centrale e a favore dell’Unità d’Italia. Fu arrestato nel 1849 e deportato a Forte Falcone a Portoferraio. Rilasciato dalle autorità e tornato alla sua parrocchia in un clima di forti tensioni e spaccature tra i cittadini fedeli al Granduca e quelli di sentimenti liberali, don Sardi cercò un potente atto di riconciliazione comunitaria. Nel 1851 promosse una grande opera collettiva e chiamò a raccolta l’intera marineria e gli abitanti del Cotone per raccogliere sul litorale migliaia di ciottoli marini bianchi, neri e grigi. Utilizzando l’antica tecnica ligure-toscana del Risseu, le maestranze realizzarono lo splendido sagrato-mosaico davanti alla chiesa. Questo tappeto di pietra riproduce trame floreali, geometrie sacre e simboli marittimi, fungendo da metaforico giardino esterno e da monumento alla ritrovata coesione del paese, ma sembra chiaro che il Don Sardi anche questa volta a modo suo volle lasciar il segno dei suoi legami massonici. Passando ai primi racconti e memorie storiche della festa di Santa Chiara a Marciana Marina — tramandati dai diari d’epoca dei parroci e dai ricordi dei vecchi marinesi dell’Ottocento e del primo Novecento le prime celebrazioni appaiono crude, faticose e legata a doppio filo alla sussistenza della flotta velica e della pesca stanziate al Cotone. Nelle memorie storiche dei vecchi comandanti di bastimenti marinesi, l’inizio di agosto era vissuto con febbrile attesa. Gli armatori locali e i marinai, che passavano l’anno imbarcati sulle rotte commerciali tra la Corsica, la Liguria e il Sud della Francia, facevano di tutto per rientrare in porto alla Marina entro la prima settimana di agosto. Non essere presenti in paese per Santa Chiara era considerato un segno di sventura per l’equipaggio. Le navi venivano ancorate nella baia e addobbate con il “gran pavese” trasformando lo specchio d’acqua davanti alla Torre in una platea galleggiante. Le prime testimonianze scritte della processione descrivono un rito intimo e faticoso. La statua lignea della Santa veniva caricata a bordo di un grande gozzo a remi, selezionato tra i più prestigiosi della marineria locale. I rematori erano rigorosamente scelti tra i marinai che erano scampati a naufragi o tempeste durante l’anno. Il gozzo con la Santa apriva il corteo e dietro, in un silenzio rotto solo dai canti, remavano decine di barche da pesca. Ogni barca portava a bordo dei “padellotti” (antichi recipienti di ferro) pieni di stracci imbevuti di catrame e olio di pesce esausto, accesi per illuminare il mare. Lo specchio acqueo non brillava come oggi di fuochi d’artificio, ma del fumo e delle fiamme vive di questi falò galleggianti. Ieri come oggi l’11 agosto era il giorno delle lacrime e delle preghiere dei marittimi, il 12 agosto era la rottura di ogni freno inibitore era la festa della comunità un vero e proprio capodanno sociale e comunitario di Marciana Marina.
Nella giornata del 12 agosto ogni famiglia del Cotone doveva “ammazzare il pollo” e l’odore del sugo di pollo ruspante cucinato nei tegami di terracotta invadeva i vicoli e i chiassi del borgo fin dalle prime ore del mattino. Era l’occasione in cui i vecchi del paese aprivano i magazzini del Cotone ricavati sotto le case sulla scogliera. Venivano spillati gli ultimi fiaschi del forte vino elbano dell’annata precedente. I marinai bevevano e cantavano i tradizionali stornelli d’osteria, accogliendo a terra i colleghi appena sbarcati. Il momento più divertente, ricordato con nostalgia dai cronisti locali dell’inizio del Novecento, si svolgeva sul vecchio molo era il gioco del palo insevato. Un lungo tronco veniva cosparso di grasso animale e fissato in posizione orizzontale, sospeso sul mare. I giovani del paese, tra le risate e le urla della folla accalcata sulla spiaggia, dovevano camminare sul palo scivoloso per afferrare una bandierina posta all’estremità. Chi cadeva finiva in mare tra gli sberleffi, chi ci riusciva diventava l’eroe della Marina per tutto l’anno.
Anche quest’anno, il 11 e 12 agosto, Marciana Marina si prepara a rinnovare questa tradizione in occasione della Festa Patronale di Santa Chiara d’Assisi. Sarà un’occasione imperdibile per riscoprire il valore profondo di una storia collettiva, tra celebrazioni religiose, rievocazioni sul mare e momenti di festa condivisa.
Oggi come allora, la comunità è chiamata a fare la sua parte per custodire e valorizzare i propri luoghi del cuore. La Parrocchia ha infatti avviato un progetto di riqualificazione e risistemazione del giardino della Chiesa di Santa Chiara, con l’obiettivo di trasformarlo in uno spazio verde accogliente, accessibile e vivo, pensato come luogo di ritrovo, incontro e serenità per tutti i fedeli, i residenti e i visitatori.
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Francesca Balestri
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